La tormenta y el dia despues: reportage dal Chiapas nei giorni degli incontri internazionali zapatisti

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Nel combi di ritorno dal Cideci, il Centro Indigeno di Formazione Integrale di San Cristobal de las Casas, c’è un’aria di fermento. Qualcuno racconta che gli zapatisti, come parte della loro narrazione successiva al Levantamiento del 1994 – la ribellione guidata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) nello Stato del Chiapas – fissarono un “orario del fronte di combattimento sud-orientale”, sincronizzando gli orologi un’ora in avanti rispetto al fuso orario adottato dal Governo federale. Un modo per rappresentare il loro tenersi sempre un passo avanti rispetto al Malgobierno, il nome dato in spregio al Governo federale messicano. 

In occasione del trentunesimo anniversario dell’inizio della rivoluzione, l’EZLN ha indetto la prima sessione degli Encuentros Internacionales de Rebeldìa y Resistencia, per annunciare le prospettive future della lotta. Siamo stati in Chiapas per capire quanto di quella storia parli ancora oggi, e ad ogni latitudine, di uno sforzo creativo essenziale per dare forma e sostanza alla necessità di realizzare altri mondi possibili.

Una manciata di minuti prima di quel viaggio tra le vie della città chiapaneca, aveva concluso il suo discorso Marcos, già Subcomandante Insurgente e dall’ottobre 2023 nuovamente Capitano- come al tempo in cui si unì, nel 1984, alle file dell’EZLN. Nell’atmosfera elettrica delle conferenze organizzate nei giorni di celebrazione, tra una sbuffata di pipa e una battuta su Taylor Swift paladina dei finti progressisti, aveva raccontato al pubblico ipnotizzato un dialogo immaginario sul futuro intercorso con una bambina dell’anno 2144. «Com’è il mondo nel tuo tempo?» aveva fantasticato di chiederle, ricevendo in risposta un «Dipende da cosa state facendo voi nel vostro».

Quella sentenza era riecheggiata nella sala dell’uditorio del Cideci quasi fosse stata realmente pronunciata da una creatura di un’era ancora da venire. Ora continuava a rimbalzare nel cassone di quel furgone sovraffollato, in cui italiani, colombiani, inglesi e messicani cercavano di anticipare i dossi delle strade dissestate della periferia est di San Cristobal.

«Oggi non è più, per noi, una questione di vita o di morte, come 31 anni fa. Per noi il problema non è più sopravvivere, ma cosa fare con questa vita», aveva aggiunto il Capitàn.  

 

«Come sarà il mondo il giorno dopo la tormenta che lo sconvolgerà? Sarà lo stesso o sarà diverso? E cosa stiamo facendo per costruire un altro mondo per il futuro?»

 

Per rispondere a questi interrogativi, dopo una lunga fase di autocritica il movimento zapatista aveva deciso di proporre una nuova strategia: il Comùn. 

Fuori dal taxi collettivo, dopo i saluti e l’appuntamento al Caracol II di Oventic per la prosecuzione degli Incontri il giorno successivo, potevi leggere su facce provenienti da continenti così lontani uno stesso entusiasmo e una stessa confusione: che cos’era quel Comùn che gli zapatisti proponevano al mondo accorso in Chiapas?

Un nuevo camino

A 224 kilometri da San Cristobal de las Casas, spingendosi verso il Nord del Chiapas, in mezzo alla selva compare il Caracol V “Roberto Barrios”. Una distanza su carta che non corrisponde ai kilometri reali da percorrere attraverso le autostrade più ampie, per evitare i ripetuti blocchi stradali messi in piedi da gruppi di abitanti, con l’aiuto di milizie paramilitari, sulla tratta che passa per Ocosingo. 

Dall’altra parte, sul tragitto più lungo, sono frequenti i controlli da parte della Guardia nacional messicana e della Policìa de Investigaciones, che perquisiscono l’autobus pubblico su cui viaggiamo in cerca di esplosivi e armi, come ammette candidamente l’autista.

All’ingresso del Caracol, una delle unità di autogoverno regionale istituite a partire dal 2003 dagli zapatisti nei territori liberati durante il Levantamiento, un murale ritrae una figura in passamontagna che sbuca da una conchiglia affusolata. Le mani che creano una parentesi all’altezza della bocca, come a voler amplificare un grido. Il dipinto è incorniciato da una scritta: “ il Caracol che parla per tutti”. Come per ironia, oltre il cancello d’ingresso si sentono solo il vento e qualche ramo che si spezza nella foresta fitta sullo sfondo.

«Se vuoi parlare con loro, devi provare lì. Se sei fortunato ti faranno entrare» ci aveva detto uno dei ragazzi che riscuotono i 40$ richiesti ai turisti per visitare le cascate di Roberto Barrios, nella casetta di legno in fondo a quella stessa via, aggiungendo: «Qui non sappiamo niente noi, solo i vecchi si ricordano la storia, la rivoluzione del ‘94, l’esercito zapatista…». Loro, lì; qui, noi. Aveva rimarcato quelle parole.

Aspettiamo con pazienza, riparandoci nell’unico rettangolo d’ombra disponibile. Tutto intorno, sentiamo gli occhi della selva che ci scrutano.

Finalmente si affaccia qualcuno, ci chiede chi siamo, si consulta con una presenza rimasta invisibile nell’edificio di fronte che è la sede della Junta de Buen gobierno, e dopo pochi minuti scende per venirci incontro.

Non si presenta, e non ci chiede il nome: «uno zapatista identifica un compagno in quello che fa, non in quello che dice di essere», avrebbe spiegato Marcos nel suo intervento al Cideci. Il nostro interlocutore ha 24 anni, e presta servizio come volontario nel centro di prima assistenza sanitaria più giù sulla strada per arrivare al pueblo– «Se vi chiedono chi siete, dite che siete del caracol I,II, XII…: tardate a dire i vostri nomi individuali». Senza saperlo, stavamo assistendo a una lezione di zapatismo applicato.

Quando gli chiediamo di dirci di più della situazione attuale nel territorio del Caracol V, un territorio da oltre 10 anni sotto attacco da parte di gruppi paramilitari ingaggiati da alcune delle popolazioni dell’area, ci invita ad andare ad Oventic: sono tutti radunati lì, ci dice, tutti gli zapatisti di tutti i Caracoles, per festeggiare l’anniversario della rivoluzione e per annunciare al mondo un “nuevo camino”. Indica l’edificio nella cui ombra ci eravamo riparati: da un paio d’anni, racconta, le Junte de Buen gobierno, gli organi amministrativi centrali nominati per ciascun Caracol, non sono più operative, e i vari Caracoles hanno deciso insieme di riorganizzare il movimento su basi più orizzontali, dopo una lunga e lenta consultazione in cui tutti erano stati sentiti. 

Lo salutiamo, e si allontana. Lentamente. Come lentamente procedono le lumache, i caracoles. E come lentamente era stato deciso un nuovo cammino comune, che finalmente gli zapatisti sembravano pronti ad annunciare.

Terra comune

Un paio di passi davanti al tavolo, un po’ laterale rispetto al parterre di donne, uomini e una bambina mascherati, l’attenzione della sala si concentra su una lavagna.

In piedi, pennarello alla mano, il Subcomandante Insurgente Moisés ripercorre la storia della parcellizzazione delle terre nel Sud-Est del Messico. In un territorio caratterizzato da una stragrande maggioranza di piccoli coltivatori- stando al censimento del 2022 dell’INEGI, l’Istituto nazionale di statistica messicano- è una questione di vitale importanza.

Traccia sulla lavagna un cerchio, poi lo suddivide in segmenti orizzontali, verticali; dalla griglia sceglie un quadratino e lo indica: «Fate conto che questi siano 2 ettari e mezzo. La riforma agraria del malgoverno messicano dice che se dimostri di essere proprietario di 2,5 ettari di terra, puoi ricevere delle sovvenzioni», 5.000$ per l’esattezza, secondo il programma ironicamente pubblicizzato con il nome Sembrando Vida dal precedente governo di Lopez-Obrador (come documentato dal Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de las Casa nel rapporto 2023). Un’enormità per un piccolo coltivatore in Chiapas. «Ma che succede se hai 4 figli?» il Subcomandante divide in 4 parti il quadratino «E se i tuoi figli hanno 4 figli ciascuno, che lasci ai tuoi nipoti? E ai tuoi pronipoti?» il quadratino si riempie di linee tratteggiate fino a diventare uno scarabocchio indistinguibile.

Moisés, cappello a falde ricurve in punta ben piantato sul passamontagna, traccia di nuovo un cerchio: «Dobbiamo andare da un estremo all’altro. Da un sistema in cui già dalla pancia della madre si è destinati ad essere o sfruttati o sfruttatori, e così fino alla morte, ad un altro di ripartizione giusta e lavoro comune delle terra». Si ferma per prendere fiato, poi indica il nuovo cerchio che ha disegnato sulla lavagna: «Dobbiamo tornare al comùn».

Secondo Andrea Cegna, che da anni si occupa di America Latina per numerosi giornali italiani e che cura il blog “Il Finestrino”, il Comùn è più di una formula retorica. All’ombra del refettorio principale, nel Caracol di Oventic, ci si ritrova in gruppetti intorno alle lunghe tavolate stese in mezzo alla sala. Il giornalista vede nel nuevo camino una proposta di pace: dopo un periodo di autocritica, in cui il movimento ha messo in discussione dalle fondamenta le forme di gestione delle terre che ha liberato con la rivoluzione del 1994, giudicate come forme ancora troppo vincolate al paradigma della proprietà, gli zapatisti hanno deciso di riorganizzarsi intorno al modello dell’uso comune dei terreni. 

Un modo per superare le distanze e, spesso, gli attriti con le comunità che non si riconoscono nel movimento zapatista, con quelle che ne facevano parte e se ne sono tirate fuori con il tempo, e addirittura con chi vi si oppone, i “contra”. 

Da anni, sostengono gli zapatisti, il governo messicano persegue una strategia di guerra a bassa intensità, con l’obiettivo di rivolgere le popolazioni dei pueblos contro il movimento. Come ricordava il Subcomandante Moisés nel suo intervento e come denunciato da alcune organizzazioni per i diritti umani come il Centro de Direchos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, l’ultima riforma agraria nazionale risponde proprio a questa strategia: per poter ricevere un sussidio dallo Stato, infatti, è necessario dimostrare la proprietà su almeno 2,5 ettari di terreno. A fronte di una progressiva parcellizzazione degli appezzamenti tra piccoli produttori, a concentrazioni monopolistiche crescenti che fanno spazio a grandi coltivazioni, allevamenti intensivi o mega-progetti di “sviluppo” della regione- come denunciano Ceceña e Ornelas nel loro ultimo lavoro di ricerca, “Devastaciòn”-, e a fronte di un controllo del territorio da parte di gruppi legati al narcotraffico in aumento (CDH Frayba, 2023), difficilmente una famiglia di piccoli coltivatori del Sud-Est messicano riesce a dimostrare la proprietà di tali quantità di terre. Questa frustrazione, nelle zone in cui l’EZLN è riuscito a spingere la rivoluzione, comprensiva di un radicale programma di redistribuzione delle terre che stabiliva il principio della proprietà collettiva delle stesse- come ricorda l’attivista e ricercatore Giovanni Confetto in “Zapata vive, la lucha sigue!”-, talvolta si riversa sulle comunità zapatiste. Viste come ostacoli alle garanzie di proprietà richieste dal Governo centrale.

L’ennesima porzione di tacos al pastor atterra al centro della tavola, imponendoci una pausa. 

«Non solo» riprende Andrea «Il Governo messicano non interviene per risolvere dispute in un territorio attraversato da conflitti intra-comunitari». Questo atteggiamento spinge le comunità locali ad ingaggiare gruppi paramilitari, spesso legati al crimine organizzato (CDH Frayba, 2023), in funzione anti-zapatista. «È quello che succede soprattutto nel Nord del Chiapas, in territori come Roberto Barrios, o qui vicino a San Andrés».

Immediatamente il pensiero va alla demarcazione verbale con cui il ragazzo nella casupola all’ingresso delle cascate aveva fotografato il rapporto del pueblo con la comunità zapatista: loro, lì; qui, noi.

Proprio a partire dai territori più settentrionali già da un anno, come si carpisce dal discorso del Subcomandante, il Comùn ha iniziato ad essere proposto come esperimento per superare i contrasti legati alla proprietà della terra: chiunque, singolo agricoltore, cooperativa o gruppo organizzato, può accedere all’uso del suolo difeso dall’EZLN pur senza appartenere alla comunità del Caracol o al movimento zapatista. Secondo un principio di condivisione di valori comuni che trascende l’entità zapatista: un’idea le cui implicazioni si preannunciano come epocali per l’organizzazione stessa del movimento.

Un nuevo camino, insomma. Anzi, un ritorno sulla strada delle origini.

«Non è un caso il ritorno di Marcos come Capitàn, come nel 1986.» Quel 1986 in cui erano gli zapatisti soli contro tutti, «ma attraversato da un’apertura nuova del movimento, frutto di un percorso iniziato con la VI Dichiarazione della Selva Lacandona». Andrea si interrompe: una musica si è alzata fuori dalle mura della mensa comunitaria. È ora di muoversi: è iniziato lo spettacolo.

Lotta comune

Javier accarezza dolcemente la foglia rinsecchita che tiene tra pollice e indice, poi con uno strappo secco la spezza e ci mostra un filamento che si allunga mano a mano che le parti vengono allontanate.

«Un tempo il sisal dava lavoro a tutti, qui a Homùn» dice quasi con orgoglio «poi con l’arrivo del nylon, la fabbrica nella vicina cittadina di Tahmek ha chiuso, e gli abitanti si sono ritrovati senza un lavoro». Javier è uno dei tanti autisti di tuk tuk motorizzati che portano i turisti in visita nelle decine di cenotes– cavità sotterranee che raccolgono correnti di acqua dolce e salata, creando una rete ecosistemica di straordinaria importanza- disseminati nell’area intorno alla piccola cittadina dello Yucatan, a pochi kilometri da Merida.

Qui l’economia turistica ha iniziato a prosperare da 3-4 anni, ci racconta, e sono sempre di più gli abitanti che sfruttano la congiuntura economica per vendere i propri terreni, a fronte di un costo della vita in progressiva crescita, ad investitori messicani e stranieri che iniziano a costruire ristoranti e strutture ricettive.

Strettamente legata al mercato dei terreni ed immobiliare è la dimensione dei mega-progetti infrastrutturali, come denunciano i già citati Ceceña e Ornelas. Ne è un caso esemplare il Tren Maya, recentemente ultimato nella tratta che promette di incrementare i flussi di turisti e di merci circolanti tra la punta estrema dello Yucatan e il Nord del Chiapas.

Alle promesse di prosperità, però, per il momento hanno fatto seguito soprattutto preoccupazioni di carattere ambientale e socio-culturale: come denunciato dai due studiosi in Devastaciòn, se da un lato sono allarmanti i rischi legati alla perdita di biodiversità e alle potenziali catastrofi ambientali che tale progetto “trasporta” con sé, dall’altro preoccupano l’accrescimento delle concentrazioni monopolistiche, l’aggressività predatoria delle società e delle piattaforme che si dedicano al turismo di massa, la militarizzazione e la parallela, ironia della sorte, proliferazione del business dei cartelli della droga foraggiata dalla crescente domanda determinata dai flussi di visitatori. Con ripercussioni profonde sull’alterazione della struttura e delle tradizioni comunitarie delle popolazioni locali.

«La lingua maya si sta perdendo, e anche la nostra cultura. Prima era lo spagnolo, ora l’inglese che le stanno piano piano sostituendo» sintetizza Javier con un sorriso largo e addolorato. Sono 5 anni che fa questo lavoro, e nel tempo ha visto moltiplicarsi le possibilità di guadagnare dall’arrivo di turisti nella sua cittadina. Ci confessa che ripone grandi aspettative nelle previsioni che circolano sull’ incremento nel numero delle visite nei prossimi anni: «Qui ci stiamo tutti preparando a un’esplosione come quella che c’è stata a Merida nell’ultimo periodo». Mentre lo dice non possiamo fare a meno di ricordare le strade deserte, i cartelli con la scritta Vendesi, i locker appesi ai cancelli per le vie buie appena fuori dal centro storico, nel Nord-Est della capitale dello Yucatan. Segni tangibili di un incremento incontrollato dell’economia turistica che ha costretto ampie fasce della popolazione ad abbandonare i quartieri in cui abitavano, come hanno raccontato Vidés e Santillàn nella loro ricerca del 2021.

Javier si muove a zig zag tra le strade sterrate, così come si sposta fluttuando tra le contraddizioni legate ad un processo di sviluppo del territorio in cui vive da quando era bambino. Da un lato c’è la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita individuali attraverso la micro-imprenditoria che si affida all’incremento dei flussi di visitatori, dall’altro lo stravolgimento epocale, i cui guadagni arricchiscono i grandi investitori, delle condizioni di esistenza in un territorio che deve prepararsi alla sfida dell’economia del turismo di massa e dei mercati globali.

Emblematica, in questo senso, è la storia della lunga battaglia condotta da un gruppo di abitanti di Homùn contro un progetto che prevedeva la costruzione di un allevamento intensivo di maiali nei pressi della cittadina. Con il profilarsi all’orizzonte di un incremento nella domanda anche dal punto di vista alimentare, l’area comincia ad essere oggetto delle mire di investitori che acquistano i terreni dai residenti per istituirvi grandi piantagioni e aziende agricole.

Javier ed altri abitanti di Homùn si sono uniti in protesta contro il progetto della megagranja che avrebbe dovuto essere ospitata nei pressi del centro abitato, lamentando gli effetti nocivi che questa avrebbe comportato in termini di inquinamento delle falde acquifere circostanti e dell’aria. «La puzza avrebbe dissuaso i turisti dal visitare i nostri cenotes. Sarebbe stato un danno enorme per tante famiglie che vivono di questo» ci spiega, raccontandoci delle manifestazioni arrivate fino a Merida e conclusesi, nel Febbraio del 2024, con lo stralcio dell’autorizzazione precedentemente concessa dalla Segreteria per lo sviluppo sostenibile per l’edificazione dell’allevamento. Una vittoria festeggiata dalle molte famiglie proprietarie dei piccoli appezzamenti di terreno, concessi come forma di liquidazione dopo la dismissione della fabbrica di Tahmek, in molti dei quali sono state negli anni scoperte le cavità sotterranee diventate una delle principali attrazioni turistiche dello Yucatan. 

Una storia solo apparentemente lontana dalle istanze raccolte nei giorni degli Incontri internazionali zapatisti in Chiapas, e che simboleggia la complessità della lotta in cui il movimento agisce a partire dalle intuizioni raccolte nella VI Dichiarazione della Selva Lacandona– il documento programmatico del 2013 che stabiliva l’appoggio del movimento zapatista alle lotte condotte da altre organizzazioni, in Messico e nel resto del mondo, impegnate nel miglioramento delle condizioni degli sfruttati contro gli sfruttatori.

«Non dobbiamo scontrarci sul nostro essere comunisti, anarchici, zapatisti e così via. Dobbiamo invece confrontarci sul nostro comune obiettivo: distruggere il sistema» avrebbe affermato Marcos durante il suo ultimo intervento al Cideci, aggiungendo: «per questo motivo abbiamo deciso di aprire il movimento».

Commentando le parole del Capitàn, Andrea sottolinea ancora una volta l’esercizio di autocritica messo in campo dagli zapatisti. Dopo anni in cui il movimento era rimasto rigido nelle sue posizioni, anche a costo di intensificare gli attriti con altri gruppi e organizzazioni politiche, in seguito alla Otra Campaña e alla Gira por la Vida, occasioni in cui gli zapatisti avevano girato prima per il Messico e poi per l’Europa per raccogliere le testimonianze e le lotte delle comunità impegnate nella lotta anticapitalista, sembrava ora che l’organizzazione si concepisse come parte di una mobilitazione più grande, di una lotta comune trasversale. Senza tuttavia dismettere il profondo senso della propria responsabilità di soggetto in grado di convocare altre realtà a raccolta: per questo motivo Marcos aveva rilanciato l’appello rivolto alle associazioni a ritrovarsi nella sessione degli Incontri internazionali ad esse dedicata, la prossima estate.

«Non ci idealizzate» aveva chiosato Marcos «siamo fatti della stessa merda di cui siete fatti voi». 



Alternativa comune

Era proprio come ci aveva detto il ragazzo del Caracol V “Roberto Barrios”: zapatisti accorsi da ogni angolo del Chiapas si erano raccolti ad Oventic per le celebrazioni del Levantamiento. Tra loro, c’era chi aveva piantato tende e chi dormiva nei sacchi a pelo sul pavimento delle stanze messe a disposizione dal Comitato di accoglienza. 

Migliaia di persone radunate per 3 giornate di eventi culturali sulle montagne del Sud-Est messicano. Migliaia di occhi puntati sulla radura ai piedi della lunga discesa su cui si sviluppa il Caracol di Oventic, lì dove un gruppo di giovani si alterna sulla scena tra gli applausi. 

Sono artiste e artisti provenienti dalle diverse comunità zapatiste: nei mesi passati avevano scritto e rappresentato uno spettacolo teatrale in 12 anni, uno per ciascun Caracol. La tormenta y el día después. La proposta, in chiave poetica e narrativa, di una ricostruzione della vicenda dell’esproprio delle terre e dell’erosione delle proprie tradizioni comunitarie vissuta dalla popolazione chiapaneca, e del suo riscatto attraverso l’auto-organizzazione. Per metterla in scena, ragazze e ragazzi zapatisti avevano superato le difficoltà logistiche che spesso sono ostacolo alla comunicazione tra le diverse unità amministrative in cui si articola il movimento, radunando le loro forze per dare corpo ad un’idea, un’intuizione.

«Abbiamo dismesso il vecchio sistema verticista, perché ci siamo accorti che non funzionava»- le parole che avrebbe pronunciato il Subcomandante Moisés da lì a poche ore, nell’ultimo discorso prima della mezzanotte del 31 Dicembre, risuonavano interscambiandosi con quelle raccolte nel Caracol V, il “Caracol che parla per tutti”. Sembrava che quello spettacolo teatrale fosse la prova generale dello sforzo creativo che era stato necessario per riorganizzare l’impalcatura del movimento zapatista su basi più orizzontali.

Come ci aveva detto Andrea, il nuevo camino scelto dai rivoluzionari chiapanechi veniva anche dalla presa d’atto di un progressivo spopolamento delle file del movimento zapatista, e dalla conseguente esistenza di comunità con un maggiore e comunità con un minore numero di militanti. Cosa che stava determinando profondi squilibri nella capacità d’azione dei diversi Caracoles.

La nuova organizzazione avrebbe dovuto, perciò, mettere in campo un sistema capace di distribuire le risorse tra i diversi territori in cui si articolava il movimento, attraverso una migliorata capacità di supporto reciproco tra gli stessi e, per così dire, una nuova ecologia basata sulla messa in comune, anche all’interno dell’organizzazione.

«Viva el Comùn!» grida una voce fuori scena. «Viva el Comùn!» rispondono all’unisono le attrici e gli attori stretti in un gruppetto in mezzo al prato, il pugno sinistro levato al cielo. Si alza una musica, e da ogni angolo dell’ accampamento di tende e teloni sbucano file di giovani vestiti di foglie e di rami. Danzano tutti insieme, unendosi ai festeggiamenti di quanti erano già in scena. 

All’improvviso sembra molto più vivida quell’idea che nei giorni precedenti aveva preso forma dai tratti di pennarello su una lavagna al Cideci. L’idea di un ritorno ad un modello di vita comunitaria, che dalla gestione comune della terra fa discendere una struttura organizzativa in cui le decisioni vengono prese dalla comunità che si prende cura dei territori in cui abita. Un’idea in formazione, che richiede tempo per farsi carne, ma che già suggerisce, con le riflessioni che hanno portato alla dismissione della struttura delle Giunte del buon governo e del sistema organizzativo ad esse collegato, un esperimento di democrazia diretta radicale aperto al contributo di realtà e organizzazioni non necessariamente zapatiste, ma che condividono un sistema di valori trasversale alle singole lotte.

Il sole è calato su Oventic. Mancano pochi minuti alla mezzanotte.

Dal palco, Moisés si rivolge ad una massa radunata tra le braccia della selva del Chiapas ma estesa potenzialmente a tutto il globo: «Adelante compagne e compagni del Messico e del mondo. Viva tutti i ribelli e i resistenti del mondo!»- dall’oscurità della foresta si alzano nell’aria tutto intorno fuochi d’artificio, mentre sale il pathos nel discorso e un senso di futuro ancora tutto da costruire: «Viva tutti quelli che lottano per un mondo nuovo!». «Viva!» risponde la selva.

di Lorenzo Ianiro (Lorenzo Ianiro),Andrea Cegna (Andrea Cegna)

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