Essere queer al Sud

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Esistere come corpo queer è un atto politico: farlo al Sud significa farlo dentro una trama fitta di relazioni, silenzi e memorie che non si possono aggirare con leggerezza. Per capirlo e raccontarlo, abbiamo raccolto le voci di chi abita il meridione fuori dall’eteronormatività; ascoltando non solo paure ed esclusioni, ma desideri, sessualità, strategie di sopravvivenza e forme quotidiane di resistenza. La narrazione dominante impone un bivio: partire verso i grandi centri più a Nord, raccontati o percepiti come oasi di liberazione, oppure restare e accettare la marginalità. Le testimonianze incrinano questa alternativa: parlano di una restanza militante, della scelta di fondare collettivi nelle province, di creare spazi sicuri.

 

La famiglia e la famiglia queer

Una delle prime, grandi differenze che si sperimentato quando si passa dal Sud al Nord è quella fra due modelli di coesione sociale differenti: uno legato alla tradizione, l’altro invece più fluido, in continua evoluzione. Il Nord è posto al crocevia di molti tragitti, individuali e collettivi. Nel corso di pochi anni, un circondario può mutare faccia completamente. Questo crea una architettura di comunità che deve essere continuamente rinegoziata, che si rinnova. Molto diverso appare invece il panorama che tipicamente si trova nelle città del Sud. 

La vita al Sud è caratterizzata da un patto sociale più serrato, persino claustrofobico. Il cambio da questa situazione fatta di mappe sociali durature a un landscape come quello milanese genera di solito emozioni contrastanti in chi, dal Sud, va a vivere al Nord. Da un lato abbiamo lo smarrimento, la difficoltà a ritrovare un senso di comunità in un luogo dove nessuno si conosce e i rapporti sono troncati dal prossimo trasloco o da una migliore offerta di lavoro; dall’altro, però, chi viene dal Sud non può non sperimentare anche un inedito senso di libertà: quella di non conoscere e di non essere conosciuti, di poter camminare per la strada cambiando identità anche ogni settimana.

In questo senso, la dimensione sociale meridionale, storicamente colonizzata dalla dimensione familiare, comporta che la sfera privata sia spesso inglobata in quella pubblica. Questa visione della famiglia ha delle conseguenze concrete e dolorose: durante le feste comandate, ma in generale in tutti i momenti in cui viene socialmente prescritto alle persone di passare del tempo con i propri consanguinei (domeniche o compleanni, lauree, matrimoni), si aspetta che l’individuo si conformi alle norme sociali dominanti, pena l’essere ostracizzato dal contesto familiare.

Non è difficile allora credere che, per le persone queer del Sud, il nord abbia sempre rappresentato un luogo ideale e idealizzato, in contrapposizione con l’asfissiante impalcatura familiare e sociale del meridione. Di questo ne parliamo con Zeno, cui chiediamo appunto quanto, secondo lui, il Sud sia effettivamente più problematico rispetto al nord, nel limitare la capacità di ognunə di esprimersi liberamente: «Tantissimo. Io ho passato tutta la mia vita a odiare il Sud, a vivere nel mio profondo antimeridionalismo, che era sia individuale sia del contesto in cui vivevo. Ho passato il mio periodo dalle scuole medie al liceo a idealizzare l’estero, a vivere e interessarmi più della politica estera che di quella italiana, che per un periodo è stato il sogno della grande città di Milano, del nord, e poi è diventato l’America, l’Inghilterra».

La testimonianza delle persone queer mette in luce questa contrapposizione, solitamente glissata: l’idealizzazione di una società eteronormata mediante il teatrino della vita lenta, spesso rappresenta una fonte immensa di trauma e di oppressione per tutti coloro i quali non possono (o non vogliono) conformarsi. Su questo, continua Zeno: «Un altro fattore che secondo me al Sud è fortissimo è l’idea di vergogna, quella interiorizzata che è legata al contesto in cui tutte le voci hanno un peso, tutto il paese, tutta la città sa tutto di tutti e si sente quasi il diritto di sapere esattamente cosa succede nella casa del tuo vicino».

L’argomento queerness rimane un tabù, specialmente in contesti ampi come i grandi pranzi di famiglia e «a meno che non ci sia la persona presente si tende a glissare e quindi a lasciare il silenzio voluto, ma non ascoltarlo», come ci dice Gianmarco. O anche, nel racconto di Ale: «Io e la mia famiglia pranzavamo ogni giorno con i miei nonni, perché abitiamo nello stesso condominio. In quel contesto io praticamente non parlavo mai, soprattutto perché i miei nonni sono estremamente giudicanti, e questo è stato anche il motivo per cui mio padre ha deciso che non avremmo più pranzato sempre con loro».  

Per questo alla famiglia biologica sopperisce spesso una famiglia queer: «È più facile che le persone queer siano così tanto a disagio nel loro nucleo familiare che si rifugino in una famiglia queer», ci racconta una persona che abbiamo intervistato, venticinque anni, che si identifica come «maschio gay», che spiega la queerness come «una identità di persona, di genere, […] in contrasto, quantomeno in parte, con lo status quo, cioè contro l’eteronormatività».

L’intervistatə parla poi della sua esigenza di «vivere la propria queerness attraverso spazi queer», in cui ci sono altre persone «non eteronormate» che vanno «contro lo status quo» e quando le viene chiesto se esistano delle costrizioni sociali che la limitano nell’esprimere la sua queerness, risponde «Sicuramente c’è stata molto in passato. Penso di non aver avuto una crescita lineare come altre persone della mia età, perché da piccolo avevo più difficoltà a esprimermi al cento per cento, e questo mi ha comportato un senso di disagio. […] Più cresco più riesco a selezionare le mie bolle sociali […] e vivermi la mia queerness come un plus, non come un deficit. [Questi] sono spazi sociali che ho dovuto costruire io col tempo». Quando le è stato chiesto se ci sono stati momenti in cui si è sentita discriminata o a disagio per la sua queerness all’interno di contesti sociali, risponde «Sì, per esempio il fatto che alle medie ci fosse la battuta […] “ricchione” o “è stato picchiato un gay, pazienza”».

 

«È il silenzio che fa infuriare» 

Essere queer al Sud è spesso un invito alla fuga: per quanto la generazione Z sia un enorme balzo in avanti rispetto alla percezione che ne avevano le generazioni precedenti, emerge comunque un disagio di fronte all’essere visibili nell’essere queer. Che sia tenersi per mano, che sia un pranzo in famiglia nelle feste comandate, la sola non conformità dà adito a risate, sguardi, ammiccamenti, suggerimenti, come se il circo fosse arrivato in paese e sia legittimato ridere della donna barbuta. Tornando dal Pride, in treno, circondatə di gente che ha appena finito di celebrare la propria identità, è impossibile non notare persone che si struccano, che nascondono bandiere, che abbassano la voce, che si preparano al ritorno a casa per strade che possono assomigliare a campi di battaglia. 

Quello che maggiormente lascia esterrefattə e senza scudi è il silenzio della politica. Nella prima regione d’Italia con un presidente dichiaratamente gay, la visibilità assume i connotati di una rivolta. Lo stigma, poi, raggiunge anche momenti in cui il solo tacere viene superato dalle azioni: «mi sento un po’ appesantito nel momento in cui da alcuni componenti della famiglia non vengo ritenuto abbastanza uomo per bere del vino o abbastanza uomo per, che ne so, parlare di calcio. Quindi vengo sempre escluso a priori perché comunque sanno che, chiaramente, non mi interessa. Lo sanno, però ancor prima che io magari facessi coming out, comunque queste dinamiche c’erano. Non mi dà fastidio il fatto che non mi versino il vino, quanto mi dà fastidio che associno l’omosessualità al non essere uomo».

La ricchionaggine diventa un’espressione anarchica da limitare ad alcune bolle che la possano accettare e in cui la si possa vivere come un plus, invece che un deficit. Tuttavia, eventi spiacevoli possono accadere anche in bolle che dovrebbero essere un porto sicuro: «sono attivista e mi è capitato anche in spazi di attivismo di non essere compresə nella mia identità di genere. Non venivano usati i pronomi che avevo richiesto, non veniva riconosciuta la mia identità; a volte veniva minimizzato il fatto che insistessi su pronomi o linguaggio neutro. Queste situazioni per me sono ancora più difficili, perché se non riesco a sentirmi al sicuro neanche in ambienti in cui teoricamente dovrei, mi cadono le braccia. Ci sono momenti di forte sconforto in cui penso: “devo vivere tutta la vita così, senza sentirmi a mio agio in nessun posto?”. È una battaglia costante e a volte faccio fatica: vorrei semplicemente esistere, senza dover lottare per la mia autodeterminazione ogni giorno».

Pensando a momenti di necessità come possono essere le visite mediche, le preoccupazioni sono di altro tipo, Zeno ci tiene a sottolineare: «le persone queer evitano come la peste gli ambiti sanitari anche a costo di mettere a repentaglio la propria salute perché si sa che si va spesso incontro a persone che non sono formate su come interagire con persone queer, soprattutto con persone trans, ma con persone queer in generale», quindi il diritto alla cura rischia di essere perso per autoconservazione.

Il posto di lavoro diventa un nuovo momento di rischio, sia di misgendering, sia di mobbing, come capitato nell’esperienza di Felix: «la madre del mio capo, pur essendo a conoscenza della mia identità di genere, continuava a rivolgersi a me al femminile. Non sopportava il fatto che fossi trans e mi penalizzava assegnando più lavoro e mansioni più pesanti. Inoltre, correggeva i clienti quando usavano i pronomi giusti, dicendo loro di usare quelli sbagliati».

La responsabilità di queste limitazioni autoimposte per spirito di autoconservazione può essere imputata all’immobilismo di larga parte della politica, che quando anche qualcosa ha mosso, «non ha avviato mai un dibattito con le realtà o, se l’ha fatto sono sempre realtà molto grandi; invece, è ai margini che crescono le cose più belle ed è ai margini in cui ci sono le cose che non stai vedendo effettivamente», sebbene l’accusa maggiore sia quella del silenzio. È il silenzio che fa infuriare, che aliena. Ci si chiede come si possa rimanere super partes, quando le vite delle persone sono in ballo, con una richiesta sopra tutte: formare. «Tantissimo fa la formazione perché tanti dei nostri problemi sono prima di tutto culturali e la mancanza di informazione, che poi diventano problemi sociali e diventano problemi nostri essenzialmente e su questo si può fare tanto perché gli enti politici possono decidere da che parte stare nel silenzio, nel contribuire o nell’ostacolare».

Corpi queer sotto il sole

Il Sud si presenta al mondo con una promessa di trasparenza: è la terra del mare che si fa piazza orizzontale, del sole che illumina ed espone il corpo, vissuto come unità di misura della socialità, che esiste solo se è visto, se partecipa al rito collettivo della spiaggia, se si offre allo sguardo pubblico sotto una luce che non ammette nascondigli. Eppure, per le soggettività queer, questa trasparenza mediterranea può trasformarsi in una prigione di vetro. La lotta queer ha da sempre una forte dimensione corporea, il corpo in quanto tale non è solo strumento di lotta, ma anche il soggetto di questa. Esiste un contrasto brutale tra l’idea di un mare che accoglie e la realtà di corpi che quel mare lo possono solo guardare da lontano, o peggio, abitare come un campo di battaglia. Così il corpo non conforme si ritrova a negoziare la propria esistenza tra il desiderio di espressione libera di sé e il giudizio altrui a cui viene esposto. «Dall’esterno mi rendo conto che spesso si sentono più a disagio le altre persone che io, […] percepisco soprattutto qui degli sguardi, come se avessero visto un mostro», ci racconta un intervistato.

Qui al Sud, dove il mare è un elemento integrante della tradizione popolare, di unione e di appartenenza alla più grande cornice identitaria del popolo mediterraneo, e caratterizzato da temperature sempre più elevate e stagioni calde predominanti, chi abita un corpo non conforme vede il mare trasformarsi in un luogo di esposizione forzata delle proprie vulnerabilità. «Non vado al mare da sette anni a causa della disforia, nonostante mi piacesse molto. Le volte in cui ho provato ad andarci, il tape non reggeva con l’acqua, anche usando magliette aderenti sopra. A volte vado da solo d’estate alle cinque del mattino, quando non c’è nessuno, ma bagno solo le gambe» dichiara Felix. 

Poiché restare se stessə significa dover inevitabilmente rinunciare al rito collettivo del mare, l’individuo si trova costretto a scegliere se sacrificare una parte della propria identità culturale, vivendo una sorta di esilio nella propria terra; o a una parte della propria identità queer, vivendo il disagio di non sentirsi rappresentati dal proprio corpo. Del secondo caso testimonia Ale «Ho sempre dovuto mettere da parte come mi sentivo rispetto al mio corpo. Finché facevo pallamano ero costretto a fare la doccia con altre ragazze. Anche al mare, siccome non avevo detto nulla ai miei, non potevo trovare un’altra soluzione e quindi ero “costretto” a stare in una situazione di disagio». 

L’espressione di se stessə attraverso il proprio corpo, inoltre, subisce costanti condizionamenti sociali: o aderisci ai rigidi canoni di bellezza patriarcali o ti uniformi agli standard ritenuti più accettati per la tua sessualità e identità di genere. Questo significa mettersi sempre in discussione e portare avanti un complesso processo di decostruzione, continuamente minato dal giudizio altrui. 

Così è anche per il nostro intervistato: «Per tantissimi anni invece mi sono depilata anche senza volerlo, perché ero condizionata a percepire la bellezza attraverso canoni patriarcali: “bellezza uguale gambe lisce”; […] essendo non binaria, non sento di aderire ai canoni di bellezza di una donna. […] Dall’esterno mi rendo conto che spesso si sentono più a disagio le altre persone che io: quando ho i peli in vista d’estate o al mare, oppure quando sono in topless». A riguardo Zeno evidenzia una verità scomoda ma profondamente radicata «Ci sono tantissime sfaccettature che ci vengono imposte, di cui spesso non ci rendiamo neanche conto, perché poi viene tutto interiorizzato, ce lo portiamo dentro e non ce lo dimentichiamo mai».

L’insofferenza della società non si ferma al disagio interiore, il cui peso comunque grava sull’esistenza delle persone queer, ma si traduce frequentemente in violenza:  «A volte dei ragazzi mi hanno riso in faccia nei periodi in cui mi truccavo tanto.[…] Una volta uno di mi iniziò a spingere, mi diede pure uno schiaffo e mi fece cadere gli occhiali» è il caso di unə dellə intervistatə, che preferisce rimanere anonimə.

Conoscere la queer joy

Esistere visibilmente al Sud significa accettare il rischio di essere un bersaglio: «[…] è il caso di tante persone che scelgono comunque di non nascondersi e la cui presentazione, la cui espressione di genere diventa un peso, diventa la possibilità di lasciare una porta aperta anche a sconosciuti, di aggredire, attaccare, perché diventa un target sulla nostra schiena», ci spiega Zeno.

Finché l’espressione di sé sarà vissuta come un target sulla schiena, il Sud resterà una terra a metà: bellissima da guardare, ma ancora troppo stretta da abitare. La vera sfida politica e culturale è quindi riconquistare il diritto alla libera espressione dei propri corpi, trasformare quel mare, che da troppo tempo è un limite, in un elemento fluido, capace di accogliere ogni forma e ogni storia, senza chiedere il permesso a nessuno. Perché il mare non appartiene a chi lo sorveglia con lo sguardo del giudizio, ma a chiunque cerchi in esso un respiro.

Tra le crepe dell’abbandono istituzionale e nelle mura domestiche attraversate dal non detto, abbiamo trovato qualcosa di radicale: la queer joy. Non come consolazione privata, ma come pratica politica quotidiana. In contesti dove la visibilità è percepita come sconveniente e la vergogna viene inoculata fin dall’infanzia, scegliere la felicità è una forma di lotta politica. È riappropriarsi delle strade di provincia, delle sagre, dei dialetti, e prima ancora del diritto di esistere a voce alta nelle proprie famiglie. Se vivere fuori dalla norma al Sud comporta un costo emotivo e materiale elevato, organizzare la propria fioritura diventa un gesto collettivo. È proprio per questo che persone come Zeno scelgono di restare, realizzando che «non dovevo essere io a cambiare per il Sud, ma che doveva essere il Sud a cambiare per me e che potevo, grazie all’attivismo, creare delle realtà che migliorassero i nostri contesti». Una strategia per non lasciare che siano solo le macerie a raccontare la nostra storia, perché qualsiasi idea di Sud possibile dev’essere necessariamente quella di un Sud di tuttə.

 

con la collaborazione di Giuseppe Albergo, Silvio Ardito, Sara Buonamico (Marte), Paola De Pasquale, Maya Lorusso, Claudio Scarasciullo
con il supporto di Mattia Schepisi
di Sara Paolella (Sara Paolella)

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