La Settimana delle Periferie è un esercizio di immaginazione collettiva

L’evento nasce come una sperimentazione pratica e politica, un ciclo di eventi che ha attraversato tutta l’Italia nella settimana dal 22 al 28 giugno, cercando di piegare e ribaltare una narrazione ormai incancrenita degli spazi ai margini delle città.

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«Raccontare le periferie non significa fare la cronaca della miseria, significa cercare la scintilla della dignità umana dove il potere ha cercato di spegnerla. È lì, tra i palazzoni e le piazze di cemento, che batte il cuore più vero della nostra società.» Sono le parole dell’attore Gian Maria Volontè, che riescono a riassumere con poche essenziali coordinate cosa vuol dire guardare a questi spazi, spesso lasciati volutamente in ombra, con occhio nuovo. Non tanto per parlarne, ma ancor prima per  capirli nella loro complessità e moltitudine.

 

Negli ultimi anni di periferie e di periferia si è sentito parlare spesso, dalla strumentalizzazione politica del degrado alla rivendicazione dal basso dell’autonomia, da Salvini a Baby Gang, in un carosello di immagini che hanno fatto saltare il tappo a compressione delle città. 

 

Viene da dire che non è quindi un caso che proprio quest’anno, nella settimana appena passata dal 22 al 28 giugno, sia nata l’iniziativa della Settimana delle Periferie, un ciclo di eventi che ha attraversato in lungo ed in largo il nostro paese, cercando di piegare e ribaltare una narrazione ormai incancrenita degli spazi ai margini delle città. L’evento è stato promosso dalla Fondazione Charlemagne, che da tempo porta avanti con attenzione una riflessione sul tema, cercando di trovare delle nuove modalità creative e di pratica che sempre più mettano a disposizione strumenti e non regole o contenitori. 

L’evento è stato possibile anche grazie al programma Periferiacapitale, in collaborazione con la Commissione parlamentare d’inchiesta Periferie, a seguito di una prima sperimentazione legislativa insieme che è diventata punto di partenza ed ispirazione di un percorso a tappe, la cui prima ha preso forma appunto nella Settimana delle Periferie. Come racconta Stefania Mancini, Presidente della Fondazione Charlemagne: «Nel 2025 abbiamo sostenuto l’istituzionalizzazione della Giornata nazionale delle periferie urbane che ricorre il 24 giugno. Con la Settimana delle Periferie vogliamo scardinare lo stigma che troppo spesso colpisce le aree urbane considerate marginali, ignorate dal discorso pubblico o raccontate solo attraverso la cronaca nera o l’emergenza o i problemi». Una progettazione con una visione, appoggiata anche da Alessandro Battilocchio, presidente della Commissione Periferie che rimarca come l’idea della Giornata sia «già cresciuta in modo esponenziale in un solo anno e che supera, grazie a una cornice normativa nazionale, l’estemporaneità di iniziative episodiche». E conclude: «La nostra vicinanza sul campo è il modo per dire grazie alle tante realtà associative di prossimità che generano valore civico nella nostra società».

 

Il susseguirsi di eventi, workshop, momenti di condivisione hanno ovviamente un loro lato celebrativo e di validità in sè per sè, ma fin da subito la Settimana ha voluto fare un passo in più, cercando di compattare la forza anche politico-culturale di questo progetto. Sempre con le parole di Mancini: «la realtà ci insegna che le città cambiano davvero solo quando le comunità locali vengono riconosciute come soggetti attivi, quando si rafforzano legami sociali e spazi comuni. Questa iniziativa non è una celebrazione rituale, ma un dispositivo culturale per dare voce a chi esercita il diritto alla città e al futuro, trasformando le periferie in luoghi di possibilità».

 

La programmazione si è articolata su tutta la penisola, in particolare a Roma, ma toccando anche Cagliari, Genova, Lecce, Napoli, Palermo, Pesaro, Torino e l’entroterra siciliano: per ribadire già nella geografia complessiva l’attenzione all’eterogeneità che si racconta. Periferia è infatti una parola stratificata che può descrivere vissuti liminali e marginali a scale e livelli diversi, e diventa importante calarla e declinarla in maniera autonoma, di riappropriazione del termine. La Settimana si è poi data degli obiettivi chiari, precisi per aiutare a direzionare l’azione secondo delle linee che tendono anche al dopo, e non solo al realizzarsi del momento collettivo: in particolare, una piattaforma nazionale di riconoscimento delle energie civiche territoriali, uno spazio di confronto e alleanza tra istituzioni, mondo della filantropia e

comunità locali e un dispositivo culturale capace di costruire un nuovo immaginario sulle periferie urbane.

 

Un tema quello dell’immaginazione che fa da perno simbolico dell’intero progetto. Può a volte sembrare inconsistente come pratica, ma la capacità di immaginare e di pensare alternative è il presupposto fondante del cambiamento e della trasformazione.

 

Le stesse parole della Fondazione sottolineano proprio questo sguardo alternativo e più ricco di quello dominante. Le narrazioni tradizionali descrivono le periferie come incubatrici di disagio, zone dove proliferano criminalità e abusività, luoghi da ‘recuperare’ con approcci emergenziali. Il nostro racconto parte da un punto di vista diverso: le periferie come luoghi di possibilità, di immaginazione sociale e di trasformazione collettiva. Luoghi dove si produce valore civico, relazioni, comunità, opportunità. Questo cambio di sguardo non è retorica: è il fondamento dell’intera iniziativa.’

 

Per definire i confini di questo nuovo frame narrativo, la scelta programmatica dell’intera iniziativa è stata quella di rivolgere l’interlocuzione agli stessi spazi da narrare, per rafforzare una rete che possa essere le nuova fondamenta alternative di una città – come concetto – che ne ha bisogno, tutta. Gli spazi, anche i più faticosi, sono sempre abitati da chi li abita. E la lenta costruzione attraverso lo sgomitare ha portato le sacche di resistenza a diventare modelli replicabili, esempio, produttori di cambiamento. Ed è per questo che sono loro i protagonisti di questa storia.

A Roma la Settimana ha visto alternarsi spazi e momenti estremamente variegati, da eventi di aggregazione sportiva accessibile a laboratori di coesione sociale ed inclusione, autodeterminazione e contrasto alla violenza di genere; da giochi per esplorare l’identità di quartiere e passeggiate ecologiche, a presidi di memoria e attività di supporto a persone in condizioni di marginalità. Là dove le maglie istituzionali si sfaldano, sono quelle sociali che devono resistere. E da questa unione fioriscono realtà che hanno spesso una capacità di risorse materiali minori, ma degli strumenti umani e di conoscenza dei reali bisogni dei territori, che si esplicitano proprio in questa vivacissima gestualità quotidiana. Oltre a Roma, Napoli ha visto varie comunità portare il tema della dispersione scolastica e della rigenerazione degli spazi di edilizia popolare; Genova reti locali attive nel contrasto all’isolamento delle aree collinari e nell’attenzione alle valli industriali; Torino si è focalizzata sulla memoria operaia e sulla riconversione di spazi ex-industriali in hub creativo; Palermo ha adottato lo sport e l’educazione popolare come strumento dell’attivazione giovanile; Cagliari ha parlato di riscatto identitario di aree isolate urbanisticamente; Lecce e Pesaro, per finire, hanno riannodato i fili tra aree rurali e industriali, e centro urbano attraverso rassegne di teatro di comunità e laboratori inclusivi per giovani.

 

Una ricchezza meravigliosa, che esiste, si muove, che attraversa le nostre città con una potenza carsica. Sta a noi decidere di mettere l’orecchio a terra e iniziare a scavare. Un ciclo di incontri e di scambio che mette l’accento su un tema che non è la periferia, ma che è la città, la comunità, l’abitare. In Italia, ma non solo, le città sono ormai come un palloncino al cui centro si prova a inserire ancora più aria, sempre un po’ di più. Certo, chi sta schiacciato ai bordi sente quella pressione in maniera esponenziale, vede le crepe prima di tutti gli altri, vive la tensione continua di chi sta ai confini. Ma l’aria è diventata stantia per tutti e sono proprio le pratiche comunitarie orizzontali che scardinano le logiche di ghettizzazione ed elitarismo, che possono davvero ridare e ridarci fiato. Finché anche la lotta all’abitare e alla vita dignitosa rimangono battaglie di quartiere, scaricabarile e separazione, non avremo individuato il vero nemico. E sono proprio progettualità come la Settimana delle Periferie a metterlo a fuoco, con dolcezza. Attraverso la cura del proprio vicino, dello spazio pubblico, della comunità che oltre a cui apparteniamo dovrebbe appartenerci. E banalmente, stando insieme, tutti, in quei bordi compressi, spalla a spalla, a ritagliarci nuovo spazio. Dare voce alla periferia non significa solo raccontarla, ma anche viverla e attraversarla attivamente, costruendo alleanze con le realtà che ogni giorno trasformano i territori. La Settimana delle Periferia è stata la prima di molte occasioni per fare questo, non solo dichiarazione d’intenti, ma pratica concreta. Perché è fondamentale parlare di periferia dalla periferia.

di Alice Nanni (Alice Nanni)

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