Non è l’unico diritto negato

In Italia se non hai la cittadinanza vivi a cascata la negazioni di altri diritti e libertà.

Ci sono rivendicazioni che sembrano riguardare un solo diritto, ma che in realtà si trascinano dietro un’intera architettura di negazione di diritti e libertà. È proprio il caso del diritto alla cittadinanza per cui si andrà a votare  l’8 e il 9 giugno prossimi. 

Nel 2023, hanno acquisito la cittadinanza italiana 196.000 cittadini non comunitari, come informa il report Istat sui Cittadini non comunitari in Italia nel 2023. Inoltre, il documento conferma anche una decrescita nel rilascio dei permessi di soggiorno: – 26,4% dall’anno precedente. In particolare, calano del 42,2% i permessi per motivi di lavoro, e del 6,5% quelli di lungo periodo rispetto al 2021. Chi vive nell’attesa del rinnovamento del permesso di soggiorno, sa che non si tratta solo di un documento: ma della possibilità di essere riconosciuti sul territorio italiano.

Se non hai un voto non conti

Martin Hidalgo, 35 anni, vive in Italia da quasi vent’anni dopo aver lasciato il Perù. È arrivato a sedici anni, ha studiato fotografia alle superiori, ha fatto diversi tipi di lavoro – dal barista al corriere – e oggi lavora nell’ambito del teatro e della fotografia, portando in scena la sua esperienza. «Il fatto che non si possa votare è un passo fondamentale, perché non hai una voce», racconta. «Per quanto puoi partecipare, aderire a cause, manifestare, non puoi fare grandi cose e prendere parte alla vita democratica perché non hai un voto». Anche Andrei, 22 anni, cresciuto in Toscana e ora studente di Ingegneria Informatica a Bologna, condivide questa frustrazione. Con la sua famiglia è arrivato dalla Romania nel 2006. I suoi genitori, però, al contrario suo, sono riusciti a ottenere la cittadinanza italiana. «Mi sento italiano al cento per cento. Ho fatto tutte le scuole qui, dalle elementari alla laurea. Ma non ho il diritto di votare. E in questo periodo storico, anche se uno non si interessa di politica, è importante poter esprimere la propria opinione. Questa possibilità a me manca».

«Nell'ultimo anno, soprattutto durante le proteste che avvenivano nelle università italiane in sostegno alla Palestina, io avevo paura; le notizie di persone che venivano identificate erano sempre di più e quindi ho iniziato a parteciparvi di meno. Nonostante io avessi il diritto di essere lì, la paura che questo potesse compromettere il mio percorso migratorio, mi ha fatto rimanere indietro più volte»

Paula, studentessa magistrale, si è trasferita da Bogotà a 11 anni, dopo che la madre, già in Italia, aveva chiesto il ricongiungimento familiare. Ora studia all’Università di Padova, e ci racconta anche che partecipare attivamente alla vita politica del paese è più faticoso per le persone senza cittadinanza. «Nell’ultimo anno, soprattutto durante le proteste che avvenivano nelle università italiane in sostegno alla Palestina, io avevo paura; le notizie di persone che venivano identificate erano sempre di più e quindi ho iniziato a parteciparvi di meno. Nonostante io avessi il diritto di essere lì, la paura che questo potesse compromettere il mio percorso migratorio, mi ha fatto rimanere indietro più volte». Appena giunta in Italia ha avviato il processo di rilascio dei documenti, che a distanza di 14 anni non è ancora terminato. 

Chi non rientra nei requisiti reddituali, come Paula, potrà accedere al processo di richiesta della cittadinanza solo nel 2027. Per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione, infatti, è necessario – tra le altre cose – dimostrare di avere un reddito continuativo e sufficiente per il sostentamento proprio e dei familiari per i tre anni antecedenti a quello di presentazione della domanda; i genitori di Paula hanno perso il lavoro proprio in quei tre anni, e questo ha comportato l’impossibilità di procedere nella richiesta.

L’impossibilità di programmare il proprio futuro

Martin Hidalgo, per esempio ha visto respinta la sua domanda per poche centinaia di euro mancanti: «Non raggiungevo gli 8.000 euro per la documentazione. Avevo lavori part-time come attore. Non bastava. E il fatto che lavorassi da solo, senza un nucleo familiare, mi penalizzava». 

Non avere la cittadinanza, ci spiega Paula, significa essere impossibilitati a programmare liberamente un futuro: «Il mio tempo è scandito dalle scadenze dei documenti; dobbiamo essere sempre attente a non perdere nemmeno una scadenza, perché questo comprometterebbe tutto il percorso, tutti gli anni di residenza e gli sforzi fatti». 

Allo stesso modo Hidalgo ci racconta quanto sia complicata una quotidianità senza cittadinanza: «Ho un richiamo da qui a un anno e mezzo solo per le impronte digitali. Nel frattempo, ho una ricevuta. È un foglio leggero, si rovina, e i poliziotti non si fidano. Mi fermano almeno una volta al mese in stazione». Il rischio è di ricevere sanzioni pesanti in caso di controlli, arrivando a prevedere l’arresto fino a un anno e ammende fino a 2.000 euro, per chi non porta con sé il permesso di soggiorno. La sua voce si carica di stanchezza: «È uno stress fare tutta la documentazione. Già solo il tempo che richiede, poi i soldi. Dopo così tanti anni, uno dovrebbe avere un po’ di tranquillità».

Anche Remon Karam, attivista egiziano di 25 anni della comunità cristiana copta, fa parte di chi ancora non ha acquisito la cittadinanza. Eppure  è in Italia dal periodo delle cosiddette “primavera arabe” e ha dovuto lasciare la sua terra dopo l’uccisione del cugino. La sua esperienza è segnata da momenti drammatici, come essere preso in ostaggio dai trafficanti per cinque giorni e costretto a salpare su un barcone affollato di 180 persone, rischiando la vita.
Le difficoltà legate alla mancata acquisizione della cittadinanza lo mettono quotidianamente in condizione di vulnerabilità, si va dall’impossibilità di poter viaggiare per partecipare a un incontro al Parlamento Europeo a Bruxelles, perché bloccato nel rinnovo del permesso di soggiorno, al mettere da parte certe ambizioni. Non si può viaggiare con la semplice ricevuta di rinnovo, che attesta soltanto la pratica in corso, ma è indispensabile possedere il permesso di soggiorno elettronico. Nel caso di Karam, pur avendo inoltrato la domanda a dicembre, il documento ufficiale gli è stato concesso con la scadenza fissata a dicembre stesso – essenzialmente, il permesso viene emesso con sei mesi già trascorsi e altri sei mesi di validità residua, rinnovabile ogni anno. Senza il permesso definitivo, che rappresenta il riconoscimento legale stabile,  Karam si è visto costretto a vivere una realtà in cui i limiti burocratici impongono costantemente il suo percorso, impedendogli di accedere a concorsi pubblici, come quello di diplomatico. D’altronde, la sua tessera sanitaria, che scade con la scadenza del permesso di soggiorno, complica ulteriormente l’accesso regolare alle cure mediche, creando una situazione precaria e insostenibile anche a livello sanitario. 

Beatrice, studentessa al liceo Classico Beccaria di Milano, ci racconta che anche lei vive un costante senso di stress e precarietà: «Crescere con la necessità di rinnovare continuamente documenti e quindi affrontare la burocrazia come se fosse una tappa obbligata della tua vita non è qualcosa che dovrebbe riguardare un bambino. Da piccoli non si dovrebbe avere il peso di sentirsi diversi o di dover giustificare la propria presenza».

Beatrice ha ottenuto la cittadinanza poco prima di compiere 17 anni, e ci racconta del peso e dell’ingiustizia di sentirsi già italiana ma senza che questo venga riconosciuto ufficialmente:

«C’è una sottile differenza tra sapere di appartenere a un posto e sentirsi dire che ufficialmente non ne fai parte. È qualcosa che non pesa solo nei momenti più burocratici, ma nella quotidianità: quando compili un documento e devi segnare "straniero", quando qualcuno ti chiede perché parli così bene l’italiano, quando sai che per i tuoi coetanei tutto questo semplicemente non esiste. Queste non sono solo questioni legali o amministrative, ma esperienze che ti segnano, che ti fanno sentire sempre in una sorta di terra di mezzo, dove non sei né un ospite né pienamente parte del contesto in cui sei cresciuto».

Un processo che limita anche la propria libertà di movimento

«Se succede qualcosa nella famiglia d’origine, non possiamo tornare, ed è assurdo», ci dice Sephani, che ha origini srilankesi e studia scienze politiche a Bologna. Lei ha ottenuto la cittadinanza a 17 anni, quando l’hanno ottenuta entrambi i suoi genitori. «L’ambasciata srilankese è solo a Roma e a Milano, e ogni volta bisognava fare spostamenti giganti per un solo timbro su un foglio; per non parlare della pessima comunicazione tra ambasciata e questura, tra un ufficio e l’altro».

Sin da piccola Sephani ha fatto da tramite tra famiglia e stato, e ha subito il peso della mancanza di personale preparato, in primo luogo per superare le barriere linguistiche: «da piccola, sono sempre stata abituata a dover fare da mediatrice linguistica o culturale per i miei genitori in questura». Ci racconta che è così per chiunque subisce razzializzazione, si va incontro ad un’adultizzazione precoce. «Sei una bambina e stai lì a dover spiegare parole che nemmeno tu conosci, perché è normale che a quell’età non le conosci; e d’altra parte percepisci tutto il peso di quello che stai facendo, per non parlare dell’ansia di sbagliare».

Per Andrei, il momento più pesante è stato quando ha dovuto rinnovare i documenti durante il Covid: «Nel 2020 la mia carta d’identità rumena è scaduta, ma non potevo tornare in Romania. Un anno dopo ho dovuto affrontare tutto l’iter per il rinnovo. L’ambasciata ti convoca più volte, ogni volta per una cosa diversa, e io dovevo fare 200 chilometri per andare a Bologna o a Roma. È assurdo». Ma per le persone razzializzate, come Sephani o Martin Hidalgo, la cittadinanza è un riconoscimento che non smantella la sistematicità di un razzismo costante. Sephani denuncia, in particolare, il doppio standard deleterio con cui si giudicano le persone con background migratorio. Si è ben disposti a parlare di inclusione quando la persona razzializzata è performante, e quindi “utile” al paese, mentre al contrario prevalgono criminalizzazione e pregiudizi: ogni minimo errore viene sfruttato per fomentare e radicalizzare una narrazione discriminante. «Devo sempre dimostrare che sono brava, che ti sono utile, ma non è umano, è un disastro. C’è una costante pressione sociale per cui devi sempre essere la migliore, devi parlare perfettamente l’italiano perchè altrimenti i tuoi genitori vengono infantilizzati e denigrati negli uffici istituzionali; e quindi paradossalmente sei tu, bambina di sei anni, che viene rispettata più dei tuoi genitori adulti perchè parli perfettamente l’italiano».

Anche Martin Hidalgo ci racconta l’estenuante lotta contro certi pregiudizi fortemente radicati: «La prima volta che sono salito sul palco, avevo un secchio in mano per una scena, e una signora mi ha scambiato per chi doveva pulire il teatro. Forse era solo una coincidenza. O forse c’era un pregiudizio. “C’è un peruviano con un secchio, non può essere un attore”, ha pensato». Dentro e fuori il palco, Martin vive il doppio sguardo: «Anche quando mi facevano i complimenti, finivano per dire “il peruviano”. Ma cosa vuol dire per voi “peruviano”? Io lo so, e ne sono orgoglioso. Ma per voi?».

Questo referendum, come ci dicono le testimonianze, è un primo passo.  Un tentativo di  snellire un processo che resta  lungo,  tortuoso e volutamente poco accessibile. Ciò che percepiamo dalle parole delle persone intervistate è l’incomprensibilità di un sistema che esclude chi è cresciuto o nato al suo interno: «L’idea che un bambino nato o cresciuto in Italia debba aspettare la maggiore età, o anche oltre, per essere riconosciuto come parte del Paese in cui è sempre vissuto è assurda. È una contraddizione enorme: studiamo la Costituzione, parliamo di uguaglianza, di diritti, e poi nei fatti lasciamo centinaia di migliaia di persone in un limbo burocratico che non ha nessun senso», ci dice Beatrice. Anche Andrei evidenzia il paradosso: «se è la scuola che ti forma come cittadino, perché non è sufficiente aver fatto qui il tuo percorso scolastico?».

D’altronde, la frustrazione per le discriminazioni possono sacrificare l’impegno politico che in questi mesi è fondamentale per il referendum. «Vorrei che fosse sentito, che la gente si rendesse conto che non è solo un problema di chi lo vive in prima persona, ma una questione di giustizia collettiva. Non riguarda solo i singoli ragazzi in attesa di un riconoscimento, riguarda il tipo di società che vogliamo costruire. Se vogliamo davvero essere un Paese che crede nei diritti, nell’inclusione, nell’uguaglianza, allora non possiamo accettare che questa ingiustizia continui ad esistere», conclude Beatrice.

Ha collaborato Andrea Carcuro

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di marialuisa.pasqualicchio (Maria Luisa Pasqualicchio),Sofia Luce Cornelli (Sofia Luce Cornelli),Beatrice Baragli (Beatrice Baragli)

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