Gaza Boxing Women, una storia del futuro

Tra il dolore, la fame, la paura, è ancora più forte il bisogno di riconnettersi con il proprio corpo: l'esperienza di Gaza Boxing Women

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Scrive la femminista Grace Lee Boggs, in “The Next American Revolution”, «Andando oltre l’organizzazione delle proteste, l’organizzazione visionaria inizia creando immagini e storie del futuro che ci aiutano ad immaginare e creare alternative al sistema esistente».

Gaza Boxing Women è un progetto che nasce nel 2020 dalla boxer Reema Abu Rahma, allora ventenne, e dall’allenatore Osama Ayoub nella Striscia di Gaza, dopo aver trovato un posto in cui donne e ragazze potessero allenarsi. In un contesto socialmente conservatore quale quello gazawi, garantire questo spazio di espressione in cui poter praticare la boxe non è stato facile. «Nella nostra società lo sport in generale per le donne è un concetto moderno, per non parlare di uno sport percepito come violento e mascolino come la boxe. Abbiamo lavorato duramente per normalizzarlo il più possibile e ottenere un maggiore sostegno dalla società fino a quando è scoppiata la guerra e tutto ciò per cui avevamo lavorato duramente è crollato», racconta a Scomodo Reema Abu Rahma.

Sfidando le norme patriarcali che raccontano di una società statica e ancorata ad una tradizione monolitica, Gaza Boxing Women è una storia del futuro. Attraverso lo sport il progetto racconta, dall’interno, una società diversa, più sfumata, e formulando altre possibilità immagina futuri alternativi più liberi ed inclusivi.

Nel maggio 2020 in un articolo pubblicato sulla rivista The Funambulist, Leila Abdelrazaq riflette sulle politiche di autorappresentazione della comunità palestinese e sulle immagini come strumento per definire nuovi futuri decolonizzati.

Interessandosi alle modalità con cui alcune fotografie d’archivio vengono ritoccate, riprodotte e condivise digitalmente, come è stato il caso per alcune di quelle contenute nel libro di Walid Khalidi “Before Their Diaspora” del 1984, l’autrice scrive che «è da questo gruppo di immagini digitalizzate che impariamo a conoscerci, che definiamo i parametri del nostro archivio visuale, che tracciamo i confini tra i modi possibili di essere palestinesi».

La boxe femminile, come le immagini digitalizzate o i meme, sono tutti tentativi di immaginare per sé stesse altri futuri possibili, altre rappresentazioni di sé, contro la narrazione orientalista ed essenzialista che vuole il popolo palestinese come un popolo statico e congelato nel tempo. Servono ad andare oltre la storia unica, nei termini in cui ne parla la scrittrice Chimananda Ngozi Adichie, quando riflette sul fatto che ogni volta che si semplifica la realtà vedendola attraverso un solo punto di vista si prendono dei rischi. In questo caso il rischio è quello di non riuscire a vedere od organizzare delle alternative al presente.

Fino all’inizio della guerra di Israele sulla popolazione di Gaza, almeno 200 donne e ragazze si allenavano nel palestra di boxe, che è potuta crescere e strutturarsi anche grazie a progetti solidali  di scambio e condivisione sportiva con altre palestre fuori dalla Palestina. Un esempio è Boxe contro l’Assedio.

Con i primi bombardamenti israeliani su Gaza City, nel dicembre 2023 la palestra è stata distrutta, le ragazze sono state sfollate ripetutamente e molte persone a loro vicine sono state uccise dai bombardamenti israeliani o dalle condizioni di vita insostenibili.

Foto: Gaza Boxing Women
Reema Abu Rahma, fondatrice di Gaza Boxing Women

Alcune di loro si sono ritrovate nel sud della Striscia, dove erano state evacuate, e hanno ripreso ad allenarsi, in spazi di fortuna e senza avere a disposizione attrezzature sportive . Ce lo racconta Reema Abu Rahma: «Hanno iniziato con cuscini, sedie e qualsiasi cosa riuscissero a trovare per riprendere gli allenamenti e, poco a poco, con alcuni finanziamenti e il sostegno dall’esterno, siamo riuscite a costruire un ring e a portare una tenda come riparo quando è inverno o quando c’è troppo sole».

Quando le chiedo cosa significhi fare boxe a Gaza oggi, risponde: “Per noi continuare a praticare la boxe in tali circostanze è resistenza, è il nostro modo di esistere nonostante tutto ciò che sta accadendo intorno a noi e che non vuole che esistiamo”. È questo il significato della sumud, un termine arabo che non ha facile traduzione in lingua italiana: è la perseveranza nell’affermare la propria esistenza, anche nelle peggiori condizioni. Vuol dire volere esistere, continuare a creare collettivamente significato, nonostante tutto. Questo permette ai palestinesi di rimanere in contatto con la propria terra.

Reema Abu Rahma aggiunge anche che in queste condizioni, tra il dolore, la fame, la paura, è ancora più forte il bisogno di riconnettersi con il proprio corpo, lasciare andare le energie negative per quell’ora al giorno, ricostruire qualcosa di normale, di quotidiano.

Queste parole mi portano a riflettere sul rapporto con il futuro degli abitanti di Gaza dal raggiungimento del cessate il fuoco, ed in particolare sul contrasto con il futuro immaginato per la Striscia dagli investitori internazionali vicini a Donald Trump, che speculano sulla distruzione di Gaza vedendola come un’opportunità finanziaria da cui trarre il massimo profitto, non più come uno spazio abitato.

Reema Abu Rahma parla di ricostruire qualcosa che riporti alla normalità, in questo caso ritornare ad allenarsi.  Il progetto di “riqualificazione urbana” di Gaza redatto da consulenti statunitensi e citato nel piano di Trump per Gaza, invece, mobilita un tutt’altro immaginario. In quest’ultimo caso, la “ricostruzione” di Gaza segue logiche immobiliari, gli speculatori finanziari che siedono al Board of Peace parlano di opportunità e ricchezza per la regione, hotel di lusso, campi da calcio da milioni di dollari, centri di affari. Il tutto senza mai considerare i bisogni e la volontà di chi quella terra la abita. Scrive Marco Cremaschi per il Manifesto: «Dopo distruzione urbana e decimazione umana, anche la materialità del luogo viene cancellata, come le sue storia e geografia».

Con l’approvazione del Piano di 20 punti di Trump da parte dell’ONU nel novembre 2025, circola anche un’altra forma di violenza, oltre quella dei bombardamenti, meno tangibile ma ugualmente nefasta: la temporalità di vita dei palestinesi e la realtà di estrema precarietà che vivono è completamente sconnessa da quella degli investitori. Queste due temporalità non si incontrano; da una parte chi pensa a procurarsi una tenda per dormire e il cibo da mangiare al prossimo pasto, dall’altra chi immagina ed agisce per una “ricostruzione” di Gaza che la renderebbe in pochi anni la “riviera del Medio Oriente”.

di Sara Speziali (Sara Speziali)

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