La scuola di Alta formazione Convergenze ha un’ambizione: che i problemi di un territorio si possano risolvere meglio quando tutti quelli che lo abitano; istituzioni, imprese, associazioni, fondazioni; siedono allo stesso tavolo per imparare a parlare lo stesso linguaggio. «Convergenze è una scuola di politiche pubbliche», spiega Francesca Battistoni, presidentessa della scuola e co-fondatrice di Social Seed, società di formazione per il terzo settore da cui il progetto ha preso vita nel 2024 in Emilia Romagna. «Progettiamo politiche pubbliche e lo facciamo insieme a tutti gli attori del territorio». Nella pratica, questo significa costruire spazi di confronto in cui enti del terzo settore, fondazioni bancarie, amministrazioni pubbliche, imprese private e associazioni di categoria possano discutere collettivamente delle sfide locali e convergere sulle idee. L’intuizione che ha dato origine alla scuola è nata da un’osservazione ricorrente nel lavoro di Social Seed: troppo spesso, organizzazioni e amministrazioni reagiscono alle crisi anziché anticiparle.
«Ci siamo resi conto che manca una visione condivisa della società che vogliamo costruire» – racconta Battistoni – «e senza quella visione, è difficile che i progetti, pubblici o privati, riescano davvero a incidere». La scuola di Alta Formazione Convergenze vuole, quindi, allenare «la nostra capacità di costruire strategie politiche che possono avere alla base un’economia più sociale e più giusta per tutti e tutte». Dalle edizioni passate, infatti, non sono nate soltanto idee o riflessioni. «Faccio un esempio, se io rigenero un luogo, e questo luogo non dialoga con l’Hub di innovazione sociale nelle aree interne, questo è un problema», spiega Battistoni. Un problema che sembra tecnico, ma è prima di tutto culturale: due esperienze di rigenerazione, nate in contesti diversi, che rischiano di procedere in parallelo senza mai incontrarsi. È un momento di formazione per figure con ruoli politici del mondo della cooperazione, delle imprese e della pubblica amministrazione; realtà che, solitamente, faticano a riconoscersi come simili. In quanto presidentessa, Battistoni ha curato in prima persona la rete di partnership che sostiene la scuola e il concept di ogni edizione. Quest’anno, si è deciso di tenere le sessioni di formazione e i laboratori a Ligonchio, nell’Appennino Reggiano, in uno spazio – il Rifugio dell’Aquila – rigenerato da una cooperativa di comunità; un attore emblematico dell’economia sociale che Convergenze vuole raccontare e promuovere. Nicola Cattapan, membro organizzatore della scuola, si occupa di co-progettazione e processi di partecipazione per organizzazioni e enti pubblici. «Convergenze è un progetto molto ambizioso di Social Seed», racconta. «Siamo partiti dal lavoro con alcuni attori del territorio e siamo arrivati a proporre un modo di ripensare le politiche e lo sviluppo territoriale, mescolando ricerca nostra, ricerca fatta con gli attori e modi diversi di lavorare sul territorio». Il contributo di Cattapan a questo lavoro è nella ricerca applicata all’osservazione diretta dei processi in atto nelle pubbliche amministrazioni, nelle imprese e nelle associazioni di categoria; l’analisi dei trend internazionali; e l’elaborazione di metodi propri, costruiti attorno alla trasformazione dei sistemi. «Non ci interessa produrre un paper, quello lo fa l’accademia. Il nostro obiettivo è un altro, ed è anche il più faticoso: capire come applicare la ricerca e come comunicarla agli attori».
L’economia sociale: un’unione trasformativa
I termini più usati nell’arco di questo percorso di formazione sono essenzialmente tre: innovazione trasformativa, filiera e economia sociale. La finalità ultima di Convergenze, infatti, è portare l’economia sociale al centro delle filiere – definite come l’integrazione di attori sociali (imprese, banche cooperative, cooperative, società civile) – per un’innovazione che guardi alla trasformazione del territorio e non al suo aggiustamento. Per fare questo, però, emerge la necessità, ma anche la difficoltà ad adeguarsi ai cambiamenti legati allo sviluppo locale.
A spiegarlo è Battistoni: «L’economia sociale è un cambio di pelle rispetto a quello che l’economia tradizionale ci ha sempre insegnato; estrarre valore, fare profitto esclusivamente per qualcuno che si arricchisce e qualcuno che non si arricchisce. È un modello nuovo che dice che possiamo lavorare insieme per riorientare le finalità dell’economia: renderla più giusta, indirizzarla al benessere delle persone e dell’ambiente». Una visione che Battistoni non considera utopica. «Non è più una nicchia», dice. «Può diventare davvero un paradigma alternativo a quello che stiamo vivendo, ma solo se connettiamo tutti i puntini e ci uniamo per lavorare nella stessa direzione».
Il sistema economico capitalista attuale genera marginalità invece che opportunità: aumenta le rendite e i profitti ma comprime i salari, allarga le disuguaglianze sociali e territoriali, e la sua economia estrattiva ha condotto il pianeta al limite delle sue risorse naturali. L’economia sociale, in questa lettura, non è una risposta settoriale a questi problemi: non è il terzo settore che rattoppa dove lo Stato o il mercato falliscono, ma il tentativo di ripensare le finalità stesse dell’economia, usando la definizione di Karl Polanyi di un’economia «incorporata nella società». È su queste basi che si apre la terza edizione della scuola, le cui sessioni si sono svolte dal 21 al 23 maggio 2026. Il primo talk è stato volutamente accademico: Angelo Salento, professore di sociologia economica e del lavoro all’Università del Salento, menziona la teoria delle capabilities di Amartya Sen, economista indiano e premio Nobel. Per Sen, misurare il progresso attraverso il PIL o il reddito pro capite significa ignorare il benessere reale delle persone. Al centro della sua proposta c’è un cambio di prospettiva: la qualità della vita non va valutata in termini di ricchezza, ma in base alla capacità effettiva delle persone di vivere una vita che hanno ragione di valorizzare. Applicata ai territori di mezzo, questa prospettiva ribalta la domanda: non “quanto produce questo territorio?”, ma “cosa permette alle persone che ci vivono di fare e, soprattutto, di essere?”
I territori di mezzo. Tra provincia e periferie della città.
“Territorio di mezzo” è una categoria analitica che descrive praticamente tutta l’Italia, ovvero tutte quelle aree che non sono né città metropolitana né aree interne. Si tratta della provincia: le città medie e piccole, le pianure urbanizzate. La definizione viene dalla ricerca di Lanzani e del gruppo del Politecnico di Milano, che ha battezzato così quell’Italia variegata che ha bisogno di essere ridefinita. I territori di mezzo vivono il rischio del declassamento progressivo, la perdita demografica, la frammentazione dei servizi, la mancanza di visioni di sviluppo di lungo periodo. Città come Reggio Emilia e Modena non vanno necessariamente in perdita, ma hanno un tessuto economico che non sa ripensarsi. A volte, il modello di riferimento è semplicemente sbagliato. La domanda che Convergenze pone è: siamo sicuri che questi territori abbiano bisogno di un modello di sviluppo per emulazione? O c’è qualcosa di diverso da inventare?
La Regione Emilia-Romagna, ad esempio, ha costruito negli ultimi anni un sistema di strategie territoriali integrate: le STAMI (Strategie territoriali per le aree montane e interne), le quali coinvolgono la Regione, gli enti locali e le rappresentanze economiche e sociali per un investimento sulla valorizzazione delle risorse disponibili in risposta ai fondi Europei 2021-2027. Come ha spiegato durante i lavori della scuola la responsabile regionale delle politiche europee, l’obiettivo è stato quello di «far dialogare i fondi tra loro, non solo per evitare sovrapposizioni, ma con l’intento di integrarli per renderli più efficaci e massimizzarne l’impatto sui territori». Un approccio che ha portato a coinvolgere direttamente i giovani nelle decisioni di sviluppo locale. Ma i territori di mezzo non sono solo fuori dalle città. Sono anche dentro. Esistono periferie di Milano e di Roma – il cosiddetto hinterland – che hanno più in comune con un comune appenninico di quanto si immagini: servizi inaccessibili, senso di abbandono istituzionale, mancanza di socialità. I territori di mezzo sono ovunque, e sono legati alle politiche che vengono fatte – o non fatte – su quel territorio. La domanda che Convergenze pone, e che rimane aperta, è se il modello emiliano-romagnolo sia esportabile, se sia possibile costruire una visione condivisa prima di distribuire risorse, connettere gli attori prima di progettare i servizi, misurare il valore prodotto non solo in termini economici ma in termini di abitabilità, equità,
Il ruolo del conflitto e le politiche giovanili
Dopo i panel tenuti in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, nella giornata del 22 Maggio, si arriva ai laboratori. Il momento pratico in cui la scuola mette a disposizione un tavolo di lavoro in cui unire tutte le persone presenti a discutere di un caso studio. Scomodo ha partecipato al laboratorio sulle politiche giovanili, tema che non solo ci contraddistingue ma che contribuiamo, ogni giorno, a portare avanti. Si partiva da due domande, per poi analizzare insieme, carta alla mano, i bisogni del target, i problemi, le cause per poi arrivare, infine, alle soluzioni. Le domande erano le seguenti: “Come fare in modo che le politiche giovanili siano sempre meno politiche di settore e sempre più interconnesse con le altre politiche?” e “Come costruire una visione sulle politiche giovanili, soprattutto nei territori di mezzo, in cui fragilità istituzionale e dei beneficiari è molto alta”.
Il laboratorio non parte dalle soluzioni perché «il rischio è che troviamo soluzioni a problemi che non sono quelli che vanno davvero alla radice del bisogno» come spiega Giulia Cassani, moderatrice della scuola. Marina Mingozzi, responsabile delle politiche giovanili della Regione Emilia-Romagna, introduce il laboratorio con un dato: «L’Italia non è davvero un paese per giovani. Non abbiamo una legge sulle politiche giovanili – e questo significa che non c’è una visione legislativa sulla intersettorialità della materia». Il rischio, dice, è trattare le politiche giovanili come «l’orto nel quale ti do due lire e lì fai quello che puoi».
I dati che presenta sono preoccupanti. Il 20% della popolazione emiliano-romagnola ha tra i 15 e i 34 anni, con Bologna, Modena e Reggio Emilia come principali concentrazioni. L’istruzione cresce: il 36,8% dei 30-34enni ha una laurea, contro il 30,7% nazionale, ma il mercato del lavoro fatica a valorizzarla: i laureati partono, verso l’estero o verso i grandi centri metropolitani, e le aree periferiche e montane perdono residenti under-35. Nel 2024, il 58,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora in famiglia, dato che si lega direttamente alla crisi degli affitti nelle città universitarie e alla difficoltà di costruirsi una propria autonomia economica. I NEET; giovani che non studiano, non lavorano, non si formano; sono il 9,6% in Emilia-Romagna, ben al di sotto della media italiana del 15,2%, ma con una concentrazione sproporzionata tra le giovani donne non cittadine italiane, per le quali l’incidenza raggiunge il 24,1%. Nei territori montani e nella pianura di mezzo, tutti i fenomeni si aggravano. E le proiezioni demografiche al 2060 indicano che, senza interventi strutturali, la riduzione della popolazione giovane, già visibile nelle aree più fragili, è destinata ad accentuarsi.
Quando la parola passa ai partecipanti, emerge subito un tema trasversale: il dialogo intergenerazionale non funziona, e il motivo non è solo culturale, ma strutturale. Ci si basa, infatti, su un modello sociale che non esiste più.
Angelo Cagnazzi, che lavora sulla rigenerazione urbana con la Cooperativa Resistente, impegnata nella riqualificazione del centro di visita di Marzabotto, a Poggiolo, conosce bene questo problema: «Un tempo svegliarsi alle sei e mezza era incasellato dentro una promessa – lavoro, stabilità, casa, famiglia. Quel meccanismo non esiste più. Il cinquantenne che dice al giovane devi essere umile, io ho più esperienza non capisce che i giovani oggi hanno una velocità e un’adattabilità molto maggiori. Questi punti di vista che faticano a mediare creano un divario che sembra gigante, ma è un divario mentale». E aggiunge: «Il divario sta creando un potenziale scontro, ma se si avesse il coraggio di guardarlo davvero, sarebbe una grande occasione». Alberto Montanari di Emil Banca, afferma: «Quando vengono a fare un colloquio, la prima cosa che i giovani chiedono è welfare e smart working. Non perché siano pigri, perché hanno capito che la sostenibilità di vita è la vera posta in gioco.” Cassani, continua chiarendo un equivoco: «I giovani non hanno smesso di partecipare; hanno smesso di tesserarsi. L’interesse cresce, ma sono le forme di ingaggio che devono cambiare: più flessibili e orientate al progetto». Lo conferma Paolo Marcolini, coordinatore del settore regionale della Progettazione sui Fondi Sociali Europei di CNA Formazione Emilia-Romagna: «I giovani d’oggi prediligono le community, ma sono comunque i protagonisti delle idee: dal clima alla Costituzione, dall’informazione agli spazi occupati. La mobilitazione c’è, sono cambiati gli strumenti». Non c’è il matrimonio con l’associazione, ma c’è la volontà di sentirsi parte di un cambiamento, a patto che l’ingresso sia libero e i vincoli, pochi. Questo lo conosce bene anche Scomodo, i cui spazi sono frequentati ogni giorno da persone molto diverse fra loro. Non è il post su Instagram, è la riunione online o l’assemblea in presenza. Ma, proprio come dice Marcolini, il tema è che, tra chi arriva per restare e chi rimane per poco, le realtà associative giovanili ci sono. E continueranno a esserci. Gli adulti, però, devono trovare modalità innovative di linguaggio per raggiungere i ragazzi e la soluzione a cui si arriva è la governance intersettoriale. In Emilia-Romagna ci sono molti spazi che non diventano presidi, viene riportato durante il laboratorio. Ma questo accade per la mancanza di una connessione: bisognerebbe unirsi, dall’alleanza di scopo alla compartecipazione con istituzioni, imprese private e fondazioni bancarie. Il laboratorio si conclude con un’ulteriore riflessione: «Dal mio osservatorio sul mondo delle imprese vedo un dato chiaro: quando un’azienda è governata da una donna o da un giovane, è più equa e più rispettosa del territorio in cui è inserita», afferma Marcolini.
A scuola di politiche sociali, cosa ci insegna l’Emilia Romagna
Il modello sperimentato in Emilia Romagna è un modello che porta con sé numerose iniziative sul territorio, che partono da una forte volontà: lo si vede nel programma Flash Giovani del Comune di Bologna uno strumento che Laura Tagliaferri, responsabile delle politiche giovanili del Comune, definisce “un portale online comunicato dai giovani e che comunica ai giovani”. Lo si vede anche nelle discussioni e nei dibattiti – e quindi nei conflitti, che si sono tenuti nell’arco dei talk in cui a parlare erano relatori con posizioni nella Regione. Lo si vede nelle parole di Maria Giovanni Govoni. Lei lavora per Art-Er, nell’’Unità Competenza Territorio per l’Innovazione e si occupa di Talent Attraction e Retention: in altre parole, di convincere le persone a restare o ad arrivare in Emilia Romagna. Un lavoro che, dice, fatica a spiegare ai pranzi di Natale, ma che esemplifica così: «Lo spazio è un dato fisico. Il luogo è quando ci metti dentro qualcosa che passa per un’azione: è aperto, va vissuto, ha un elemento sociale fondante, una funzione, una dimensione pubblica. Riconoscere questi spazi e farli diventare luoghi, luoghi dove le persone oggi possono decidere di rimanere, questo è il mio lavoro». Angelo Cagnazzi porta con sé la stessa consapevolezza: «Mi porto a casa due cose, da questa scuola: la consapevolezza che l’economia sociale è un bellissimo rimpiazzo dell’esistente. E che la sfida più grande che ha è formarci tutti alla complessità e ai cambi di paradigma». Il grosso compito, continua, è capire che se abbiamo lo stesso obiettivo, siamo la stessa cosa: «Dobbiamo fare alleanze continue, ma con chi è diverso da noi. Perché siamo troppo abituati a non stare nel conflitto. Mentre lo stare nel conflitto è trasformativo. Dobbiamo rompere il confine tra profit e non profit, tra terzo settore e welfare». Perché, come riporta Govoni, l’università ti dà il corso di laurea, il master, il PhD. Le imprese ti danno il lavoro, «ma alla fine quello che fa scegliere a qualcuno di restare è quanto riesci a trovare una comunità».
