Soggetti, non oggetti

L’ascolto come pratica generazionale

Puoi trovare questo nucleo nel numero 74 a pagina 33 del giornale.

 

Il dibattito pubblico è pieno di numeri, dati, osservatori e analisi che descrivono le condizioni di vita, i comportamenti e le traiettorie delle nuove generazioni. Eppure, nonostante questa quantità di informazioni, rimane una difficoltà diffusa leggere in modo organico quello che le persone più giovani stanno realmente vivendo. 

 

Quello che Scomodo cerca di costruire all’interno dei suoi spazi e tra le sue comunità è un ascolto reciproco e costante di quelli che sono i fattori sociali e ambientali che pongono le nuove generazioni in una condizione di malessere, disagio e difficoltà. Questo non per analisi o statistica, ma per cercare di costruire risposte pratiche a quelle che sono queste esigenze e istanze. Un tassello di questo lavoro abbiamo deciso di portarlo avanti in dialogo con il progetto Unfiltered. Voci generazionali di Fondazione Unhate e curato da Fondazione Poetica. Ciò che è stato fatto all’interno del lavoro insieme è stato organizzare una serie di incontri, tra i quali anche un un focus group esteso che ha coinvolto 80 persone molto giovani in un’intera giornata di confronto articolata in sessioni tematiche mattutine e laboratori pomeridiani. L’evento si è inserito nel nostro quotidiano tentativo di creare momenti assembleari dove indagare e condividere quello che sentiamo, dove siamo e dove stiamo andando. Le persone della nostra generazione non sono oggetti di osservazione, ma soggetti attivi di senso. Ascoltarci tra noi pone le basi per un sentire condiviso e diffuso. 

 

Il lavoro insieme ha permesso di fotografare – grazie al riconoscimento di alcuni cluster – il modo in cui le nuove generazioni si frammentano per modalità di reazione alla propria condizione di malessere e disagio. L’apertura diventa attivazione solo quando le persone trovano relazioni, contesti e istituzioni che accendono il desiderio e sostengono l’azione. L’attivazione giovanile non avviene nel vuoto, ma è frutto di un tessuto connettivo solido: non solo il rapporto con figure adulte credibili (spesso percepite come distanti), ma soprattutto la relazione orizzontale con le persone della propria età, con cui poter instaurare un rapporto paritetico di reale rete di supporto. È nella dimensione collettiva e nel confronto con l’altro che si costruiscono le risorse emotive e cognitive necessarie per uscire dall’isolamento e agire sul proprio contesto, mettendo le basi per una trasformazione che lavora trasformando l’ansia individuale in progettualità condivisa.

Quelle che seguono sono alcune delle testimonianze raccolte, discusse e scritte da persone della comunità che hanno partecipato a questi momenti assembleari e che, a modo loro, cercano nella produzione editoriale di raccontare un pezzo della loro, e nostra, storia. 

Dattilonomia, Alice

La matematica non mi è mai piaciuta.

I numeri sono il mio incubo e questo timore  è cresciuto negli ultimi anni. Le cifre  sono ovunque, mi cercano, mi seguono. Le ritrovo su ogni confezione alimentare, sulle targhette dei vestiti. 

Mi rendono difficile vedere il mio corpo come un rifugio: diventa nemico, come i numeri. 

La matematica non mi è mai piaciuta, quello che mi piace sono i film, il tè freddo e la musica punk. Mi piace pogare; trovo la libertà nel muovermi saltellando, su e giù, scontrandomi con altri corpi, corpi diversi dal mio, corpi simili, che sudano, frenetici, ruvidi o lisci. Le mie gambe mi spingono, mi fanno ballare. Le trovo sempre troppo grosse. Non capisco perché le mie gambe mi stiano addosso così male; sembrano accordarsi solo con il basso ventre – un punto nevralgico, una curva nel corpo che nonostante il digiuno, nonostante le precauzioni che prendo, continua ad essere presente. 

I numeri; l’ago della bilancia oscilla, e la composizione di decimale e unità mi toglie il respiro. Il decimale era un sei. Poi è diventato un cinque, ma non era abbastanza. Adesso è un quattro, ma continuo a vedere quella curva del ventre che mi frena dall’indossare i jeans a vita bassa che sono tornati di moda. Tutti dicono che non si vede. Giovanna, la mia amica, mi conferma che sono tutte paranoie. Prima lo capisci, meglio è.  

Ma io non sono Giovanna, che mi sembra più magra, più slanciata, più bella. Le sue guance sono rosee, alte e sode. Sembrano finte. Le sue mani sono ossute, si muove con grazia. E le sue gambe sono perfettamente proporzionate. Niente di più, niente di meno; la caviglia slanciata le dà quella leggerezza che posso solo sognare. Secondo la matematica, secondo i numeri, io sono più magra di lei. Eppure lo specchio e le foto, dicono il contrario. 

È da pochi mesi che riconosco il mio corpo. Cerco di ignorare questi numeri opprimenti, che mi accerchiano. Ho imparato a pogare con loro, a spingerli da un lato all’altro a ritmo di una musica che risuona nel mio cervello in automatico. La bilancia l’ho nascosta da un paio di giorni dentro l’armadio; combatto l’istinto di pesarmi e pensarmi. Rifletto sull’ultimo scambio con Giovanna: non le piacevano delle scarpe che indossava, così mi ha detto che si sentiva male, in un modo che non riusciva a comprendere, a declinare. Le ho detto che capita spesso anche a me di avere momenti in cui non mi riconosco allo specchio, in cui la mia identità sbiadisce dietro i contorni di una sagoma che non mi appartiene, che un paio di scarpe che mi rendono la caviglia più tozza possono rovinarmi la giornata e riportarmi in un vortice infinito di pensieri e paranoie, come le chiama lei, terribili. Mi ha guardato male; le ho chiesto se le capitasse mai, allora, e lei ha risposto di no. Ma non è stata la mancanza di assenso da parte di Giovanna a farmi riflettere. Dietro di lei, ho incrociato lo sguardo di una ragazza che, nell’attesa del semaforo, aveva seguito il mio discorso. Annuiva. Di rimando, ho fatto una smorfia di comprensione nei suoi confronti. Poi ha attraversato la strada. In quegli occhi persi, malinconici, ma che nel momento in cui mi hanno vista si sono riempiti di una luce singolare, mi sono ritrovata. Ho pensato: non sono sola. 

Mi sorreggo sulle mie gambe, mi guardo i piedi; ho delle nuove ballerine. Lo specchio prova a giocare sempre strani scherzi, ma questa volta non mi faccio trascinare da me stessa. Mi guardo, mi osservo.

Sorrido.

Sii grande e fai l'uomo, Ulisse

Mi sono allontanato da donne che ho amato con tutto il mio cuore, per cui provavo dei sentimenti reali. Ma ovviamente non gliel’ho mai detto: mi sono comportato da uomo. Essere un uomo non significa non provare emozioni, significa provare emozioni e, nonostante questo, comportarsi comunque da uomo.

Io sono un uomo, la mia vita è stressante, è dolorosa: posso andare in prigione, soffrire, devo pensare costantemente a fare soldi, ho continui mal di testa lancinanti. Faccio tutto questo per la mia famiglia, in modo che alla mia donna non manchi mai nulla. In cambio, però, lei diventa mia. Il suo compito è occuparsi dei bambini, della casa, è essere felice. Io voglio che sia sempre bellissima e felice, che si vesta sempre elegante e che appaia al meglio di fronte agli altri.

Io non ho mai pianto dalla tristezza. Quando dico “piangere” mi riferisco a un’azione precisa: piangere significa sedersi in un angolo e dedicarsi interamente al pianto. Io non l’ho mai fatto. Ci sono state delle volte in cui mi sono uscite delle lacrime dagli occhi, ma quello non era piangere, perché ero impegnato in altro. Avere lacrime che ti scendono dagli occhi mentre sei in palestra che sollevi dei pesi, o mentre sei impegnato a far crescere il tuo business, o banalmente mentre pensi a qualcosa di negativo è diverso da sedersi in un angolo e piangere. Io non mi sono mai messo da parte dedicandomi interamente all’atto di piangere.

Come si fa ad avere abbastanza tempo libero per essere tristi, a permettersi del tempo per essere depressi? Ci così tante cose che potresti fare, così tante cose che dovresti fare per aspirare alla versione migliore di te stesso. Perché poi, là fuori, ti ritroverai a lottare con altri maschi alpha come me. E tu riesci a trovare ore e ore ogni giorno per essere depresso?

Con una mentalità come questa rimarrai per sempre uno sfigato. Le donne non ti considereranno mai un partner adatto. Guarda me: io, molto semplicemente, non credo nelle cose che possono portarmi via delle energie. Non le considero nemmeno, non penso siano vere.

 

Marco spegne il telefono: le palpebre hanno cominciato a farsi pesanti.

Anche questa sera la sessione di scrolling compulsivo ha dato i suoi frutti. Dopo una lunga giornata di scuola, dopo le ripetizioni di matematica e l’allenamento di calcio, non c’è piacere più grande che staccare il cervello e dedicarsi al relax totale. Navigare a vista tra le novità rigurgitate dall’Internet, scegliere di lasciarsi inglobare dalle orbite di un feed.

Ogni volta che riascolta le parole del podcast – quello con l’uomo vestito elegante che fuma il sigaro e parla con tono deciso, con quella voce bassa che emana mascolinità e sicurezza – Marco si sente improvvisamente meglio. Ci pensa in continuazione, a quelle parole, e nel corso della giornata se le ripete ossessivamente come una specie di mantra.

È bello sapere che sul web esistono dei manuali di istruzioni sulla vita, delle linee guida semplici ed efficaci che ti dicono come comportarti, come relazionarti con gli altri. È bello sapere di poter contare su qualcuno di affidabile nei momenti di debolezza: quando ci si sente giù per un quattro e mezzo in latino, o per una figura di merda all’allenamento. O, ancora, per l’umiliazione incassata dopo l’ennesimo rifiuto da parte di una ragazza.

Per fortuna c’è gente, sul web, che propone modelli di vita ottimisti, attraenti, realizzabili, appaganti, saldi, virili, incrollabili. Veri.

Gente che non ti fa sentire solo, che ti culla tracciando grandiosi orizzonti di possibilità mentre prendi – finalmente – sonno.

Geografia minima, Omar

Io, come tutti sanno, sono sempre stato qui, ma Arianna no, lei partiva, tornava e ripartiva forsennatamente, come una tarantolata, e quando rientrava da Pisa, Magonza, Copenaghen, ci investiva con il suo vibrante disordine, e mentre noi restavamo lì a sbiadire in provincia, lei si librava in un’euforia di forme, planando verso orizzonti promettenti, e a guardarla ci sentivamo come i re dello scacchiere, rigidi tetragoni che fingono maestà ma invidiano le estrose traiettorie degli altri pezzi, e mentre ci pensavi su, Arianna si intrometteva nella tua testa con suasiva agevolezza, di rasoio, e di colpo, vittima di chissà quale malia, ti concedevi interamente a lei, anche se poi si sarebbe dileguata in un battibaleno, fuggevole come un liocorno, ambigua come un fauno, e saresti rimasto in bambola, con lo stesso sguardo sbigottito che le pietre, se potessero vedere, rivolgerebbero alle nuvole.

La ricordo all’aeroporto, poco tempo fa, quando stava per andarsene a Bruxelles e doveva abbandonare un amore, ma tanto si ama sempre in absentia le avevo detto, e i suoi capelli erano un maremoto, e mi aveva rubato l’ultima sigaretta, perché fumava solo se le avevo io, e aveva in valigia camicie di tutti i colori, ma non nere, e indossava la giacca verde pistacchio, troppo leggera per il gelo belga, la stessa che portava il giorno che ci abbracciammo per l’ultima volta, un congedo tutto svenevolezze, con una mielosa solennità a invischiare le parole mentre pioveva, ed eravamo nel cuore della città, nella zona a più alta concentrazione di off-licence, in cui se passi alle ore sbagliate ti fai il segno della croce, ma tanto ad Arianna non importava, perché aveva le sue camicie e la giacca verde e poco più di vent’anni ed era imbattibile e se ne fregava del gelo, delle croci, dei cuori, di tutto. 

Arianna mi chiese se l’avrei dimenticata, anzi, se ci saremmo dimenticati vicendevolmente, come se intuisse un’intima simmetria, e io avrei voluto dirle ma ti pare che nella laboriosa burocrazia della mia memoria tu possa scomparire, o più semplicemente, no, eppure sapevo bene a cosa si riferisse, perché la provincia è una bava che ti impiastra, e in questo pantano tu, Arianna, non c’entravi nulla, come del resto con noi, e allora pensavo ad Alfredo, in Nuovo Cinema Paradiso, quando dice a Salvatore di andarsene e di non farsi fottere dalla nostalgia, e anche io avrei voluto minacciarti con dolcezza, perché come cazzo si fa a stare qui, dove tutto isterilisce e ogni anelito ha un che di titanico, e invece, vigliaccamente, feci scivolare la mia testa lungo il tuo profilo tutto spigoli, fino ad adagiare la mia guancia sulla tua, standomene muto, perché la taciturnità si presta a più letture, e poi, pentendomi del mio silenzio, ti scrissi le parole di una canzone che più o meno tradotte dicevano: tu sei una splendida farfalla / sono le tue ali a farti bella / e potrei anche darti il volo / ma mai potrò farti restare.

Camminai a vuoto finché accolsi l’idea che mi succedeva da sempre, in quanto tutti quelli a cui avevo voluto bene erano andati via a riscoprirsi, cannibalizzandosi, e io mi improvvisavo turista delle loro vite andando a trovarli a Bologna, che era una comune solare ed estatica fatta di birre smezzate, ricette svuotafrigo, posti letto che c’erano sempre per tutti, e sui treni di ritorno masticavo livore, e lo stesso valeva per Siracusa, dove i teatranti dell’Accademia dibattevano sul valore di Menandro e sulla legittimità dell’infanticidio, bevendo vino sugli scogli tra le nenie delle onde, ma ora mi trovavo qui, dove volente o no mi ero abbarbicato, e guardandomi attorno forse riuscivo a leggere una geografia minima nei luoghi usurati dalla mia assidua presenza, nei tracciati delle mie scarpe tra librerie, locali e cinema della mia vecchia città, e imbattendomi per caso in un volto amico, uno che mi aveva visto attraversare i miei ultimi venti anni, mi fermai. 

Tra le mie mani, Sara

 

C’è una specifica frequenza nello sfarfallio del monitor LCD alle 3:14 del mattino che induce una sorta di ipnosi solipsistica, uno stato di trance in cui la moralità cessa di essere una costrizione sociale e diventa un obbligo al quale rinuncio per un po’. La mano destra si muove con un ritmo che sembra il metronomo della mia disperazione mentre gli occhi sono incollati ai pixel che compongono il gluteo sinistro di Elena. O meglio: non di Elena-la-persona, l’entità biologica con cui ho condiviso un cappuccino (pagato da me) e tre ore a proposito dei sui suoi traumi irrisolti meno di quarantotto ore fa. No. Questa è Elena-l’immagine, una composizione di dati compressi ed estratti da una chat nella quale né io né altri abbiamo il diritto di entrare. 

Mentre scorro lo sguardo sulla linea dell’abbronzatura interrotta dal pizzo sintetico del tanga — un dettaglio che conosco solo per inferenza, mai per osservazione diretta fino a questa foto scaricata da Telegram — il cervello non smette di elaborare il ricordo di quarantotto ore fa. Il divano in microfibra del suo salotto, l’odore stucchevole del suo ammorbidente, i suoi singhiozzi che sembravano scatti di un diaframma rotto.

«Mi sento sporca,» aveva detto con la faccia premuta contro la mia spalla. Oggetto di servizio e spesso al suo, asessuato: il buon amico la offre sempre senza farsi domande e privo del desiderio di una ricompensa. «Non hai fatto nulla di male. È colpa sua,» le avevo detto io, pensando che tra le numerose cose che le avevo già enunciato, c’era anche di non farsela con quel tipo lì. 

Lo penso ancora, a livello corticale. Ma scendendo giù, verso il sistema limbico e ancora più in basso, c’è un’altra verità che pulsa col sangue. La mia mano si muove con un automatismo cupo, privo di gioia, una funzione meccanica necessaria a scaricare la tensione accumulata di recente. C’è una pellicola di disgusto untuoso che mi riveste il cervello. Mentre il cursore indugia sulla curva del fianco, lì dove l’elastico del tanga — questo pizzo nero che taglia la carne con una precisione chirurgica — crea quella depressione topografica sublime davanti allo specchio del bagno, la mia mente sta elaborando un complesso calcolo di compensazione karmica.

Le mie parole non l’avevano raggiunta solo nel momento del bisogno ma era da tempo che ci trovavamo incastrati in conversazioni simili, durante le quali alle mie richieste di riguardarsi, di fuggire lontano da soggetti ambigui, dal pensarci due volte prima di compiere euforici gesti, mi diceva che non potevo capire, che i miei discorsi erano poco femministi e che forse era la gelosia a guidare le mie parole.

Quindi, mentre visualizzo l’immagine a schermo intero (Zoom: 150%), la logica si contorce in una ginnastica mentale che mi dice che se non posso averla nella realtà perché lei spreca la sua intimità con gente così, allora ho il diritto di reclamare ciò che resta dei suoi sbagli. Non le sto facendo del male: a quest’ora, come sempre, starà dormendo. L’ho consolata per questa foto e ora mi consolo con questa foto.

Il ritmo accelera. Non c’è romanticismo, solo frizione e una rabbia sorda, un risentimento che si maschera da lussuria. La sto possedendo nel solo modo che mi è concesso; forse un atto di vendetta contro l’universo che premia gli stronzi e ignora gli stronzi con meno spina dorsale, come me. 

L’orgasmo arriva rapido, imbarazzante. Il mondo si ricompatta. La finestra del browser è ancora aperta. Elena mi guarda dallo specchio, statica, violata, bellissima. Mi pulisco con un fazzoletto di carta. Chiudo la scheda. Domani le chiederò come sta.

Articolo di

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Cecilia Pellizzari

Caporedattrice

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Sara Paolella

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Alice Sibilio

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Omar Priviteira

Redattore

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Ulisse Cavallari

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🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

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