“And the host is… Milano-Cortina!”
Così Thomas Bach, ormai ex presidente del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), dopo un po’ di doverosa suspance, a giugno 2019 annunciava la vittoria di Milano e Cortina d’Ampezzo, che avrebbero ospitato le Olimpiadi Invernali del 2026, che si terranno dal 6 al 22 febbraio.
Da quel momento la macchina Milano si è messa all’opera, ma, a poche settimane dall’inizio dei giochi, c’è bisogno di provare a fare chiarezza sulla gestione dell’organizzazione rispetto agli obiettivi di sostenibilità pubblicati nel dossier ufficiale della candidatura. Secondo il progetto con cui ci si è candidati, i giochi invernali si sarebbero dovuti distinguere per la innovativa sostenibilità economica, ecologica e sociale, riducendo gli sgravi fiscali utilizzando infrastrutture preesistenti, riqualificando le opere realizzate per le Olimpiadi di Cortina 1956 e promuovendo lo sviluppo economico ed urbano sia nelle comunità montane, sia a Milano. Un altro aspetto cruciale del progetto iniziale è quello di creare “legacy”, ovvero di lasciare un’eredità positiva e duratura nelle zone interessate e sulla reputazione italiana. Tra le opere più significative in questa direzione rientrano il Villaggio Olimpico attualmente in costruzione a sud-est di Milano nel quartiere Lodi e i diversi interventi stradali per potenziare i collegamenti tra le località turistiche montane che ospiteranno i giochi.
In questo contesto si inserisce anche lo sguardo di chi, come il Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) e il collettivo Off Topic, prova a leggere Milano-Cortina da dentro i territori. Come ci racconta un attivista del CIO, che preferisce rimanere anonimo, tra le persone coinvolte nella realizzazione del film collettivo Il grande gioco: «Le Olimpiadi non sono un evento sportivo, ma sono un acceleratore di dinamiche che sono diverse rispetto a quelle che c’entrano con lo sport. Il focus principale delle Olimpiadi non è lo sport. E non è neanche la pace dei popoli».
Per monitorare l’avanzamento dei lavori è stata fondata SIMiCo – Società Infrastrutture Milano-Cortina – la società pubblica che nel 2024 ha creato la piattaforma “Open Milano Cortina 2026”, la quale pubblica aggiornamenti sui lavori ogni 45 giorni.
Partendo da queste promesse abbiamo dunque provato a fare chiarezza sui processi e i risultati dei lavori ancora in corso.
Lavori in corso: a quale prezzo?
Dall’ultimo rapporto di Open Milano Cortina, pubblicato il 31 ottobre 2025, emerge che su 98 opere totali, 16 sono concluse, 51 sono in fase di esecuzione, 28 in progettazione e 3 in gara. L’avanzamento delle opere, più o meno connesse ai giochi olimpici, sembra procedere con gravi ritardi rispetto alle tempistiche prefissate e la maggioranza delle opere, dal valore di 3 miliardi di euro, corrono il rischio di rimanere incompiute. Tra queste rientrano soprattutto gli interventi stradali, che rappresentano il 68% del totale delle opere, come la variante di Longarone, quella di Cortina, quella di Vercurago e la tangenziale sud di Sondrio che hanno visto le date di conclusione dei lavori spostate oltre il 2030: per alcune opere si parla di consegna nel 2033.
L’aspetto più critico riguarda il lievitamento dei costi a carico del settore pubblico. Se la stima iniziale del costo totale ammontava a circa un miliardo e mezzo di euro, ad oggi sono stati già spesi quasi 6 miliardi di euro. Di questi, è impossibile stabilire con precisione quanti provengono dal settore pubblico poiché non vengono pubblicati dati a riguardo. Su questo punto l’attivista di CIO sottolinea come le Olimpiadi si innestino dentro logiche già rodate: «C’è un approccio di partnership pubblico-privato in cui le spese sono pubbliche e i profitti sono privati e c’è un approccio di valorizzazione del metro quadro, di cambio di narrazione e di militarizzazione. Tutte queste cose vengono messe insieme e un maxi evento le accelera tantissimo».
Emerge con sempre maggiore evidenza una serie di extra-costi legati alle opere per Milano-Cortina, che mostrano una gestione difficilmente sostenibile, in cui i veri conti diventano chiari solo a lavori avviati, quando ormai le possibilità di intervenire si riducono e si ricorre nuovamente al finanziamento pubblico. Spesso i costi continuano a lievitare per cui è impossibile prevedere una stima di spesa prima della chiusura del cantiere: una modalità operativa ben lontana dalla sostenibilità economica millantata del progetto iniziale.
Cambiamenti climatici ed ecosistemi naturali
Il caso più emblematico delle contraddizioni tra promesse di sostenibilità e come in realtà si sta gestendo l’impatto dei giochi sull’ambiente, è quello della pista da bob di Cortina: un’opera che ha un impatto ambientale significativo in un ecosistema alpino già fragile a causa dei cambiamenti climatici. I costi, inizialmente stimati tra i 50 e i 60 milioni di euro, sono lievitati a circa 120 milioni e tuttora in aumento, unitamente al fatto che il cantiere ha comportato l’abbattimento di oltre 600 larici nel lariceto di Ronco, un bosco secolare la cui tutela è stata richiamata anche da Italia Nostra, un’associazione che si occupa di salvaguardare i beni culturali e naturali e che ha denunciato una possibile violazione del Codice dei beni culturali.
L’attivista di CIO richiama proprio questa asimmetria di tempi tra politica ed ecosistemi: «Un bosco non ha la stessa tempistica di noi esseri umani, per cui per diventare adulto ha bisogno di parecchio tempo di attività. E tutti i lavori che si fanno per cambiare scopo del suolo hanno effetti su un tempo».
A questo si aggiunge un elemento strutturale ancora più critico: l’opera è stata avviata senza una Valutazione di Impatto Ambientale. Così come la maggior parte dei progetti olimpici è proceduta senza una vera Valutazione Ambientale Strategica, in contrasto con quanto promesso nel dossier di candidatura. In un contesto montano già messo sotto pressione dal riscaldamento globale e dal terreno soggetto a frane, l’insieme di deroghe, accelerazioni procedurali e assenza di studi approfonditi rappresenta un pericoloso precedente e solleva interrogativi sulla reale sostenibilità degli interventi realizzati per Milano-Cortina 2026.
Nel film documentario sulle Olimpiadi 2026 “IL GRANDE GIOCO” del Comitato Insostenibili Olimpiadi, emerge un’altra triste verità: il bob, a Cortina, non è particolarmente praticato. E allora cosa ne sarà di questa pista? KPMG ha stimato che se anche l’impianto verrà messo in funzione a pieno regime (praticamente impossibile), la pista andrà in perdita, oltre 500mila euro all’anno. L’attivista di CIO, nel raccontare le riprese svolte a Cortina, sintetizza così il paradosso: «Ci siamo trovati davanti un’opera mastodontica costruita per uno sport che in Italia praticano in pochissimi. Il CIO stesso era favorevole a usare gli impianti di Innsbruck. Qui si è voluto costruire comunque, anche contro ogni dato di realtà».
A Cortina d’Ampezzo, una comunità allargata di locali e non-locali si è mobilitata contro la costruzione della pista da bob, un’opera che su carta originariamente prevedeva il recupero della pista Eugenio-Monti, ma che nella realtà è risultata in una costruzione ex-novo. Oltre alle criticità menzionate, vi è anche un tema di legacy, dato che non è chiaro chi dovrà sostenere i costi di mantenimento dell’opera dopo i giochi, forse lo stesso comune di Cortina con ampia partecipazione del pubblico.
La medaglia d’oro alle speculazioni
Sulla speculazione edilizia dietro a Milano Cortina 2026 si è concentrato da anni il lavoro di inchiesta di Altreconomia. Nel libro “Oro colato”, firmato da Duccio Facchini insieme a Luigi Casanova – già autore anni fa di “Ombre sulla neve”, primo allarme sulle distorsioni dei “grandi eventi” – emerge un quadro netto: le Olimpiadi come “grimaldello” per operazioni immobiliari altrimenti indigeribili. Il direttore della testata indipendente Facchini descrive Milano Cortina 2026 come «un grande evento usato per sbloccare partite immobiliari altrimenti improponibili».
Porta Romana: come un’operazione privata scarica rischi sul pubblico
Il caso del Villaggio Olimpico di Porta Romana è particolarmente rivelatore. Secondo Facchini, ci troviamo davanti a un’operazione privata che rischia di trasferire sul pubblico extra costi allo Stato non ancora documentati con trasparenza. «Sfido chiunque – osserva – a trovare una famiglia che compra una casa a un certo prezzo e poi chiede al Comune di pagare la differenza. Eppure qui succede: il privato comanda e il pubblico sembra eseguire».
Quando Altreconomia ha chiesto di visionare gli atti che giustificano questi presunti extra costi, il Comune di Milano ha negato l’accesso richiamando «il diritto costituzionale all’inviolabilità della corrispondenza», un argomento che il TAR ha giudicato infondato. Il tribunale ha infatti ordinato la consegna dei documenti, ma ha concesso al Comune la possibilità di rimandarla alla conclusione dell’intero iter amministrativo – una scadenza vaga e potenzialmente lontanissima nel tempo.
Il motivo di tanta opacità emerge solo più tardi, quando Luca Mangia, un alto dirigente del Gruppo COIMA di Manfredi Catella conferma, intervistato da Altreconomia il 30 settembre 2025, quello che Facchini definisce “il segreto di Pulcinella”: l’operatore privato aveva già raggiunto con gli enti pubblici un accordo preliminare per cui l’acquisto dell’area e la realizzazione del Villaggio Olimpico sarebbero avvenuti solo se Comune e Regione avessero poi trovato il modo di coprire gli extra costi. In altre parole, prima ancora che esistesse una norma o una copertura finanziaria che lo permettesse, il pubblico si era già impegnato a farsi carico dei rischi economici dell’operazione, spiega Facchini.
Nel futuro post Olimpiadi, il Villaggio Olimpico diventerà uno studentato con 1700 posti letto, il cui affitto medio sarà oltre gli 800 euro. Un’altra operazione che rende la parola “rigenerazione” e “impatto zero” sempre meno credibile agli occhi di chi vive l’insostenibile città di Milano.
Arena Santa Giulia: soldi pubblici per un impianto privato
Lo stesso schema si ripete per l’Arena Santa Giulia, il palazzetto da 16.000 posti che dovrebbe ospitare l’hockey su ghiaccio. Nonostante sia un’infrastruttura privata e non rispetti i requisiti tecnici richiesti dalla Federazione (manca una pista fissa e quella di allenamento), ha già ricevuto per legge 51 milioni di euro di fondi pubblici: 21 milioni con il decreto Sport, altri 30 in autunno con il cosiddetto “Decreto Anticipi”. Gli atleti dovranno allenarsi in una pista provvisoria allestita in un tendone esterno, mentre dentro l’Arena si monterà una pista temporanea per le gare. «In un Paese che dice di non trovare fondi per asili nido, tempo pieno e medicina territoriale, si finanziano impianti privati», commenta Facchini.
Il nodo principale, però, non è solo amministrativo: è politico e normativo. Facchini afferma che istituzioni locali e governo hanno dovuto inventare «formule legislative per coprire gli extracosti», perché finanziare direttamente un soggetto privato per compensare rischi imprenditoriali avrebbe altrimenti configurato un problema enorme al cospetto della Corte dei conti. Per evitare questo controllo, sottolinea, si costruiscono percorsi legislativi dedicati – come il decreto Sport – pensati per rendere possibile ciò che altrimenti non lo sarebbe. Ed è in questo contesto che le parole del ministro Salvini, riferite da Facchini, acquisiscono un peso politico e giuridico preciso. Il ministro ha auspicato che per Milano-Cortina valga «il modello Expo», cioè un regime eccezionale in cui le istituzioni «remano tutte dalla stessa parte». Una formula che, tradotta sul piano effettivo delle procedure, significherebbe accettare deroghe diffuse: sospensione o compressione di controlli, accelerazioni forzate, superamento di vincoli che in condizioni ordinarie tutelano ambiente, contabilità pubblica e partecipazione democratica. «È un modo per dire che eventuali problemi si affronteranno dopo le Olimpiadi», osserva Facchini, «quando ormai gli atti saranno compiuti e le risorse già impegnate». In altre parole, un modello emergenziale permanente che consente di costruire oggi, opere che ricadranno sulla collettività domani, senza piena trasparenza né valutazioni complete.
A non fare della trasparenza il proprio punto forte, c’è anche la società pubblica SIMiCo. Dai dataset interni – resi pubblici solo dopo le pressioni ottenute dalla pubblicazione del report Open Olympic promosso dall’associazione Libera– emerge che l’80% dei lavori sarà completato dopo le Olimpiadi, pur essendo stati presentati come funzionali ai Giochi stessi tramite procedure accelerate “in stile PNRR”. A questo livello nazionale si somma la dimensione globale del business olimpico. «Il CIO – il Comitato Olimpico Internazionale – è un soggetto privato domiciliato in Svizzera» ricorda Facchini, sottolineando come i partner principali siano colossi economici. Tra questi Deloitte, protagonista di un accordo da un miliardo di dollari con il CIO e beneficiaria in Italia di «176 milioni di dollari senza gara» nell’ambito della cybersecurity e dell’IT per i Giochi. Per Facchini, questo dimostra «come logiche e profitti privati prevalgano sulla trasparenza e sull’interesse pubblico».
In questo intreccio di deroghe, extracosti e governance privatistica, il più grande evento sportivo del Paese sembra destinato a lasciare un segno profondo non solo nelle montagne e nelle città coinvolte, ma anche nei meccanismi di decisione pubblica. «La partita delle Olimpiadi si gioca a Milano» conclude Facchini. «Ed è lì che il grande evento, più che un investimento collettivo, sta diventando un gigantesco acceleratore di rendite private».
Sviluppo economico locale sostenibile
Nonostante le promesse di portare sviluppo economico nelle località coinvolte dalle Olimpiadi, la realtà sembra ben diversa. Le azioni degli enti organizzativi entrano spesso in contrasto non solo con gli obiettivi dichiarati, ma soprattutto con le reali necessità delle comunità locali, che affrontano problemi strutturali profondi: dallo spopolamento, aggravato dalla mancanza di servizi e conseguenti opportunità di lavoro stabili, all’impossibilità di trovare alloggi a prezzi accessibili. A questa distanza tra bisogni reali e scelte istituzionali si collega una delle riflessioni più nette dell’intervista a Off Topic: «Quando si va nei quartieri e si parla con le persone, ti dicono che forse le Olimpiadi porteranno soldi. Ma alla domanda “e gli affitti?”, tutti rispondono che sarà un disastro. Perché l’effetto lo vedono già, anche senza chiamarlo gentrificazione». L’esempio di Livigno è emblematico: mentre vengono stanziati milioni di euro per nuovi impianti sciistici, il tempo minimo per raggiungere un ospedale italiano resta di due ore. Un altro esempio è il villaggio olimpico di Fiames a Cortina, un edificio smontabile che ha richiesto 40 milioni di euro a fondo perduto laddove era stato proposto di recuperare edifici degradati esistenti in un contesto di crisi abitativa legata all’espansione del settore turistico. Come sottolinea Beatrice Citterio, studentessa e ricercatrice attiva tra Bolzano e Milano, che si è impegnata nello studio dell’impatto dei giochi sui territori coinvolti e sul loro immaginario «tu puoi spendere miliardi di euro su opere di cemento, ma se poi se le gente non può svolgere lavori che non dipendono dalla stagionalità, ad esempio insegnare a scuola, o anche solo tenere la scuola aperta a causa dei bassi numeri, vuol dire che quel luogo non è vivibile permanentemente». Una distanza evidente tra le scelte d’investimento pubblico e i bisogni concreti della popolazione, che rende le dichiarazioni di sostenibilità dei giochi contenute nel dossier e nel piano strategico della Fondazione Milano-Cortina prive di reale concretezza.
L’insostenibilità delle Olimpiadi, investe diversi ambiti, dall’ambiente al sociale. La crescita economica prevista si fonda quasi esclusivamente sul turismo della neve, un settore messo a dura prova dal cambiamento climatico e basato in larga parte su lavori stagionali: «stiamo verticalizzando su un turismo (quello della neve) che è già in crisi e che sappiamo sarà sempre più in crisi». Come può un modello che replica e incentiva l’overtourism rispettare la promessa di sostenibilità? Lo stesso modello che aumenta i profitti di pochi privati a discapito della popolazione locale e della tutela del territorio, senza affrontare questioni centrali come la crisi abitativa in peggioramento a causa delle opere olimpiche nelle aree coinvolte.
Oltre alla questione dello sviluppo economico sostenibile, vi è un tema di trasparenza e di coinvolgimento della comunità nei processi decisionali legati all’approvazione e allo svolgimento delle opere. La marginalizzazione dei cittadini ha dato impulso alla nascita di comunità dal basso come Protect Our Winters. Nel corso della sua attività, l’organizzazione ha constatato che per molti partecipanti era la prima opportunità di discutere insieme l’impatto delle Olimpiadi sulle proprie vite. Il silenzio assordante da parte di Fondazione Milano Cortina e Fondazione Cortina è anche quello della classe politica governativa, che insiste su una retorica trionfalistica, trascurando le criticità, soprattutto negando un confronto sincero e l’accesso a informazioni trasparenti e complete. Oltre alle manifestazioni a Cortina contro la nuova pista da bob, a Bormio la popolazione si è ribellata al progetto della “tangenzialina” dell’Alute. Il progetto prevede un’opera stradale collaterale dal costo iniziale stimato di 7 milioni di euro che passerebbe in mezzo alla Piana agricola dell’Alute, una zona di rilevanza ecosistemica e ambientale in quanto corridoio primario della rete ecologica regionale. Nonostante il comune avesse dichiarato di aver escluso, per mancanza di tempi utili, la realizzazione del progetto prima delle Olimpiadi, ha poi deliberato la riprogrammazione per l’inizio del lavori. Ai cittadini, che avevano raccolto le firme necessarie per un referendum abrogativo, è stato negato il referendum.
Una riflessione importante avanzata da Citterio riguarda la difficoltà nel dare voce alle comunità locali e nel mobilitarle contro decisioni calate dall’alto. I territori impattati dalle Olimpiadi sono composti da comunità molto diverse tra loro, con priorità, problemi e livelli di politicizzazione differenti ed è dunque complesso trovare i punti d’incontro per opporsi ai colossi del settore privato. In alcune piccole aree montane mobilitarsi è ancora più complesso, tra chi preferisce non esporsi pubblicamente e chi si lascia attrarre dalle promesse di sviluppo economico. «Ci sono degli individui per ogni località che portano avanti controinformazione in modo efficace, anche perché è molto difficile farlo in luoghi così diversi dall’urbano: a Milano se vado in manifestazione nessuno mi dice niente, ma in montagna se si va in manifestazione mi vedranno amici, parenti e/o conoscenti che magari in quell’industria ci lavorano».
Queste olimpiadi seguono il modello olimpico nella sua interezza, ovvero un evento calato dall’alto, seguendo i bisogni dei privati che si sono accordati con il settore pubblico, escludendo il ruolo essenziale dei cittadini e delle comunità locali. Nelle parole di Citterio, «hanno praticamente scardinato tutto quello che avevano detto e hanno proposto alternative molto più dannose e lesive nei confronti delle comunità locali». Nel giornale “Giochi Preziosi”, ideato e autoprodotto da Citterio e in cui sono raccolte diverse testimonianze da parte di comunità direttamente impattate dalle olimpiadi, il collettivo Perestrojka in “Punti di Vista della bassa Valtellina” afferma che «abbiamo bisogno di servizi, collegamenti e spazi pubblici, ma che siano progettati assieme a chi abita la Valle dodici mesi all’anno». Le Olimpiadi 2026, rappresentano un’ulteriore promessa di sostenibilità non mantenuta anche a livello sociale. I grandi eventi, purtroppo, finiscono spesso per giovare solo aziende private ed investitori, lasciando invece le comunità locali in un mare di debiti e i suoi abitanti con nuove criticità invece che miglioramenti nella qualità di vita.
Di fronte alla distanza ormai evidente tra le promesse formulate nel dossier del 2019 e la realtà che si sta concretizzando sul territorio, la domanda che rimane senza risposta è semplice e pesante: dov’è la legacy? Dove si trova quella eredità fisica e ideologica che avrebbe dovuto guidare ogni scelta, ogni investimento, ogni sacrificio chiesto ai territori coinvolti? Ciò che emerge è il rischio opposto: quello di lasciare in eredità debiti, infrastrutture costose da mantenere, impatti ambientali irreversibili, turistificazione di ecosistemi fragili, aumento del costo della vita e gentrificazione, insieme a una crescente sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. È la condizione che Roberta De La Zanna, consigliera comunale di Cortina d’Ampezzo, descrive come «il rischio di essere schiacciati tra un “prima” già fragile e un “dopo” ancora più precario»: dei territori, milanesi e montani, già segnati da difficoltà strutturali e oggi esposti al rischio di nuove e più pesanti criticità, senza avere voce sul proprio futuro. Questa fragilità è amplificata da un deficit profondo di responsabilità e trasparenza. Non esiste un meccanismo che obblighi il Comitato Olimpico Internazionale, la Fondazione Milano Cortina o gli enti attuatori a produrre un bilancio finale che confronti promesse e risultati. Il piano strategico non prevede strumenti di monitoraggio indipendenti, molte opere avanzano senza Valutazione di Impatto Ambientale, le informazioni economiche e amministrative emergono solo grazie al lavoro della stampa indipendente e delle comunità attive sul territorio. Nell’intervista, Michele riconduce tutto a una domanda politica centrale: «Il nodo è sempre lo stesso: quanto potere decisionale hanno davvero le persone? Le Olimpiadi mostrano che quando c’è un maxi evento, il processo democratico si restringe. E quello che resta lo si conquista dal basso, non viene mai concesso dall’alto». E un’ultima riflessione, che riassume lo spirito del film Il grande gioco: «Il nostro tentativo era rompere la bolla. Non fare un reportage, non fare un documentario classico, ma mostrare che c’è chi prova a dire la propria. Perché tra promesse e realtà la distanza è enorme, e qualcuno deve pur raccontarla». Dove sono gli strumenti che permettono alle comunità di incidere sulle scelte che trasformano in modo radicale i loro luoghi di vita? Non nei processi partecipativi, mai attivati. Non nella trasparenza degli atti, spesso negata o rinviata. Non nel dialogo governativo, che preferisce una retorica entusiastica alla discussione reale. Purtroppo nemmeno dalle occasioni di confronto e di richiesta di trasparenza e partecipazione nate dal basso perché silenziate, marginalizzate e mai ascoltate. Senza l’impegno continuativo di giornalisti d’inchiesta e realtà come La Via Libera, Open Olympics, Altreconomia, Report, il Comitato Insostenibili Olimpiadi, che hanno portato alla luce documenti, numeri e retroscena altrimenti inaccessibili, gran parte dei dati oggi disponibili rimarrebbe nascosta dietro una coltre di opacità istituzionale. Eppure, anche queste, forse sono arrivate troppo tardi. Quando i lavori erano già in corso d’opera o conclusi, e quindi con nessuno spazio reale per poterli bloccare. I cittadini, che dovrebbe essere i primi destinatari dei benefici, rimangono paralizzati davanti a cantieri poco comprensibili, accordi inaccessibili, numeri incompleti e decisioni prese in spazi esclusivi.
Questo contenuto è il risultato di un cerchio della comunità di Scomodo Milano.
Hanno collaborato Eleonora Falchi, Matteo Tarquini e Valeria Di Battista
Scomodo ha trasmesso alcune domande al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per chiedere chiarimenti riguardo il tema degli extra costi, dei ritardi nella realizzazione di alcune opere considerate strategiche e sulle procedure di valutazione di impatto ambientale per i cantieri a Cortina.
Qui puoi leggere le risposte integrali del Ministero.
