Bari – Città del viaggio

Questa fanzine è il manifesto di Bari – Città del Viaggio, un progetto collettivo della comunità di Scomodo Bari nato dall’esigenza di ribaltare il paradigma rassegnato per cui dal Sud sia necessario emigrare. Abbiamo scelto di analizzare l’esperienza migratoria attraverso tre dimensioni – partire, restare e arrivare – per capire cosa spinga un corpo a muoversi e cosa, invece, lo trattenga o lo accolga. La natura comunitaria dell’opera permea anche la sua realizzazione fisica, frutto di workshop gratuiti rivolti alla cittadinanza: un prodotto fatto per essere di tutte e tutti.

Di seguito vengono riportati i racconti che sono stati prodotti durante il workshop di scrittura creativa. 

Un viaggio familiare

di Aurelio Bruni

“Gentilissimo come sempre, dottor Levi”. Francesco Corsi, dopo aver pronunciato queste parole, esce dall’ospedale per dirigersi nel suo studio a Bari. 

Mentre Francesco riordina le ultime carte arriva Marco Netti, suo collega. “Architetto disturbo?” sussurrò Marco. “Ehi, ciao. Entra pure ma so già cosa vuoi sapere” rispose Francesco. “Allora dimmi”. “Tutto ok stamattina, però preferisco pranzare a casa. Sono un po’ stanco”. 

“Peccato, hanno aperto quel nuovo sushi, poi ti voglio parlare degli ultimi casini con Lucia…” dice Marco con tono dispiaciuto. “Da domani mancherò per qualche giorno, volevo avvisarti”.

Qualche minuto di silenzio, rotto da Marco. “Una vacanza… interessante. Spero con Teresa, è lei la donna per te. Abbiamo quarant’ anni ormai, certe cose si capiscono”. 

“No, non è Teresa. In realtà…’’

DRINN DRINN (suono del cellulare di Francesco). Francesco risponde al cellulare facendo capire a Marco che l’avrebbe richiamato per spiegargli tutto.

Il mattino seguente, intorno alle dieci, Francesco è in macchina con suo padre Maurizio. I due si stanno dirigendo verso Polignano, nello stupore dello stesso Maurizio. “Dai ogni tanto fa bene cambiare aria” dice Francesco. 

“Sì, ma sono anziano e con tutti i problemi che ho…” rispose il padre. 

“Non ci pensare, goditi il viaggio”. Dopo aver pranzato, i due iniziano a passeggiare: 

“Papà devo dirti che…”

“A tua madre piaceva tantissimo questo posto” dice Maurizio guardando il mare. 

“Non posso ricordarla, lo sai” risponde Francesco continuando “con lei eri diverso, vero?”. 

“Sì, e per me c’è ancora”. 

Il giorno dopo, verso le diciannove, i due sono in giro per Monopoli. 

“Da piccolo giocavo a calcio in questa piazzetta” dice Francesco aggiungendo “e casa dei nonni era lì” indicando con il dito. 

“Mi dispiace, lo sai” risponde Maurizio “non sapevo che fare dopo che è morta tua madre”. Silenzio, poi Francesco riprende “e quindi te ne sei andato”. 

“Sì, eri troppo” conclude il padre.

L’indomani, verso sera, padre e figlio sono in un trullo che si presenta silenzioso con una luce bassa. Maurizio è seduto con le mani intrecciate mentre Francesco è in piedi. “Devo dirti una cosa” dice Francesco. 

“No”, rispose il padre. Silenzio.

“Non sai cosa sto per dire” continua il figlio.

“So tutto, non serve che me lo dici” conclude il padre guardando negli occhi il figlio. 

“Sai che la malattia si è aggravata e non mi dici niente?”.

Il padre lo guarda a lungo e risponde “perché avresti iniziato a morire prima di me”. Francesco, quasi con le lacrime agli occhi, dice:

“Io sto già morendo” e il padre annuisce: “Lo so, e mi dispiace”. I due si lasciano andare ad un abbraccio speciale, in grado forse di guarire le ferite di tanti anni.

A distanza di qualche giorno si svolge il funerale di Maurizio, ma qualcosa è cambiato in Francesco. Merito di questo viaggio e di una foto che ora risplende nella sua casa. La foto riprende un piccolo Francesco, sulle spalle del papà, insieme alla mamma a Polignano.

Mi sono stufata

di Sara Calabrese

Giugno 2016 – Taranto

“Mi sono stufata proprio assai di sognare l’America da quando sono bambina e di non poterci arrivare come i “cristiani aggarbati”. Mi sono stufata di arrivare, tutte le volte, da Taranto fino a Bari per prendere l’aereo. Un’ora e mezza di macchina se tutto va bene e soprattutto se mio zio, quel santo sceso in Terra, riesce ad accompagnarmi. Se no, arrivaci tu con la navetta che “mamma mamm” o con il treno che “Gesù mio”. 

Mi sono stufata di stare alle regole di non so chi, per il volere di non so chi, per i capricci di non so chi. 

Mi hanno detto che devo imparare a essere più calma, e a non agitarmi per queste “fesserie”. Pure il “resto” da sopra in pratica. Ma per me, queste, non sono per un cazzo fesserie”.

Veramente, Rosa, non sa nemmeno perché la sogna quell’America là. È il sogno che ha trovato scritto sul “Cioè” o su qualche altra rivista adolescenziale. Oppure l’ha vista in qualche telefilm da comitiva spicciola, chi può dirlo. Quel pensiero della Grande Mela che le ha spappolato la tempia destra, e che poi, si è attaccato alla pelle come quel caldo umidiccio di Luglio inoltrato. Quell’umidità che si taglia con il coltello e che se premi col polpastrello destro sul braccio sinistro, può essere che rimani incollato a vita.

Non lo sa nemmeno lei perché vuole partire, partire sempre. Ma fatto sta che continua a sognare quelle dannate insegne che si accendono e spengono, e non si riferisce a quelle natalizie sui balconi che conosce da sempre.

“Sembra quasi un parto ogni volta per arrivare. Poi, c’è da dire che mi sono stufata di dire sempre grazie e per favore anche quando non serve. Posso essere o no, una cittadina di ‘sto mondo? O devo chiedere il permesso a qualcuno? Che sono andata a fare fino a Milano per studiare, per la bella faccia vostra? No, non esiste proprio, non mi calmo proprio. Senti a me, lascia perdere ‘ste minchiate, e inizia ad alzare il culo. Proponi tu delle cose, fai vedere quello che sai fare. Che non si sa mai”.

Rosa è apparentemente un po’ scontrosa, ma mai disonesta. Quella Terra, la sua terra, la ama. La ama veramente e per quello si incazza come una bestia. 

 

Estate

di Nicol Verni

Nella piazza splende un caldo sole estivo, un vento fresco smuove l’aria. Sfreccio con la mia bicicletta. Mi fermo, porto una mano agli occhi e osservo il paesaggio, adoro questo tipo di giornate. Mi infilo le mie amate cuffie e continuo il giro.

Oggi è l’ultimo giorno prima della partenza. Domani mi trasferisco nella mia residenza estiva, una piccola casetta a Castellaneta Marina.

A casa le valigie sono tutte pronte, trasferire ogni anno una casa intera è faticoso, ma per una artista questo è necessario, mi servono i miei libri, gli strumenti da lavoro: fogli, colori, progetti. Mi faccio una doccia, una cena veloce e subito a letto, domani il giorno della partenza sarà una giornata complicata.

Mi lascio sfiorare dalla brezza che entra dalla finestra aperta e osservo la luce dei lampioni che traspare.

Mi giro nel letto e lascio vagare la fantasia, la mia mente si riempie di storie fantastiche che aggiungerò ai miei libri.

Mi sveglia la luce accecante e il caldo soffocante del giorno. Mi alzo, i miei genitori hanno già caricato la macchina. Mi vesto e aiuto nelle ultime operazioni prima della partenza.

Ci fermiamo a mangiare a un fast food e subito si parte. È una giornata stupenda, osservo il paesaggio dal finestrino della macchina, mio padre accende la radio e parte la musica: Buon Viaggio di Cesare Cremonini.

La vegetazione di Castellaneta Marina, mi ispira nella realizzazione di quadri, non faccio quadri, non più, adesso studio per illustrare libri per l’infanzia e scrivere quei libri, ci ripenso con un po’ di nostalgia, ma non cambierei mai idea, sono contenta della mia scelta e vado avanti fiera, ma un bel paesaggio rimane un bel paesaggio e me lo godo lo stesso. Sento gli uccellini cinguettare, le cicale friniscono.

Scarichiamo i bagagli, apriamo la casa dopo il lungo inverno, sa un po’ di chiuso, è impolverata, qualche ragnatela spunta qua e là. Ci destreggiamo fra gli ingombri: il tavolo esterno, la bicicletta, le varie cose da uscire in giardino.

Mi stendo sul divano a leggere un buon libro, quello non manca mai.

Sistemata la casa, il giorno dopo e essermi ripresa dal viaggio, indosso un costume, mi allaccio il pareo e mi dirigo alla piscina difronte l’appartamento.

Mi lascio andare, spicco un salto, l’acqua mi avvolge, il silenzio si impadronisce di me.

Phóros

di Silvio Ardito

Place de la Concorde era una landa di pietra sotto un cielo di metallo. L’obelisco di Luxor fendeva le nuvole, ma nessuno ci faceva caso. Il rosso del semaforo pedonale imponeva un blocco assoluto, un altare di metallo nero che dominava la scena. Ero lì, mani nelle tasche della giacca, fermo. Accanto a me, un uomo brizzolato guardava oltre la piazza. Un ragazzo fissava il traffico. Una donna guardava altrove. Ognuno nel proprio scompartimento stagno, isolato nella folla.

Nelle orecchie, l’intro di Get Sun. Il basso degli Hiatus Kaiyote era un cuore artificiale che pompava a vuoto. Le voci distanti e il traffico parigino scivolavano senza graffiare la pelle. Era attesa allo stato puro. L’immobilità non era una scelta, era un anestetico per non sentire la mente che deragliava contro i miei stessi limiti.

Poi, il taglio di frequenza. 

La musica sfumò, inghiottita dal silenzio. Un battito di ciglia durato un volo di linea e oltre mille chilometri di distanza.

L’aria cambiò radicalmente. Divenne uno schiaffo umido di salsedine e asfalto caldo. Bari. L’incrocio sotto l’Ateneo col suo bugnato massiccio, implacabile sotto i lampioni gialli. Bari non chiede il permesso, ti urta contro. Ti sbatte come un polpo sullo scoglio.

Ero davanti alle strisce sbiadite. Scattò il verde. Non una concessione, un imperativo. Il battito del segnale acustico martellò l’aria. Ta. Ta. Ta. Ta. Un ritmo secco, il metronomo di un’azione ineluttabile. Le macchine non si fermarono di colpo. Sfrecciavano come scie luminose, metallo lanciato nella notte. Il rumore dei motori era assordante. Quelle scie erano la mole di ciò che avevo lasciato indietro, ostacoli da sormontare per non restare fermo.

«Apri gli occhi.» La voce arrivò all’improvviso, un loop mixato coi rumori urbani. Un crescendo di lingue sovrapposto al cicalino. Ta. Ta. Ta. Ta. «Apri gli occhi.»

Guardai oltre la carreggiata. Tornare nei luoghi in cui sei cresciuto non è una consolazione, è un corpo a corpo coi fantasmi di chi non sei più. È chiedersi se sia giusto calpestare di nuovo quel marciapiede dopo anni a cercare un futuro altrove. La risposta era nel movimento.

Il ritmo accelerò: il verde stava per scadere. La riappropriazione della propria città doveva passare per quel frastuono. Scesi dal marciapiede. L’aria spostata dai fari mi colpì i fianchi. I passi diventarono una corsa controllata in diagonale. Niente pensieri, solo la fisica di un corpo che guada il proprio passato mentre il mondo gli esplode accanto.

Il cicalino era un martello nel petto. Raggiunsi il lato opposto nell’istante in cui il suono cessò. Mi voltai a guardare l’incrocio, le macchine che riprendevano a correre. La camicia fradicia mi si incollava alle scapole, una pelle distrutta che esalava di sopravvivenza. 

Tornare non era l’inizio di una tregua. Era la fine dell’anestesia.

L’invito della strada era questo: non chiudere mai gli occhi.

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

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