Per il 70% dei giovani che hanno risposto all’Osservatorio inDifesa 2026 di Terre des Hommes, la violenza si è spostata online. Il report, che ha raccolto 2006 risposte da giovani tra i 14 e i 30 anni, traccia una mappa dettagliata di come la violenza si sia trasferita – e amplificata – negli spazi digitali. Quando si chiede ai ragazzi dove ritengono più probabile che avvenga un episodio di violenza, la risposta è netta: il 66% indica il web, internet, le piattaforme di videogiochi, i social network. Più della strada, più della scuola, più dei luoghi di divertimento. Il dato non sorprende chi passa ore connesso, ma rivela qualcosa di più profondo: la consapevolezza diffusa che gli ambienti digitali non sono neutri. Diventati spazi a tutti gli effetti, presentano le stesse dinamiche di potere, esclusione e violenza del mondo fisico. Solo più veloci, più pervasivi, più difficili da controllare.
La violenza online ha volti diversi, spesso sovrapposti. C’è quella verbale, che raggiunge il 91% dei rispondenti: praticamente tutti hanno assistito almeno una volta a insulti, offese, catcalling digitale. L’87% ha visto o ricevuto insulti diretti, il 60% delle ragazze segnala commenti sessuali non graditi ricevuti da estranei in luoghi pubblici o online. La violenza non sparisce con la digitalizzazione delle relazioni: si è adattata, è cambiata, trovando nuovi canali dove manifestarsi senza conseguenze immediate. Ma assistere non è la stessa cosa che subire ed è qui che i numeri si fanno ancora più significativi: più della metà del campione dichiara di aver subito almeno un atto di violenza. La percentuale sale al 56,6% tra le ragazze e raggiunge il 66,7% tra le persone non binarie – un dato che, pur su numeri ridotti, suggerisce livelli di esposizione ancora maggiori per chi non si riconosce nelle categorie di genere tradizionali.
Cosa significa “aver subito violenza” per questi giovani? Le molestie sessuali sono al primo posto con il 45,5%, seguite da umiliazione, emarginazione ed esclusione al 40%. Poi scherzi pesanti, gesti volgari, messaggi aggressivi sui social. Le ragazze riportano più frequentemente molestie sessuali – 49% contro il 29,5% dei ragazzi – pedinamenti (26,8% contro 7,8%), coercizione. I ragazzi, invece, segnalano più spesso umiliazioni ed emarginazioni (53% contro 35,9%), scherzi pesanti, aggressioni fisiche dirette. C’è un pattern che emerge con chiarezza: le forme di violenza sono diverse a seconda del genere, riflettendo stereotipi e vulnerabilità specifiche. Inoltre, crescono con l’età: tra gli under 14, il 38,8% dichiara di aver subito violenza; tra i 20-25enni la percentuale sale al 66,8%, raggiungendo il 71,7% negli over 26.
Gli effetti di questa violenza non restano confinati online. Il 65% di chi ha subito violenza riporta una perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri. Il 34% sviluppa ansia sociale e attacchi di panico. Il 23% si isola, allontanandosi dai coetanei. Il 20% dichiara depressione. Solo il 6,4% afferma di non aver riscontrato alcun effetto. Anche qui, le differenze di genere emergono nitide: le ragazze riportano più frequentemente ansia, disturbi alimentari (15,5% contro 4,1% dei ragazzi) e autolesionismo (9,8% contro 5,5%). I ragazzi, invece, segnalano più spesso isolamento (33,6% contro 21%) e depressione (24% contro 19,3%). È come se la violenza colpisse in modi diversi, attivando vulnerabilità specifiche: più corporee ed emotive per le ragazze, più relazionali per i ragazzi.
Tra i rischi online, la pratica conosciuta come “revenge porn” emerge come preoccupazione principale: il 59% lo indica come pericolo maggiore, seguito da molestie (48%) e cyberbullismo (42%). Il 78,6% percepisce come pericolosa la condivisione di materiale intimo online, ma alla domanda se qualcuno abbia mai modificato e condiviso una loro immagine senza consenso, il 19% risponde “non so, non ne sono sicuro”. È un’incertezza significativa: suggerisce che questo tipo di violenza possa essere invisibile, difficile da riconoscere o tracciare. La buona notizia è che il 92,7% sa di poter denunciare e richiedere la rimozione di contenuti condivisi senza consenso. La consapevolezza dei diritti è alta, trasversale per età e genere. Ma sapere cosa si può fare non significa sempre avere gli strumenti emotivi o pratici per farlo.
Più sottile ma non meno pervasiva, è la violenza del controllo nelle relazioni. Il 71% considera inaccettabile che il proprio partner acceda al telefono per controllare cosa fa ma il 68,6% ha comunque condiviso almeno una volta la password del telefono o dei social. Le motivazioni variano: il 26,5% lo fa per ragioni di sicurezza, condividendo con amici, genitori o partner; l’8,4% perché qualcuno glielo ha chiesto; il 5,7% per gelosia del partner. È un dato ambivalente. La condivisione delle password può essere un gesto di fiducia, ma può anche segnare l’inizio di dinamiche di controllo. Non a caso, tra chi ha subito violenza, la percentuale di chi ha condiviso la password per gelosia del partner sale al 7,1%, contro il 3,9% di chi non ha mai subito violenza.
Un fenomeno particolarmente significativo riguarda i gruppi online dove si commentano gli aspetti fisici altrui. Il 30% dichiara di avervi partecipato personalmente, il 29% conosce qualcuno a cui è capitato. Tra i ragazzi, la percentuale sale al 36%, contro il 28,6% delle ragazze. Le reazioni a questi contenuti variano: il 40% ne parla con qualcuno di cui si fida, il 36% ignora o silenzia la chat, il 30% esce dalla conversazione, il 29,8% segnala i messaggi. Solo il 13% li trova divertenti o non ci dà peso. Ma anche qui emergono differenze: il 47% delle ragazze ne parla con qualcuno di cui si fida e il 34% segnala i contenuti; tra i ragazzi, il 37,5% silenzia la chat e il 27,2% dichiara che i messaggi lo fanno ridere. Due modi diversi di gestire la stessa violenza: le ragazze cercano supporto e intervengono attivamente, i ragazzi tendono più spesso al disimpegno o alla normalizzazione. Il dato è sintomo gravissimo di una differenza educativa, culturale: riflette aspettative, ruoli, educazione.
Quando si chiede ai ragazzi con chi parlerebbero se fossero vittime di bullismo, cyberbullismo o altra violenza online – il 47,3% si rivolgerebbe a un amico, il 29,5% ai genitori, l’8,5% a fratelli o sorelle. Solo l’1,5% nomina un insegnante. Il 6,2% non ne parlerebbe con nessuno. Gli amici restano il punto di riferimento principale per tutte le età, ma il ruolo dei genitori cambia drasticamente: tra gli under 14, il 48,7% si rivolgerebbe a loro; tra gli over 26, solo il 12,7%. Parallelamente, il ricorso agli amici cresce dal 36,5% al 61,1%. È la naturale evoluzione dell’autonomia adolescenziale, ma pone anche una domanda: gli adulti di riferimento – genitori, insegnanti, educatori – sono preparati a intercettare segnali di disagio che sempre meno ragazzi portano spontaneamente alla loro attenzione?
Emerge anche un dato curioso: il 23,7% ha usato un bot o un’intelligenza artificiale per affrontare un problema sentimentale, il 21,9% per questioni di salute, il 21,1% per ricevere supporto psicologico. Le ragazze (25,5%) e la fascia 15-19 anni (26%) usano più spesso l’AI per problemi sentimentali. L’intelligenza artificiale sta diventando una sorta di confessionale digitale, uno spazio dove elaborare emozioni e situazioni senza il peso del giudizio umano – del quale avevamo anche parlato nel nostro lavoro Ciao, come posso aiutarti? nel mensile n.67 di Scomodo.
Di fronte a questo scenario, c’è almeno una certezza condivisa: il 69,2% ritiene che l’educazione sessuo-affettiva a scuola possa aiutare “assolutamente” a prevenire la violenza di genere, mentre il 24,8% risponde “sì, in parte”. Solo il 6% è scettico o incerto. I temi che i ragazzi vogliono approfondire sono chiari: consenso e rispetto nei rapporti (78,4%), gestione delle relazioni e delle emozioni (54,9%), parità di genere e contrasto agli stereotipi (46,9%). Seguono contraccezione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (44,5%), orientamento sessuale e identità di genere (21,4%), anatomia del corpo (18,1%). Chiedono strumenti per navigare la complessità delle relazioni, per riconoscere i confini, per gestire emozioni che nessuno ha insegnato loro a nominare. E lo chiedono con una consapevolezza crescente: tra gli under 14, il 39% considera l’educazione sessuo-affettiva “assolutamente” utile; tra gli over 26, la percentuale sale al 90%. Quindi, mentre i ragazzi chiedono di approfondire consenso e rispetto nelle relazioni, l’educazione sessuo-affettiva resta in Italia un’iniziativa facoltativa, affidata alla buona volontà dei singoli istituti. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha più volte ribadito che non ci sarà alcun obbligo curricolare, lasciando che siano progetti estemporanei o associazioni esterne a colmare un vuoto educativo che i dati mostrano essere urgente; dimostrando – ancora una volta – la mancanza di un impegno strutturale su ciò che i ragazzi stessi identificano come prioritario per prevenire la violenza.
Sulla regolamentazione della rete, le opinioni si dividono più nettamente. Il 67,1% ritiene che possa limitare la violenza online, ma il 12,2% pensa non serva a niente e l’8,2% teme possa limitare la libertà personale. Le differenze di genere sono marcate: il 72,3% delle ragazze crede nell’utilità della regolamentazione, contro il 54,9% dei ragazzi. Questi ultimi sono più scettici (16,6% contro 10%) o preoccupati per la libertà personale (15,7% contro 5,5%). È interessante notare che chi ha subito violenza mostra maggiore disillusione: il 13,7% ritiene che regolamentare non serva a niente, contro il 10,5% di chi non ha mai subito violenza. Forse perché hanno sperimentato sulla propria pelle quanto sia difficile arginare certe dinamiche, anche quando esistono già strumenti di segnalazione e blocco.
Il ritratto che emerge dall’Osservatorio inDifesa è quello di una generazione che vive la violenza online come esperienza ordinaria, quasi normalizzata, ma non per questo meno dolorosa. Una generazione che ha sviluppato strategie di difesa – bloccare, silenziare, uscire dalle chat, parlarne con amici – ma che spesso si trova a navigare da sola in acque tempestose. Che sa teoricamente cosa fare, ma non sempre ha gli strumenti emotivi o il supporto necessario per farlo davvero. E soprattutto, una generazione che chiede ascolto ed educazione; strumenti concreti per riconoscere la violenza, stabilire confini, coltivare relazioni sane.