Quando l’assenza di prevenzione per le patologie croniche è pericolosa quanto una guerra: storie dall’Ucraina

Un reportage da Popivka, un piccolo villaggio nella regione di Kharkiv nel nord-est dell’Ucraina, all'interno di un'unità di soccorso.

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Popivka è un piccolo villaggio nella regione di Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina. La macchina corre sulla strada sterrata, mentre Kharkiv, la seconda città del Paese, si allontana alle nostre spalle chilometro dopo chilometro. Sul cruscotto campeggia un adesivo con la scritta Soleterre e, dietro il parabrezza, una bandiera con croce rossa su sfondo bianco. Delle case che scorrono fuori dal finestrino molte sono abbandonate.

L’invasione ordinata da Vladimir Putin nel febbraio 2022 dura ormai da oltre tre anni e mezzo. Quella che doveva essere una guerra lampo si è trasformata in un conflitto di logoramento che, da mesi, prosegue inesorabile, aggravato dal fallimento dei tentativi di pace. Accanto alle pesanti perdite sul campo – stimate da The Economist tra le 60.000 e le 100.000 persone, ben oltre le 45.000 sono dichiarate dai dati governativi – si delinea una crisi sociale sempre più profonda.

La bandiera con croce rossa su sfondo bianco all’interno dell’auto dell’unità di soccorso.
Farmaci e dispositivi medici richiesti dalla comunità.

L’aiuto di Soleterre 

Popivka è uno dei villaggi raggiunti dal progetto Unità di soccorso dell’organizzazione umanitaria italiana Soleterre, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e da donatori privati, in collaborazione con alcuni enti locali, tra cui Frontline Medics e World to Ukrainians. «Siamo presenti come organizzazione sul territorio dal 2003», racconta Daniele Bordoli, responsabile dell’associazione Soleterre, indicando fuori dal finestrino le strade in cui ormai si orienta a memoria.

All’inizio l’impegno di Soleterre era rivolto ai pazienti oncologici pediatrici, ma dal 2022 l’organizzazione ha attivato rapidamente nuovi progetti per rispondere all’emergenza.

«Negli ospedali ci siamo resi conto che le poche strutture ancora attive andavano decongestionate» prosegue Daniele. «Soprattutto nelle aree rurali, la guerra ha creato un vuoto nella prevenzione e nella distribuzione dei farmaci per le patologie croniche: ipertensione, diabete, tumori, malattie che, se trascurate, compromettono la salute tanto quanto il pericoloso conflitto in corso».

L’auto parcheggia in uno spiazzo. Ad attenderci alla porta c’è Iryna Renyova, che ci accoglie con un grande sorriso. Iryna, ginecologa di 50 anni, lavora da due anni con Frontline Medics nel progetto delle unità mobili, assistendo 29 villaggi nella regione di Kharkiv e 18 nella regione di Berestyn. Nel frattempo, dall’auto stanno già scaricando un grande sacco e uno scatolone di medicinali che la comunità locale ha richiesto. Flaconi, blister e scatole più piccole vengono sistemati nella piccola stanza delle visite di Iryna.

Proprio di fronte, nello stesso corridoio, si trova l’ufficio della medica di base Andrivna. Ha 28 anni e Popivka è la prima comunità a cui è stata assegnata dopo gli anni di formazione. «Le cose cambiano in fretta», dice. «Ci sono sempre più anziani e sempre più donne». Quando ha iniziato a lavorare qui, nel 2023, a un anno dall’estensione del conflitto in tutto il Paese, ha compreso quanto fosse importante, anche sul piano terapeutico, costruire un rapporto quotidiano con la comunità e garantire continuità. «Sempre più persone scivolano sotto la soglia di povertà e molti anziani non riescono a raggiungere le poche strutture ancora operative. Alcuni autobus per Kharkiv passano solo due volte a settimana e nel villaggio non c’è una farmacia. Con una malattia cronica la situazione diventa critica, e senza un rapporto diretto con le persone rispondere ai bisogni è molto più complesso».

Non ci sono dati certi sulla mortalità legata ad altre cause in Ucraina dal 2022 a oggi. Si può però affermare che la carenza di supporto sanitario e il massiccio fenomeno dell’emigrazione interna abbiano creato profondi vuoti nell’assistenza, con conseguenze sempre più gravi sulla salute fisica e mentale della popolazione. Secondo l’OMS, nel 2025 quasi un ucraino su due dichiara problemi di salute mentale, mentre il 41% soffre di disturbi veri e propri. Inoltre, sebbene il sistema sanitario abbia recuperato una buona funzionalità in gran parte del Paese, una persona su dieci con patologie croniche non ha avuto accesso alle cure nell’ultimo anno, a causa del costo dei farmaci o dell’impossibilità di raggiungere le strutture.

«Il nostro approccio si basa su tre passaggi: sostituzione, supporto ed educazione» spiega Iryna, mentre sistema alcune cartelle e prepara il lettino per la prossima paziente. «La sostituzione avviene quando un servizio manca del tutto e siamo noi a garantirlo. Il supporto significa individuare i bisogni più urgenti della comunità, mentre l’educazione consiste nell’accrescere la consapevolezza, individuale e collettiva, e in questo momento è uno degli strumenti più importanti».

Dove curare è difficile, è la prevenzione a fare la differenza

Iryna mostra alcune brochure in bianco e nero che illustrano semplici procedure di prevenzione. «Un esempio è l’aumento dei casi di diabete tra persone più giovani rispetto alla media pre-guerra. Questo è legato allo stress, al binge eating (assunzione incontrollata di grandi quantità di cibo in poco tempo) , a comportamenti alimentari compensatori e, in certi periodi dell’anno, alla scarsità di cibi freschi. Nei momenti di maggiore tensione il cibo diventa una consolazione, spesso anche per noia. Cerchiamo di spiegare alle persone quanto sia importante mantenere un’alimentazione adeguata, come le scelte alimentari influenzano lo sviluppo delle malattie croniche».

Katya (nome di fantasia) ha 35 anni ed è una delle pazienti di questa mattina. Racconta di avere problemi alla tiroide e di attendere da mesi una visita specialistica e una semplice ecografia. Rivolgendosi all’unità di soccorso, è stata subito inserita nella lista delle pazienti di Iryna che, mentre Katya si prepara, mostra con orgoglio l’ecografo portatile con cui effettuerà l’esame. «Grazie alle donazioni all’associazione Soleterre siamo riusciti ad avere questo strumento», spiega. «Spesso ci chiedono quali siano i medicinali o i beni di prima necessità più urgenti. Credo però che la vera priorità oggi sia la prevenzione. Le malattie dobbiamo cercare di intercettarle prima che si aggravino, ma senza strumenti adeguati diventa ogni giorno più difficile».

Aggiunge che il fulcro del loro lavoro è arrivare a una diagnosi: senza diagnosi è quasi impossibile stabilire una terapia e richiedere i farmaci giusti. «Senza un ecografo, senza mezzi di indagine, andiamo alla cieca e questo ci rende meno efficaci, soprattutto sapendo che il tempo a disposizione con chi ci chiede aiuto è limitato».

Iryna accende l’ecografo collegato a un tablet e, facendolo scorrere sul collo di Katya, mostra sullo schermo le immagini tremolanti. «Servirà un approfondimento con un endocrinologo» conclude, consegnando a Katya il contatto di uno degli specialisti della rete.

Mentre Katya si riveste, le chiedo come abbia saputo dell’esistenza del servizio. «Dal passaparola» risponde. Racconta che si era rivolta all’unità di soccorso per trovare farmaci per i suoi genitori anziani, con cui vive. «Mio marito è al fronte, ho due bambini piccoli e i miei genitori da accudire. Se dovessi pagare i farmaci necessari per loro e per i bambini quando si ammalano spenderei 5.000 o 6.000 grivne (circa 150 euro)».

Un dispositivo medico per la misurazione della glicemia nei pazienti diabetici e brochure in bianco e nero per la prevenzione e riabilitazione.
Uno dei dispositivi medici difficili da reperire per un paziente affetto da malattia cronica.

Il diritto alla salute riguarda soprattutto le donne 

Sulla scrivania ci sono altri opuscoli. «La salute femminile è diventata uno dei temi centrali del nostro lavoro. Alle donne è richiesto di prendersi cura di sé stesse, perché da loro dipendono le altre due categorie più numerose: anziani e bambini» aggiunge Iryna. Con la mobilitazione di massa, poi, molte donne si sono ritrovate a svolgere lavori pesanti, un tempo considerati esclusivamente maschili. «Registriamo moltissimi casi di prolasso uterino o rettale legati allo sforzo. In queste brochure spieghiamo quali esercizi possono alleviare la condizione. Insegniamo alle donne anche come effettuare l’autopalpazione se sono a rischio per il tumore al seno e abbiamo visto che, grazie a questo, le diagnosi sono aumentate. Non i casi, ma le diagnosi: significa che più donne riescono ad accedere a una diagnosi precoce, e questo fa la differenza».

I dati lo confermano: secondo le Nazioni Unite, per ogni 10 donne ci sono solo 7 uomini e, trattandosi di una media, il divario potrebbe essere ancora più grande più ci si sposta a est del Paese. Dall’inizio della guerra, le donne hanno assunto un ruolo centrale nella tenuta del Paese, ridefinendo rapidamente modelli sociali ed economici. Nel 2023, sempre secondo le Nazioni Unite, una nuova impresa su due è stata fondata da una donna , mentre il loro contributo nel volontariato e nelle reti di sostegno locale si è rivelato determinante. Eppure, le sfide restano enormi: le donne rappresentano la maggioranza degli sfollati interni, ma solo il 48% di loro ha trovato un nuovo impiego e circa 7 milioni necessitano oggi di assistenza umanitaria.

Iryna le prescrive alcuni esami da completare entro la settimana successiva, in modo che il laboratorio possa processarli e restituirle i risultati. Prima che vada, chiedo a Katya quale sia, dal suo punto di vista, lo stato di salute della comunità. «Forse qui siamo tra i più fortunati», dice. «Ma quello che vedo è che le persone vivono costantemente nella paura. E la paura, col tempo, si trasforma in ansia. Gli anziani e i bambini, mentalmente, stanno soffrendo molto».

«La società ucraina per come la conoscevamo non esiste più»

Fuori dall’ambulatorio alcuni pazienti scambiano due parole con Vitalii Yakymenko, assistente sociale di 48 anni che da diversi anni collabora con Soleterre. Racconta che negli ultimi tre anni il suo lavoro è cambiato radicalmente. «All’inizio l’emergenza arrivava dall’esterno», dice. «Ora sembra che alle bombe fisiche si siano aggiunte quelle “interiori”. L’abitudine al pericolo ha stratificato la sofferenza». Spiega che ora l’approccio multidisciplinare è l’unico davvero efficace ed è per questo che l’unità mobile è composta da quattro figure: un medico, un assistente sociale, uno psicologo e un infermiere. «Cerchiamo di garantire che chi assistiamo non rimanga isolato e di considerare la persona nella sua totalità», conclude.

Nel suo stesso team lavora Oleh Piven, psicologo originario di Kharkiv. Anche lui sottolinea quanto sia difficile capire in profondità la società ucraina di oggi. «Chi è a contatto con le persone si rende conto subito che la società ucraina, per come la conoscevamo, non esiste più. Ogni gruppo sociale – donne, bambini, anziani, uomini al fronte – ha elaborato questo conflitto in modo diverso, ma se si guarda meglio emergono molte somiglianze». Ciò che nota con maggiore frequenza è la perdita totale di speranza. «Da mesi le persone attendono una fine, una tregua, qualcosa che le liberi da questo stato di angoscia che ormai molti hanno normalizzato. Da psicologo so che esiste una vita oltre la paura, una vita in cui la morte non è una presenza costante. Ma pochi riescono ancora a immaginarla».

«Queste persone non hanno dove andare»

L’ultimo tentativo di mediazione tra Russia e Ucraina risale al 15 agosto, durante l’incontro in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump. Come i precedenti – marzo e aprile 2025, con le richieste di cessate il fuoco, e maggio Istanbul, con il solo risultato di uno scambio di prigionieri – anche questo si è rivelato un nulla di fatto. Quello che per mesi era sembrato un segnale di apertura da parte del presidente russo nei confronti di Zelensky e dell’Europa si è trasformato, dopo il passaggio di uno sciame di droni russi sul territorio polacco, in un ritorno all’escalation. «Questo tira e molla prolunga il dolore. Ci vorranno anni per curare le ferite, nei bambini come negli anziani», dice Oleh.

Prima di lasciare l’Ucraina incontro a Kyiv Marta Brizzi, 28 anni, project manager della missione. «Questo progetto è destinato a concludersi», spiega offrendomi un caffè. «Dipendendo quasi esclusivamente da bandi internazionali, ha una durata limitata. Abbiamo già presentato un nuovo progetto per il prossimo bando e speriamo di poter proseguire». Aggiunge che l’Ucraina vive una grande contraddizione: dopo un iniziale slancio internazionale, fondi e sostegno, l’attenzione è calata proprio mentre cresceva la necessità di risposte più strutturate e multilivello. «Con la chiusura dei fondi USAID, molte realtà nate in questi anni rischiano di dover interrompere i propri progetti. Qui a Kyiv la situazione è tornata ad essere molto tesa, e spesso mi chiedo cosa mi spinga a rimanere. Il mio meccanismo è distaccarmi e continuare il mio lavoro. Ma io ho il privilegio di poter sempre lasciare questo Paese. Queste persone, invece, non hanno dove andare».

di Giulia Palladini (Giulia Palladini)

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