a cura di Gabriele Puglisi, Valentina Ricci, b.c. pellegrini, Micol Buffo, Carlo Capalbo, Gianni Lacchini, Cecilia Branciforti, Lorenzo Milana, Matteo Eleuteri
«Milano oggi ti offre opportunità, ma ti chiede tanto in cambio, forse troppo».
È così che Martino, trasferitosi da Napoli a Milano 13 anni fa, ha concluso la nostra chiacchierata sulle trasformazioni che caratterizzano la città da più di un decennio, ormai. Trasformazioni che hanno smesso di rispondere ai bisogni della cittadinanza e che sono volte invece al profitto di pochi.
Infatti, soprattutto a partire dall’Expo del 2015, interessi e capitali si sono concentrati sulla speculazione immobiliare, a discapito della comunità e delle persone che Milano la vivono e la attraversano tutti i giorni. Il modello che si è diffuso prevede l’acquisto di edifici inutilizzati o dismessi da parte di investitori o società immobiliari, che vengono demoliti per costruire, al loro posto, appartamenti e abitazioni di lusso, proponibili quindi solo a una strettissima fascia di utenza.
Questo porta all’aumento del valore immobiliare delle zone interessate da tali investimenti, rendendole inaccessibili a coloro che le abitano e le vivono, andando ad assottigliare le possibilità di avere degli spazi collettivi a disposizione delle comunità.
Così il tessuto urbano si sfibra e tutto ciò che invece dovrebbe tenere insieme le comunità (piazze, negozi, luoghi di aggregazione) si dissolve dietro una logica che trasforma ogni metro quadro in una promessa di guadagno. E mentre la città si verticalizza, i legami orizzontali si indeboliscono.
Chi attraversa Milano oggi sa che la sua skyline va ben oltre CityLife o piazza Gae Aulenti. Se lo si volesse rappresentare, sarebbe fatto di gru, impalcature e reti arancioni ad anticipare gli edifici di lusso che prenderanno il loro posto.
È un panorama in cui si riconosce molto più facilmente chi investe che chi abita: una città che si costruisce per attirare capitali, non per accogliere persone. In questo scenario diventa inevitabile chiedersi: chi sono davvero lə abitanti della Milano del futuro, per lə qualə viene pensata la città, se sempre più spesso chi arriva non resta e chi vorrebbe restare non può?
Mentre la città si trasforma, lə suə abitanti vengono ridottə a semplici spettatorə di cambiamenti che lə travolgono ed escludono.
Dall’osservazione di tale fenomeno nasce la campagna “Giù le mani dalla città”, proposta dal centro sociale Il Cantiere: una mappatura partecipata dei cantieri in corso nella città, pensata in risposta alla mancanza di dati pubblici. In questo vuoto si inseriscono società immobiliari “matrioska”, detentrici di capitali minimi ma collegate a grandi gruppi, che operano senza trasparenza.
«È uno strumento partecipato, perché raccogliere dati è complicato: le visure costano, i database pubblici non ci sono. Per farlo su tutta Milano servirebbero risorse enormi, forse nemmeno Coima basterebbe,» spiegano dal Cantiere. «Ma serve anche a costruire consapevolezza. Ci permette di capire dove stanno avvenendo le trasformazioni, non solo per osservare i quartieri già gentrificati, ma per intervenire prima che lo diventino».
Il progetto va oltre la sola mappatura: mira anche a individuare chi sono gli attori principali del processo di trasformazione urbana. «I primi che abbiamo individuato sono i più forti: Coima, ad esempio, controlla ampie zone tra Garibaldi, Isola, Porta Nuova e Porta Volta. Con questa campagna li abbiamo sanzionati simbolicamente, consegnando loro il “premio ai migliori speculatori dell’anno” e restituendo—in forma di performance pubblica—tutte le reti arancioni che invadono la città. Per una volta, anche loro hanno potuto provare cosa vuol dire vivere in mezzo a un cantiere».
Questo accadeva prima che Manfredi Catella, CEO di Coima, venisse ufficialmente indagato dalla Procura di Milano a Luglio 2025, che ha disposto sei arresti: oltre a Catella anche Giancarlo Tancredi (assessore alla Rigenerazione urbana del Comune), Andrea Bezziccheri (CEO di Bluestone), Giuseppe Marinoni e Alessandro Scandurra (rispettivamente ex-presidente e componente della Commissione per il paesaggio del Comune).
A Ottobre, alle accuse di corruzione e lottizzazione abusiva si aggiunge l’indagine per turbativa d’asta, ossia l’alterazione dello svolgimento di un’asta pubblica o privata per impedire la libera concorrenza e aggiudicarsi gli immobili a un prezzo più basso. In questa occasione, sono state esaminate le chat tra Catella, Tancredi e Christian Malangione, direttore generale del Comune di Milano, dalle quali è emersa l’intenzione di far attribuire immobili del patrimonio comunale a Coima (Scali ferroviari, piazze, edifici di pregio).
Tuttavia, nonostante le indagini e le pressioni da parte della Procura, il 12 Novembre il ricorso è stato respinto in Cassazione e gli arresti revocati, in quanto secondo la sostituta pg Cristina Marzagalli «Non si può sostenere che i pagamenti delle fatture da parte di Coima siano riconducibili a un accordo corruttivo, anziché correlate ad attività professionale prestata e regolarmente contabilizzata».
Questo è solo l’ultimo di una serie di scandali nell’edilizia milanese, ma per comprenderne le radici, bisogna tornare al 2015, l’anno dell’Expo. Milano diventa una vetrina internazionale, e il modello dell’urbanistica “contrattata” prende forma: un sistema in cui l’amministrazione, priva di risorse, delega la trasformazione della città ai privati. Come spiegano urbanistə e antropologə di CuraLab, è in quel momento che Milano diventa attrattiva per i grandi capitali finanziari. Ma l’abitare, a differenza della finanza, non segue logiche di profitto. Basta guardare all’ex Fiera: metà degli appartamenti oggi risultano vuoti.
C’è da domandarsi cosa sia il modello-Milano. Più che un piano, sembra un marchio. Un modello che consente ai fondi di investimento di acquisire interi quartieri, spesso senza garantire neanche i servizi essenziali. Marciapiedi occupati da cantieri, gru sospese sulle strade, lavoratorə attivə anche nelle fasce orarie vietate. La città si trasforma a misura di chi compra, non di chi vive. Come racconta Valeria, madre di due figlie, nata e cresciuta a Milano: «Gli affitti salgono, gli spazi si restringono, e le comunità di quartiere si sfaldano un po’».
Un’osservazione fatta da moltə, quella di una città che si sviluppa verticalmente mentre i legami orizzontali si allentano ed eventualmente distruggono, perchè la gente che vorrebbe vivere Milano ne viene invece spinta fuori. «Vorrei che potessimo davvero permetterci di viverci, non solo di servirla,» dice ancora Martino. «Poi Milano oggi è piena di posti belli, ma quasi tutti costano qualcosa: anche solo per sedermi e parlare devo pagare».
E mentre muoversi, socializzare, esistere dentro la città diventa sempre più costoso e inaccessibile, continuano invece a sorgere palazzine di lusso con l’ambizione di diventare simboli di Milano. «Prendi il Bosco Verticale: è diventato una cartolina, ma è una residenza privata. Non è un museo, né un bene comune. È una struttura inaccessibile a chi non può permettersela,» dice xx Il Cantiere.
Più recente è il caso di Papiniano 48: un cantiere per la costruzione di un edificio residenziale di lusso sottoposto a sequestro preventivo d’urgenza per presunti abusi edilizi. I lavori, infatti, sono partiti con la sola SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), un documento che informa dell’avvio delle operazioni senza aver ottenuto un permesso preventivo da parte del comune, quando sarebbe stata necessaria la presentazione di un piano attuativo.
Inoltre, il progetto è stato presentato come una ristrutturazione, quando invece l’immobile acquistato è stato demolito per sostituirlo con una nuova costruzione. Gli uffici comunali che hanno approvato la pratica come ristrutturazione hanno consentito anche una riduzione del 60% degli oneri di urbanizzazione per i costruttori, per una cifra poco superiore ai 50mila euro per un ricavo presunto di 15 milioni. Gli oneri sono richiesti al fine di ottenere risorse per la realizzazione di strade, scuole, impianti rivolti alla collettività. La diminuzione dei contributi previsti comporta, da un lato, la perdita di cifre significative che sarebbero potute essere utilizzate a favore della comunità, e dall’altro consente l’ininterrotto arricchimento delle società immobiliari e degli investitori.
Non sono solo le risorse economiche a essere sottratte allə cittadinə, ma anche gli spazi: si è infatti concluso il rogito del Meazza il 5 novembre, al cui posto dovrebbe sorgere un centro commerciale e un hotel. Un punto di riferimento storico e centrale per lə milanesi sostituito da strutture che ancora una volta presuppongono una spesa da parte dellə utenti e che si rivolgono a un pubblico turistico. Un futuro cantiere per cui si considerano delle tempistiche prolungate: si prevede che il nuovo stadio e la rifunzionalizzazione degli spazi dovrebbero essere terminati nel 2035.
La riqualificazione delle zone limitrofe (ex Trotto, Piazza Auxum) presuppongono l’insorgere di cantieri in tutta la zona, che possono impattare negativamente sulla vita quotidiana dellə residenti, moltə dellə quali potrebbero doversi spostare in seguito all’aumento del valore immobiliare dell’area. «La città non sarà abitata che da visitatori temporanei, agenti di passaggio venuti dall’estero», sostiene Bruno, un giovane abitante di Milano, immaginando la direzione verso cui andrà la città nei prossimi anni.
Questa Milano non è quella che appare nei desideri di coloro che la vivono tutti i giorni: dai nostri incontri con persone di generazioni diverse emerge la forte necessità di una città in cui si possano stringere legami comunitari, in cui possa formarsi un vero senso di appartenenza ai suoi luoghi, che sia fornita di servizi e spazi pubblici e accessibili. L’idea è quella di una città che possa essere vissuta e non solo consumata, i cui stimoli non siano solo passeggeri ed effimeri, ma che offra gli spazi e gli strumenti per coltivare un’esperienza abitativa stabile e condivisa.
Abbiamo chiesto allə cittadinə come sarebbe per loro un quartiere utopico in una Milano ideale, e le immagini nate dalle loro risposte rivelano la necessità di un cambiamento di rotta rispetto alla direzione in cui la città sembra andare. «Nel quartiere utopico ci vorrei la gente per strada, le comunità che collaborano tra loro e che abbiano il controllo sul territorio in cui vivono e che traggano il giusto profitto da quello che producano,» ragiona Bruno. E poi conclude: «E che ognuno abbia da mangiare e dormire».
«Nel mio quartiere ideale potresti andare al lavoro o in palestra senza dover prendere la metro o i mezzi ogni volta, magari con piste ciclabili decenti continue, non spezzate ogni due per tre,» immagina invece Martino. «Insomma per me il quartiere ideale dovrebbe essere abitante nel vero senso del termine, dove non devo sopravvivere, ma avere una qualità di vita umana».
Lə milanesi cercano una Milano con cui vivere in sintonia, una Milano che lə accolga invece che respingerlə. Come dice Valeria: «La Milano di oggi è piena di persone che arrivano e ripartono: avere un punto fisso è fondamentale. Vorrei ci fosse un luogo più quotidiano da poter vivere, dove chi abita il quartiere possa sentirsi parte di qualcosa».
La Milano ideale non è certo in sintonia con quella che progettano società immobiliari e investitori; è una Milano quotidiana e vissuta, non sensazionale e turistica. Una Milano che si impegna davvero a essere sostenibile e a restituire qualcosa di positivo al territorio, piuttosto che nascondersi dietro a tanti buzzword mirando sempre e solo al profitto. Forse lə milanesi convivrebbero anche meglio con i cantieri se, oltre che un disturbo per il presente, non rappresentassero anche una minaccia per il futuro dellə cittadinə, che nel modello di sviluppo urbano promosso dalle società immobiliari e incentivato dall’amministrazione locale e nazionale, diventa sempre più incerto.
Ma forse una Milano diversa è possibile: «Milano ha bisogno di luoghi di incontro, di socialità, non solo di palazzi con piscine a piano attico,» ragiona Il Cantiere. «La narrazione della città come “green e inclusiva” spesso si ferma alla superficie: dietro molte piazze colorate ci sono appalti milionari e privatizzazioni. Se davvero vogliamo salvare questa città, forse dobbiamo iniziare a restituirle spazi liberi, accessibili e condivisi».
