«Qui la mafia non esiste». Queste le parole del prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi all’inizio dell’inchiesta Crimine Infinito del 2003, una maxi operazione contro la ‘Ndrangheta e le cosche milanesi. L’inchiesta termina 6 anni dopo, con una storica sentenza che riconosce per la prima volta l’esistenza in Lombardia di gruppi della ‘ndrangheta, le cosiddette “locali”, che operano in stretto contatto con i gruppi calabresi, pur mantenendo una relativa autonomia.
Le mafie non si sono fermate dopo questa sentenza: in data 19 Marzo 2026, in pubblica udienza, si è aperto il dibattimento in cui si discute la posizione dei quarantacinque rinviati a giudizio del secondo filone del maxi processo Hydra. La tesi accusatoria dei pubblici ministeri ha ricostruito l’esistenza di un’organizzazione di stampo mafioso capace di tenere contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario, ai fini di spartirsi affari e controllo del territorio. Secondo gli inquirenti, tale organizzazione costituirebbe un alleanza strategica tra le principali organizzazioni criminali del Paese – ’Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra. Il primo filone del processo si è concluso con la condanna da parte del Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) di 62 degli 80 imputati che hanno optato per la scelta del rito abbreviato (9 patteggiamenti e 11 proscioglimenti).
La prima udienza è stata partecipata: giornalisti, forze dell’ordine, cittadinanza, e associazioni. Tutti hanno voluto ribadire come la mafia – e i processi che la riguardano – siano una questione pubblica.
Tra realtà e percezione
La presenza di criminalità organizzata a Milano e in Lombardia è documentata già dagli anni Sessanta. L’Atlante delle mafie documenta che l’arrivo aveva ragioni diverse: chi con i grandi flussi migratori al Nord, chi in latitanza, chi fuggendo da gruppi rivali e chi inviato forzatamente attraverso lo strumento del “soggiorno obbligato”, misura pensata per isolare i boss dalle loro basi di potere nel Mezzogiorno. Tutto ciò contribuisce a concentrare nello stesso luogo individui provenienti da contesti analoghi. Questo dato storico è rimasto a lungo fuori dal dibattito pubblico, schiacciato da una lettura che faceva della mafia un problema individuale.
Nella “Milano da bere” degli anni Ottanta i gruppi mafiosi insediati fanno la muta: cominciano a occuparsi in modo sistematico del traffico degli stupefacenti, facendo del capoluogo lombardo il punto di riferimento nazionale, entrando nel mercato dell’edilizia, dei trasporti e del commercio, muovendosi contemporaneamente tra mercati legali e illegali. In questo periodo crescono anche gli omicidi, riflesso delle modalità con cui i sodalizi mafiosi regolano i mercati illegali.
Nel 1989 l’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri definiva la presenza della mafia in città paragonabile ad una fiction, mentre nel 1992 il sindaco Borghini dichiarava che «a Milano ci sono forse dei mafiosi, ma la mafia non esiste», frase che verrà ripetuta più volte in tempi diversi. Durante gli anni Novanta arriva la repressione: dal 1992 al 1994, nel corso di numerose operazioni – “Nord-Sud”, “Wall Street”, “Fiori della notte di San Vito” – vengono coinvolte in Lombardia più di quattromila persone accusate di appartenere a gruppi mafiosi. Lo shock per le organizzazioni è fortissimo: in pochi anni si passa da una sostanziale impunità al carcere duro. Le strutture si riorganizzano cercando un modus operandi meno visibile. Si entra negli anni Duemila, in ciò che Enzo Ciconte, storico italiano, definisce «gli anni della stagnazione». La tendenza alla negazione non è scomparsa: l’ex sindaco Letizia Moratti sosteneva che non si potesse parlare di «infiltrazioni mafiose» ma di «infiltrazioni della criminalità organizzata». Sono solo presenti singole famiglie. Ancora oggi regna al Nord un silenzio dominante, come sostiene l’ex procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone.
Non viene negata in toto la presenza di queste pratiche nei territori del nord Italia: ne viene negata la sistematicità. Di contro, operazioni come Hydra hanno fotografato un mondo mafioso capace di mettersi insieme per fare affari con una fluidità sorprendente: esponenti di primo livello della ‘Ndrangheta trattano in chiaro, senza filtri, con olandesi, marocchini, albanesi o chiunque sia utile per chiudere un affare.
«Siamo indietro», ci dice Cesare Giuzzi, giornalista di cronaca nera del Corriere delle Sera, «ancora legati alla realtà stereotipata della tv e dei film, l’onore, il territorio, la lupara. Loro sono molto più fluidi e pragmatici nel chiudere affari». Eppure lo stereotipo resiste, anche perché viene continuamente alimentato. Giuzzi spiega: «Gomorra, al di là di come si possa pensare, ha avuto il merito di ridiventare un caso editoriale e portare in hype l’argomento mafie» specificando che «questo tipo di attenzione ciclica consolida una conoscenza superficiale e mai strutturata».
Oggi le inchieste parlano di fatture false, reinvestimento di capitali nell’edilizia, traffici internazionali condotti attraverso reti di imprese apparentemente legali. La componente umana, quella che rende un racconto riconoscibile e capace di colpire l’immaginario, è oggi praticamente inesistente. «La mafia che non uccide fa meno paura, ma fa anche meno notizia. I giornali e i media vivono di notizie». Tutto ciò la rende più difficile da raccontare e, di conseguenza, più difficile da combattere sul piano della consapevolezza pubblica. Ma questa difficoltà non vale per tutti, come nota Giuzzi «ogni volta che un tecnico, un politico, un imprenditore ha avuto bisogno della mafia per risolvere un problema, è andato a cercarla e l’ha trovata, con grande facilità. I mafiosi non sono così invisibili: sono i giornalisti a faticare per trovarli, mentre politici e imprenditori hanno contatti facilissimi quando ne hanno bisogno». Il paradosso è tutto qui: invisibile ai riflettori, ma sempre raggiungibile per chi sa dove bussare.
Le modalità dei media, gli stereotipi e l’assenza di sistematicità nell’informazione (mancano archivi condivisi di tipo tradizionale e non) rafforzano e consolidano il pensiero che la mafia al Nord non sia, in fondo, un problema nostro.
In un’indagine condotta in collaborazione tra la CGIL e l’Università degli Studi di Milano il 62% dei lavoratori attivi intervistati ha dichiarato che non ritiene presente la mafia nella propria provincia di residenza, percentuale che scende a 53 tra i pensionati e a 45 tra i disoccupati. A questi si aggiunge una quota significativa di chi non sa nemmeno rispondere: tra i disoccupati, uno su tre sceglie il “non saprei”, riflesso di un’informazione che non riesce a costruire una percezione chiara e condivisa. Senza una conoscenza strutturata nei media, nelle scuole, nell’opinione pubblica, la consapevolezza resta fragile ed incapace di tradursi in pressione civile e politica reale.
Chi combatte la mafia a Milano?
«Ero alle elementari e alla richiesta sul lavoro che avrei voluto fare da grande, io scrissi il giudice.» dice Elena Simeti, laureata in Giurisprudenza con un master sull’utilizzo sociale di beni e aziende sequestrate e confiscate “Pio la Torre” dell’Università di Bologna e parte di Libera in Lombardia dal 2005. Nell’Associazione ha compreso «che si poteva fare antimafia non per forza facendo il giudice o la forza dell’ordine». Oggi fa parte dell’associazione Una Casa anche per Te di Don Massimo Mapelli e si occupa della gestione sociale di un bene confiscato alla ‘ndrangheta milanese: Libera Masseria a Cisliano, in provincia di Milano. Il bene venne confiscato alla famiglia Valle nel 2014, con l’assegnazione definitiva al Comune nel 2021. Dal 13 Gennaio 2023 la masseria è stata assegnata definitivamente all’associazione Una Casa anche per Te.
Il metodo dei Valle era quello dell’usura e del gioco d’azzardo: si presentavano come semplici fittavoli, ma in realtà stringevano a sé le persone attraverso debiti impossibili da saldare. Chi non aveva più soldi cedeva la casa, chi non aveva la casa cedeva un’attività commerciale, chi non aveva nulla finiva per lavorare per loro. Quando, nel novembre 2014, alla famiglia viene comunicata la confisca definitiva della masseria, la risposta è immediata e simbolica: «Se non sarà più mia, non sarà più di nessun altro». In pochi mesi vengono arrecati al bene circa 500.000 euro di danni.
È a quel punto che Elena, insieme a Libera Lombardia – coordinata da Davide Salluzzo –, a Una Casa anche per Te, alla Caritas Ambrosiana e ad altre associazioni del territorio, accetta la sfida. Il 13 maggio 2015, dopo un consiglio comunale aperto a cui partecipano oltre 300 persone, inizia il presidio della masseria: turni notte e giorno, volontari di ogni età che dormono sul posto e lavorano per rimettere in piedi gli spazi. Dopo quindici giorni di questa forzatura rispetto all’iter legislativo ordinario, l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati assegna provvisoriamente il bene al Comune di Cisliano, che firma un protocollo d’intesa con le associazioni presenti.
Per sette anni la gestione resta in regime di provvisorietà, sostenuta da un comitato trasparente per le entrate e le uscite. La masseria, che conta 10.000 metri quadrati, diventa un presidio fondamentale per la comunità: accoglie migranti non accompagnati, padri separati, madri sole con figli, studenti fuori sede, famiglie colpite da sfratto. Ospita campi formativi per scuole e scout, con percorsi su mafia, beni confiscati e sulla Costituzione italiana. Ad oggi, oltre 15.000 ragazze e ragazzi sono passati dalla Libera Masseria. Il prossimo obiettivo, da qui a due anni, è aprire un ristorante sociale all’interno della masseria: un luogo aperto a tutti, che dia lavoro a persone fragili e permetta di condividere un pasto in comunità.
Di fronte a questa presenza mafiosa radicata, Elena e le associazioni del territorio rispondono con quelli che lei chiama “anticorpi sociali”: presidi dei beni confiscati, formazione nelle scuole e manifestazioni pubbliche. A Buccinasco, quando il boss dei Papalia dichiarò che il territorio era suo, una fiaccolata con 400 persone – sindaci, parroci, studenti – gli rispose che non era così. Il lavoro prosegue anche in aree più difficili, come Garbagnate Milanese, dove – racconta Elena «si riesce comunque a creare sentinelle sul territorio, stringendo sempre più quei nodi che le realtà associative portano avanti insieme a istituzioni, sindacati e cooperazione. Nessuno chiede di essere un eroe: si chiede solo di mettere in atto i comportamenti da cittadino responsabile» e di non cedere mai alla rassegnazione.
Della stessa idea è Sara Manisera, giornalista laureata in Sociologia della criminalità organizzata e da anni impegnata nello studio delle mafie italiane, spiegandoci tre passaggi per sviluppare gli anticorpi sociali di cui parlava Elena. «Il primo è l’attivazione sui territori: tornare ad essere cittadini attivi, non solo consumatori o consumatrici». In una città frenetica come Milano, dove spesso si vive in modo individuale e distaccato, questo significa riscoprire il valore del quartiere, della comunità, delle relazioni. Non si tratta di un’idea astratta, ma di qualcosa di concreto. Sara porta l’esempio di un’esperienza vissuta in prima persona: «Dopo l’arresto di Errante Parrino – boss di Cosa Nostra residente ad Abbiategrasso e coinvolto nel processo Hydra – c’è stata chiaramente una forte indignazione nella città». Da quella reazione è nato un percorso collettivo: «Abbiamo chiamato un’assemblea pubblica e fatto nascere il Comitato Bene Comune», un gruppo di cittadini che ha deciso di organizzarsi, dividersi i compiti e prendersi cura del proprio territorio.
«Il secondo ingrediente è la memoria: bisogna conoscere la storia». Non solo la grande storia delle mafie, ma anche quella locale: chi ha operato sul territorio, quali dinamiche si sono sviluppate, quali episodi sono stati dimenticati. Ricostruire pezzi di memoria che abbiamo perso diventa un atto politico e civile. Ancora più importante è ricordare le vittime innocenti e «raccontare la memoria di persone che si sono impegnate e sono state uccise serve a trasformarla in un impegno quotidiano». In una città come Milano, dove tutto corre veloce, il rischio è proprio quello di dimenticare.
Infine, «il terzo elemento è l’informazione: giornalismo e giornalismo», insiste Sara. In un contesto complesso come quello milanese, dove economia e criminalità si intrecciano, il giornalismo d’inchiesta diventa uno strumento essenziale di trasparenza. Accanto all’informazione c’è un altro nodo fondamentale: la scuola. Per Sara, infatti, uno dei problemi è che la conoscenza delle mafie non è ancora davvero strutturata nei percorsi educativi. «È a discrezione degli insegnanti», spiega. Eppure, come sottolinea Sara, se la storia delle mafie non viene studiata, è difficile aspettarsi una consapevolezza diffusa. Per questo parlare di mafia a scuola non dovrebbe essere un’eccezione, ma parte integrante del percorso formativo. Perché senza conoscenza non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza non si costruiscono anticorpi sociali.
Eppure, alcuni anticorpi sono già attivi sul territorio. Come ci ha spiegato Gabriele Ambrosio, che coordina Libera Milano, si tratta di una rete di associazioni con orientamenti molto diversi tra loro, che però riconoscono la stringente necessità di combattere un fenomeno fin troppo radicato nel nostro Paese. L’antimafia che opera Libera è di tipo sociale: si fonda sull’idea che garantendo diritti diminuisca lo spazio di azione delle mafie. Questo costituisce, volendo, un quarto anticorpo e, come affermò il presidente di Libera Don Luigi Ciotti, la nostra Costituzione è proprio la base da cui partire, il primo vero testo antimafia.
Servirebbe poi un cambio di mentalità. Gabriele ci racconta «Quando andiamo nelle scuole ci rendiamo conto che noi ragioniamo con un certo tipo di mentalità, pur non essendo mafiosi. Tutti cresciamo ad esempio con l’idea che non si può fare la spia, perché è da infame. Ma perché è da infame? Chi l’ha detto? E soprattutto, ci conviene?». Il risultato è, ad esempio, che in Lombardia si denuncia molto poco. Nonostante si tratti di un processo su vasta scala, all’interno del processo Hydra soltanto un imprenditore ha sporto denuncia. La narrativa del Sud omertoso contro un Nord onesto e ligio alle regole non regge: crolla.
Quindi sì, la mafia al Nord esiste. Esiste nelle grandi città e nei piccoli centri: bisogna solo aguzzare la vista, riconoscerne le doti camaleontiche e diventare cittadini attivi e consapevoli. Perché spesso, dietro la nuova pokeria in centro a Milano, si nasconde un ecosistema così intrecciato da farci credere che possiamo avere tutto, quando invece agiscono realtà che si muovono nel sottobosco. Eppure, ogni scelta consapevole, ogni attenzione in più, ogni comunità che reagisce è un passo per portare luce sulle zone d’ombra.