L’orario che preferisco è quello dell’aperitivo, quando la serata è ancora lunga e il freddo di metà dicembre non ferma chi decide di concedersi un calice di vino in mezzo a una strada altrimenti deserta. Poggio il mio peso contro un pesante portone, tra minuscoli bicchierini di carta da cui fuoriescono noccioline e patatine e che nel momento del bisogno mutano in posaceneri improvvisati. Il posto è uno – il solito, per strada tra abitazioni sperdute nel mondo e centro però del mio. C’è un chiacchiericcio sano, non sommesso, fatto di risate, di racconti che si allungano, di confidenze che arrivano senza essere forzate.
Sul ciglio della via, stretti ai lati, ci ritroviamo vicini in un modo insolito, quasi promiscuo. Le solitarie arterie del centro dopo un po’ danno noia, sembrano asfissianti. Ci spostiamo, camminiamo senza fretta e il rumore delle nostre scarpe rimbalza sulle facciate delle case. Le vetrine spente ci guardano passare, come se fossimo gli unici rimasti a credere che il sabato sera abbia ancora qualcosa da offrire. Devi crederlo: qua dove tutti i giorni si somigliano, c’è bisogno di fingere che ci sia qualcosa di speciale. Così, il fine settimana si carica di una misteriosa allure che sembra risvegliarci ogni volta: chissà cosa succederà. Probabilmente nulla, come il sabato prima e quello prima ancora.
L’aria è pungente, ci entra nel collo della giacca e ci fa accelerare il passo ogni volta che il vento gira nella direzione sbagliata. Ci dirigiamo verso un piccolo pub situato in mezzo a una stretta via del centro per concederci un aperitivo. Un luogo semplice, troppo angusto per ospitare tutti gli avventori al suo interno, che per questo si riversano come una marea nella via. I clienti animano la via, troppo stretta e periferica da non essere neanche stata addobbata a Natale. I muri perimetrali presi d’assalto offrono un appoggio improvvisato per bilanciare il corpo che inizia a barcollare leggermente al secondo calice di rosso. Tutti osservano tutti. È un’eterna attesa la nostra; tempi vuoti riempiti di sguardi speranzosi. Mi unisco al gioco: anche io cerco un paio di pupille in particolare – quello che rende questa provincia meno ordinaria e mi permette di rifugiarmi in fantasiosi programmi, piani su piani da realizzare in possibili scenari futuri in cui il mio sguardo, non ancora troppo stordito dall’alcol, possa resistere al suo per accennare un sorriso.
Lo schema è più o meno sempre lo stesso. Beviamo e mangiamo per prepararci a bere di nuovo; è un’alternanza che conosciamo bene e che non ci ha mai salvato, ad ogni modo, dalla sbronza di fine serata. D’altronde il tasso alcolemico deve raggiungere il giusto livello se il vero obiettivo della serata è quello di passare la notte in un qualsiasi capannone industriale tra generi di musica non ben definiti e odori che sicuramente è meglio non riuscire a definire. Tra una quantità innumerevole di bicchieri da birra vuoti, le persone intorno a noi inizieranno a guardarci di traverso, perché finiremo per tirare fuori gli argomenti più improbabili, di cui non potremmo che discutere animatamente mescolando le nostre voci a un volume esagerato in un groviglio di suoni poco chiari. Ma noi ci capiamo e sappiamo di essere il pezzo forte della serata.
Abbiamo imparato a divertirci con quello che abbiamo e quello che abbiamo è spesso il nulla che ci circonda, scenari simili che conosciamo a memoria e che abbiamo imparato a farci bastare. Forse, non vogliamo cambiare. E la cosa più bella che questo posto ha da offrire siamo proprio noi.
Al chiuso l’aria è insopportabilmente densa, appiccicosa di parole e alcol. Usciamo fuori, e subito lo vedo. L’uomo se ne sta seduto su uno sgabello, avrà l’età di mio padre. È fermo, immobile in mezzo al rumore, lo sguardo incollato al pavimento come se avesse paura di alzarlo. Sta lì, a occupare poco spazio, come se anche la sua presenza fosse di troppo. Un’angoscia mi pervade. Mi viene voglia di sedermi accanto a lui, di dirgli qualcosa di inutile, qualsiasi cosa pur di spezzare quel silenzio che gli si è appoggiato addosso, pur di tirarlo un attimo fuori da quel vuoto che gli leggo negli occhi.
Quando alzo lo sguardo l’angoscia cambia forma, diventa rabbia. Negli sguardi di chi lo circonda leggo un divertimento evidente, scoperto, privo di pudore. Lo indicano, sorridono, commentano a mezza voce senza nemmeno abbassare il tono. È un gioco facile, un bersaglio fermo. Nessuna remora, nessuna esitazione. Solo la leggerezza crudele di chi osserva senza sentirsi coinvolto. Mi sento sporca a far parte di quella roba, anche se non sto ridendo, anche se sto solo guardando.
Qui tutti lo conoscono. Gli hanno dato un soprannome, come si fa con le cose che non si vogliono capire davvero. Lo chiamano “l’uomo che sussurrava ai bicchieri”. Dicono che nelle serate peggiori, quando l’alcol scioglie le ultime resistenze, parli con qualcuno che non c’è. Si china leggermente, abbassa la voce, come se stesse confidando un segreto a un ospite invisibile a cui, sempre, lascia libero il posto accanto al suo. Uno sgabello vuoto, rispettato come una presenza reale, occupato da un’assenza precisa.
Questa cosa mi commuove e mi spaventa allo stesso tempo. Mi perdo a pensare che quell’assenza abbia un nome, una storia, un peso sufficiente da meritare spazio, e dall’altra parte mi divora non sapere se l’alcol gli stia regalando allucinazioni o se, al contrario, lo stia liberando dalle regole non scritte che ci impediscono di parlare con chi non c’è più. Mi chiedo se sia più folle parlare con un’assenza o far finta che non sia una cosa reale, solo perché non la puoi toccare. E mentre me lo chiedo, resto ferma, incapace di scegliere se avvicinarmi o voltarmi dall’altra parte, con la sensazione scomoda di somigliargli più di quanto vorrei ammettere, sorprendendomi a desiderare la sua stessa libertà. A voler provare anche io, ogni tanto, a parlare con chi non è più con me. A lasciare spazio a quell’assenza ostinata ed evidente che cerchi di ignorare ma che alla fine ti affoga.
In provincia la discoteca è un contenitore di attese. Non importa quante volte ci sei già stata, ogni volta torni con la stessa disposizione mentale, una specie di fiducia minima, fragile, che non osa pretendere troppo. È uno dei pochi luoghi in cui la settimana sembra interrompersi in modo visibile, dove il tempo non è organizzato intorno a un obbligo preciso. Le luci colorate scorrono senza soffermarsi, e per un attimo resto ferma, a osservare, come se stessi cercando di capire non tanto cosa stia succedendo, ma come starci dentro.
La differenza tra ragazze e ragazzi emerge quasi subito, in modo silenzioso ma netto. Le prime tendono a stare insieme, a muoversi come un corpo unico, compatto, vigile. C’è un’attenzione costante, una consapevolezza dello sguardo altrui che non si spegne mai del tutto. I ragazzi, invece, occupano lo spazio in modo più irregolare, si avvicinano, si allontanano, parlano a voce alta, come se dovessero continuamente riaffermare la loro presenza. È una dinamica che conosco bene, ma vederla ripetersi qui la rende quasi una regola non scritta, qualcosa che fa parte dell’ambiente tanto quanto la musica o il buio.
Fuori, sotto una tettoia, la gente fuma e parla. Molti restano lì, in una posizione di confine, non scegliendo fino in fondo se stare dentro o fuori dalla festa. Qualcuno beve appoggiato al muro, fissando un punto indefinito come se la serata dovesse cominciare da un momento all’altro. È un’immagine che mi resta addosso: persone sospese, ancora una volta.
Attraverso il locale con l’idea vaga di bere qualcosa, più per aderire al ritmo della serata che per reale desiderio. Al bancone i drink sono colorati, curati, pensati per sembrare speciali. I baristi li preparano con attenzione, con una concentrazione quasi ostinata. Si vede il tentativo di fare qualcosa di diverso, di tenere viva un’idea di novità, anche se so che per molti quei bicchieri sono sempre gli stessi, identici ogni fine settimana.
All’ingresso del locale c’è un uomo che controlla la porta. Sta fermo, osserva, interviene solo se necessario. La stanchezza che ha addosso non ha bisogno di spiegazioni. Dice che la serata è tranquilla, come se stesse semplicemente verificando che tutto resti sotto controllo. Mi colpisce la sua presenza silenziosa: anche lui, senza rendersene conto, è parte di questa notte, ma da una posizione diversa, marginale e centrale allo stesso tempo.
Quando mi ritrovo in pista, non è il risultato di una decisione consapevole. Succede perché il corpo si adatta. Le spalle che si avvicinano, i piedi che si incrociano, la musica che riempie ogni spazio. Mi lascio spingere e per un po’ smetto di osservare la scena come qualcosa da interpretare. Non mi chiedo se questa discoteca sia all’altezza dell’idea che avevo in macchina. Sono dentro, e questo basta a sospendere il resto.
Fuori, più tardi, l’aria è fredda e netta. Il ritorno in macchina ha un ritmo diverso dall’andata. Le parole sono poche, ma non mancano. Le aspettative non sono state tradite, semplicemente non si sono consumate. Niente di diverso dai precedenti fine settimana eppure ogni volta ci speri un po’ di più.
Le luci della zona industriale scorrono fuori dal finestrino, tutte uguali. Penso che la discoteca, qui, non abbia il compito di offrire risposte o trasformazioni. È piuttosto un passaggio, un luogo che si attraversa portandosi dietro quello che si è. Non risolve la settimana, non la cancella. La incrina appena. E non so se questo basti, ma so che è il motivo per cui, nonostante tutto, continuo a salire in macchina.