Il diritto alla città: ripensare Bari

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Mesi fa, all’avvio del lavoro editoriale della redazione barese di Scomodo, ci è parso un punto di partenza naturale mappare la nostra città. 

Non si può immaginare un discorso consapevole sul progresso sociale senza parlare di città. Allo stesso tempo, non si può parlare concretamente di città senza acquisire una chiara coscienza delle politiche urbanistiche che ne determinano l’espansione: chi le plasma, quali forze sono all’opera e secondo quali logiche. Più sarà diffusa la consapevolezza che il volto del tessuto urbano non è una chimera, ma il prodotto di scelte politiche calcolate, più sarà vicino il momento in cui quelle decisioni smetteranno di seguire le esclusive logiche del profitto e dell’estrattivismo. Solo allora lo spazio potrà essere forgiato al servizio delle aspirazioni di tutti i cittadini: termine che non indica semplicemente i residenti, ma esseri umani in quanto soggetti dotati di autonomia politica.

L’aspetto di Bari è cambiato nel corso del tempo e l’espansione edilizia continua a procedere, senza però senza che il Comune abbia reso operativi gli strumenti per regolarla. Ne abbiamo parlato con architetti e urbanisti nostri concittadini, con il fine di portare avanti quest’opera di auto-istruzione collettiva, di cui questo articolo è solo il primo passo.

 

Il piano Quaroni

Il primo piano regolatore per la città di Bari è datato 1954, a firma degli architetti Calza Bini e Piacentini; un nuovo piano fu poi elaborato, a partire dal 1976, da Ludovico Quaroni. Quello che passerà alla storia come “Piano Quaroni” vide la luce dopo circa dodici anni di lavori, costellati da polemiche e lotte politiche tra le varie amministrazioni cittadine. Il suo limite principale fu quello di nascere quando le direttrici fondamentali di espansione erano già state tracciate: si trattò di un compromesso tra lo sviluppo urbano già in atto e il tentativo di armonizzarlo con le nuove prospettive dell’Italia del boom economico. Ne abbiamo parlato con Nicola Signorile, giornalista e critico di architettura:

«Il piano Quaroni non nasce autonomamente, è una variante generale del piano Piacentini-Calza Bini del 1954, il quale era già un piano di espansione. Aveva infatti ereditato l’idea delle frazioni, ossia i paesi che erano stati inglobati, un’espansione territoriale che deriva dall’idea fascista di Bari come città capitale della Puglia: non “la grande città”, ma la “città capitale”». È proprio nell’epoca fascista, infatti, che vengono accorpati a Bari i comuni di Ceglie, Carbonara e Loseto. «Nell’idea del regime», continua Signorile, «bisognava ridurre l’importanza di Napoli, considerata pericolosa in quanto città operaia, e accrescere invece il peso di una città periferica come Bari, che doveva essere mercantile e di servizi, non operaia. Per questo abbiamo così tante previsioni destinate al terziario. Questo è il vizio d’origine, il peccato originale del piano di Bari».

Considerato da sempre una soluzione tampone — il cui superamento è stato a lungo rimandato, destino comune a molte “toppe” nella storia della Repubblica —, dal piano Quaroni i baresi hanno ereditato il ponte tra Japigia e Madonnella e quello antistante il liceo Scacchi, alla fine di corso Cavour. Il piano si scontrò ben presto con la resistenza dell’opposizione comunista in consiglio comunale, che ne denunciava l’inadeguatezza rispetto ai nuovi progetti in cantiere, tra cui l’ammodernamento e l’espansione della Stazione Centrale. E non solo: ereditando le vecchie aspettative del regime per la sua “Città Adriatica”, il Piano Quaroni si basava sull’illusione che la popolazione dovesse mantenersi in costante crescita fino a toccare i 600-700mila abitanti. Una prospettiva che, nei fatti, non si è mai verificata.

 

Il caso di Punta Perotti e Città Plurale

Seguendo le direttive di crescita urbanistica pensate nel piano Quaroni, negli anni Novanta iniziarono i lavori del complesso immobiliare di Punta Perotti. Il progetto, inizialmente autorizzato dal Comune di Bari, prevedeva — oltre al complesso residenziale — l’edificazione di un porto turistico, di un albergo e di numerosi servizi terziari, minacciando di cancellare per sempre la spiaggia di Pane e Pomodoro. Nicola Martinelli, professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Bari, ha discusso con noi del tema dicendoci che «Il rapporto col mare, nella parte sud-est della città, sarebbe stato totalmente chiuso. Immaginate il carico urbanistico che un’infrastruttura di questo tipo avrebbe potuto avere. Loro reinterpretarono il PRG in questo modo: Quaroni, ahimè, aveva legato a quella zona attività terziarie, e loro con il progetto Porto Verde, firmato dall’architetto Davide Dioguardi, misero in atto proprio questo.»

Per opporsi al cantiere nacque Città Plurale: un’associazione di architetti e intellettuali baresi con la missione di informare la cittadinanza sulle vere implicazioni di ciò che stava accadendo.

«Franco Cassano ne fu l’ispiratore, certo, ma fu innanzitutto un fatto collettivo», ci racconta Martinelli. «Alessandro Laterza, Gianfranco Viesti, Michele Laforgia, Dino Borri, Marina Comei, Francesco Fiorentino, il professore di lingue straniere Amoruso, io stesso… insomma, eravamo in tanti. Il picco di iscrizioni lo registrammo quando organizzammo la grande festa alla Rotonda sul lungomare di Bari, dedicata proprio a Punta Perotti. Quella sera, molti artisti teatrali e musicisti baresi si esibirono alternandosi ai nostri interventi. Si dovette chiudere il lungomare al traffico perché la piazza era stracolma. Stampammo delle magliette, un quadernetto… era il 7 giugno 2002.»

Il lavoro di Città Plurale non fu vano e portò a una mobilitazione generale. Questo movimento di protesta, intrecciato alle lunghe e complesse vicende processuali (con i terreni sequestrati e dissequestrati a più riprese tra i vari gradi di giudizio, fino ad arrivare alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), culminò con l’abbattimento del complesso. Un evento quasi mitico nella memoria collettiva dei baresi, conclusosi con la spettacolare demolizione in tre fasi dell’aprile 2006.

Città Plurale non è stata solo l’epicentro di un movimento di cittadini e cittadine determinati a recuperare il controllo sul destino della propria città, ma resta un esempio brillante di quanto la vita collettiva e l’urbanistica siano legate a doppio filo.

 

Il Piano Urbanistico Generale (PUG)

Con il passare degli anni, l’approccio all’urbanistica in Italia è cambiato. Sono nate nuove leggi a tutela dell’ambiente e del paesaggio — quelle stesse norme che stavano ormai superando la logica del piano Quaroni e che hanno permesso ai giudici di bloccare il cantiere di Punta Perotti, giudicato troppo a ridosso del mare e incompatibile con la tutela paesaggistica. In questo rinnovato contesto normativo prende forma il PUG, il Piano Urbanistico Generale.

Bari, a differenza di molti altri comuni pugliesi, è rimasta un passo indietro. Nel 2008, sotto l’amministrazione Emiliano, viene varato il DPP, ovvero il Documento Programmatico Preliminare propedeutico proprio all’adozione del PUG. Eppure, a quasi vent’anni da quel primo passo formale, il piano definitivo non ha ancora visto la luce. Nel frattempo l’espansione edilizia non si è certo fermata: continua a procedere a tamburo battente, senza che il Comune abbia reso operativo lo strumento nato proprio per regolarla e ordinarla.

 

Contemporaneità e consumo di suolo

Nel 1973, quando il piano regolatore di Quaroni venne approvato, la prospettiva per la città di Bari era quella di raggiungere i 600.000 abitanti, divenendo così capitale del Mezzogiorno riformista e polo di una città-regione saldata con Taranto lungo un asse alternativo a Napoli. Cinquant’anni dopo, i dati ISTAT del 2026 fermano la popolazione a poco più di 315.000 residenti (al netto del sommerso e dell’abusivismo), mentre la scarsa attrattività delle città del Meridione, unita alla bassa natalità, induce a un trend demografico negativo.

Nonostante questo, i milioni di metri cubi previsti da quel piano sono ancora edificabili. Gli imprenditori investono, i cantieri aprono, le ruspe lavorano. Il piano, nonostante il suo sapore obsoleto, funziona benissimo. La nuova costruzione, infatti, continua a essere richiesta e attrattiva: «Le case nuove si vendono sulla carta prima ancora di essere completate, mentre gli affitti restano alti e quartieri come Sant’Anna appaiono vuoti, senza servizi di base», nota Signorile.

Il dubbio è lo stesso da anni: perché, a fronte di un piano che non fa i conti con la nuova sensibilità ambientale, il nuovo PUG giace ancora in qualche cassetto del Comune? A questa domanda, Signorile risponde deciso: «Oggi abbiamo ancora un residuo calcolato che va dai 12 ai 15 milioni di metri cubi non ancora realizzati, ma previsti nel piano Quaroni. Quindi il piano va bene a tutti».

Il meccanismo è evidente: ritardare il PUG significa continuare a soddisfare le vecchie previsioni espansive. Bari è una città in forte metamorfosi. Cambiano gli abitanti, sempre più fluttuanti o di passaggio; muta la sua architettura, assai meno radicata al luogo e sempre più associata alle archistar; varia l’uso del suolo, sempre più coperto e cementificato. Le aree più esposte sono quelle agricole, verdi o destinate ai servizi, spesso riconvertite in residenziale tramite deroghe e varianti.

Via Amendola, asse veicolare chiave della città, è senza dubbio l’esempio più brutale di questo fenomeno. Pur non trattandosi di suolo agricolo vergine, la demolizione sistematica del preesistente per garantire importanti volumetrie “premiate” fa discutere. L’ex asse industriale si è rapidamente trasformato in un corridoio residenziale: su ambo i lati sorgono imponenti complessi a quindici piani classificati “a impatto zero”, prime fra tutte le nuove costruzioni adiacenti al parco Bonomo. Nicola Martinelli definisce la trasformazione di via Amendola frutto della «scellerata politica del piano casa, veramente deleteria […] spero sia l’ultimo atto di consumo di suolo di questa città».

Nel vicino quartiere Mungivacca, il progetto MyCityBari segue uno schema simile. Firmato da Mario Cucinella Architects, occupa 22.500 metri quadrati dell’ex clinica Santa Lucia: tre palazzine per un totale di 162 appartamenti, una corte centrale inverdita, un parco di circa 10.000 metri quadrati, negozi e aree sportive. Presentato come “laboratorio green“, nasce su un’area del PRG inizialmente destinata a servizi per la residenza. Il verde interno, di indubbia qualità progettuale, resta però condominiale e non soddisfa l’esigenza di spazi pubblici aperti alla collettività.​ Il complesso appare quindi come un enclave urbana: «Non dialoga né spazialmente né socialmente con il resto della città […] la tendenza è consumare suolo privatizzando ogni potenzialità di spazio pubblico», spiega Signorile.

Le grandi firme dell’architettura, sempre più presenti nei nuovi progetti sul territorio barese, fungono da leva di mercato. «Le imprese hanno capito che ne avevano bisogno: la firma è il valore aggiunto», continua Signorile. L’architettura, come segnala l’APS Barium, risulta de-territorializzata, comportando la perdita del patrimonio architettonico e dell’identità della città. Ne è un esempio il progetto VerdeMare di Stefano Boeri, che più di un “Bosco Verticale barese” appare come una variante orizzontale del modello milanese, replicato globalmente e senza alcun adattamento locale. «Boeri fa il Bosco Verticale a Bari, Milano, in Cina e a Dubai ed è sempre lo stesso. Esporta senza avere nessun tipo di rapporto con i luoghi. Si vuole la copia conforme di quello che il supermercato dell’architettura globale propone, come se fosse brandizzato».

Il ruolo delle archistar diventa chiaro: non arrivano per migliorare la qualità urbana, ma come garanzia finanziaria e scudo politico. La firma rende il progetto vendibile, autorizzabile e difficilmente contestabile. Nicola Cavallera, presidente dell’APS Barium, osserva: «Certe firme possono giustificare determinati interventi; è difficile dire di no a un Fuksas. La maggior parte dei cittadini si basa sul nome e non ha nemmeno la spinta di guardare il progetto», mentre le imprese costruiscono a debito: «Senza un nuovo lotto da edificare, alcune fallirebbero».

A fronte di queste cubature, lo stesso Cavallera e Dario Monsellato dell’APS Barium sottolineano la necessità di tutelare il patrimonio esistente, quell’eredità architettonica del moderno che alcuni vorrebbero cancellare per costruire il nuovo. A marzo 2024 sono iniziati i lavori di demolizione dell’ex sede della Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’Africano: un edificio progettato nel 1972 da Onofrio Mangini, una delle firme più significative del dopoguerra barese. Al suo posto sorgeranno 88 appartamenti su 7 piani, un colosso in calcestruzzo denominato Palazzo del Mezzogiorno. L’edificio preesistente era presente nell’Elenco delle Opere di Architettura Moderna e Contemporanea stilato dal Comune, ma non era formalmente vincolato: nessuna amministrazione pugliese, infatti, ha mai applicato con forza la Legge Regionale n. 14 del 2008 sulla “Qualità delle opere di architettura”, che obbligava gli enti locali a tutelare ufficialmente gli edifici significativi del Novecento. Monsellato inquadra esattamente il nesso: «Quell’edificio non era tutelato. Ma perché? Forse perché non era conosciuto. E la conoscenza è una questione culturale che riguarda la comunità, non solo gli architetti».

Ecco perché mappare i luoghi in cui viviamo resta il primo, ineludibile passo per potercene riappropriare.

 

Il diritto alla città

Quello che emerge da questo percorso — dal piano Quaroni a Punta Perotti, da via Amendola a MyCityBari e al progetto VerdeMare — è una città che cambia forma senza che la sua direzione sembri pienamente condivisa. Se, come scriveva Henri Lefebvre, il “diritto alla città” è anzitutto “un grido e un’esigenza”, allora bisogna rivendicare un ruolo attivo nelle politiche urbanistiche che regolano l’accesso allo spazio pubblico e alla cosa comune.

A Bari l’impressione è che questo diritto sia sempre più fragile. I fenomeni di trasformazione, dalla gentrificazione del centro storico alle nuove costruzioni, appaiono distanti dagli abitanti, mentre meccanismi di rendita fondiaria e speculazione continuano a modellare il tessuto urbano. Il distacco tra i luoghi, le architetture e chi li vive cresce ogni giorno di più: operazioni di greenwashing e progetti firmati dalle archistar sostituiscono, di fatto, i processi di discussione pubblica.

Come scriveva il sociologo Giandomenico Amendola nel saggio La città postmoderna, «la città è essa stessa, assieme, specchio, maschera e simulacro». Ad oggi, Bari sembra confermare questa amara diagnosi. Riconquistare il diritto alla città non significa fermare ogni cantiere, ma riportare i processi decisionali vicino a chi la abita. Significa pretendere che il suolo sia difeso come bene collettivo e che i cittadini tornino a essere attori protagonisti dello spazio pubblico.

L’APS Barium lo fa mappando il patrimonio moderno; Città Plurale lo fece riempiendo le piazze contro Punta Perotti. Oggi questo impegno potrebbe tradursi nel discutere apertamente i grandi progetti in cantiere, come Costa Sud o il nuovo waterfront, e nel limitare le premialità volumetriche sulle aree sensibili.

Non serve aspettare l’arrivo di un piano salvifico. Gli strumenti ci sono, ma vanno attuati e rinnovati per rispondere a una città che muta le sue prospettive e la sua identità, e che deve reinquadrare le esigenze di chi la vive. Pretendere che le regole vengano applicate è già un atto politico. Questo articolo vuole essere una prima mappatura collettiva, nata dalla convinzione che non si possa cambiare ciò che non si conosce. Perché la città non è solo il prodotto di uffici tecnici e consigli comunali: è fatta anche degli occhi di chi la scruta. E di chi decide di far sentire la propria voce su come sarà domani.

di Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo),Fabrizio D Alessandro (Fabrizio D’Alessandro),Giuseppe Albergo (Giuseppe Albergo),Daniele Angelillo (Daniele Angelillo),Michele Colaianni (Michele Colaianni)

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