Stella Rossa Rugby, Milano
Stella Rossa nasce nel 2007 nei parchi di Milano e dal 2020 ha una sede stabile al Centro Sportivo Cameroni, gestito insieme a ST. Ambroeus FC e NoLeague. Tutto parte da un gruppo di amici con la passione per il rugby e il desiderio di fondare una squadra popolare. L’obiettivo è quello di avvicinare le persone a questo sport con un approccio che, rispetto alle squadre tradizionali, rivendica una forte identità antifascista, antirazzista e antisessista, che si riflette sia nel gioco sia nei progetti sociali portati avanti fuori dal campo. «Popolare non significa improvvisato. Spesso viene inteso come sinonimo di non competitivo e di bassa qualità, ma per come la vediamo noi l’impronta sociale della nostra squadra, orientata ad un’idea di sport accessibile a tutt* e a basso costo, non pregiudica la professionalità e lo spirito agonistico», ci racconta Tommaso, capitano della squadra maschile, che incontriamo sugli spalti della Fair Play Arena dopo una partita di campionato contro la DynamoMassa. Il progetto si sostiene grazie ad iniziative di autofinanziamento e al supporto di Coop e CP Company: «per realtà come la nostra, con una connotazione politica e sociale forte, spesso non è facile accedere agli sponsor, anche solo per questioni di pregiudizio».

Da sempre il rugby è considerato uno sport per pochi e difficile da praticare per l’impegno fisico non indifferente che presuppone, ma nell’ambiente della Stella – proprio per abbattere qualsiasi barriera – l’approccio è quello di un percorso di crescita e miglioramento collettivi a prescindere dalle condizioni di partenza. In quest’ottica si collocano progetti passati come Mud Mad Star, per avvicinare persone con disturbi mentali al rugby, e la collaborazione in corso col centro Mafalda Luce che lavora con bambini con disturbo dello spettro autistico.

La creazione di un clima accogliente riguarda qualsiasi dinamica di squadra, a partire dallo spogliatoio: «Nelle squadre tradizionali non è raro sentire raccontare episodi di bullismo e nonnismo, di esperienze anche molto dolorose che non vengono però trattate come problematiche. Nella nostra idea di sport non c’è spazio per queste dinamiche», aggiunge Davide, atleta della Stella. Il processo di messa in discussione e costruzione di una comunità sana è continuo. Caterina, anche lei atleta della Stella, racconta l’importanza delle assemblee come momenti di cura: «Ci confrontiamo su che direzione vogliamo prendere come squadra, su problematiche e bisogni. In passato alcune tensioni tra il settore maschile e femminile per questioni di genere ci hanno fatto sentire la necessità di una formazione. Siamo stati guidati dalla professoressa Carlotta Cossutta nella riflessione su argomenti di cui c’era poca consapevolezza. È stata un’esperienza che ci ha uniti di più». Da qualche anno la Stella ha una squadra femminile, per rispondere alla mancanza di offerta per le donne che desiderano praticare questo sport in un contesto più strutturato rispetto all’alternativa della squadra mista. Entrambi i settori giocano partite anche con squadre tradizionali e militano in Uisp, Unione Italiana Sport Per tutti, un campionato dove ci sono vincoli meno stringenti rispetto a quelli della Fir (Federazione italiana rugby). Non esiste, per esempio, un limite al numero di giocatori stranieri per squadra e la base dei giocatori convocati è estesa da 23 a 26.

Il rugby è fatto di scontro fisico forte, ma non fine a se stesso. Il suo carattere violento rimane circoscritto al match e, una volta finito, l’intensità del contatto vissuta durante il gioco diventa spirito di unione e fratellanza. Durante il rituale “terzo tempo” ci si trova tra squadre avversarie per vivere insieme la convivialità del post-partita e questo aiuta molto a consolidare la comunità. Dopo le partite è tradizione della Stella premiare il migliore del match con il fazzoletto della brigata partigiana Stella Rossa che combatté contro i nazifascisti sul Monte Sole, un simbolo donato dall’Anpi che viene tramandato con orgoglio da vent’anni nella squadra.
A livello politico la partita si gioca ogni giorno nel portare avanti un modello di sport e socialità fruibili e resistenti in una città in cui mancano sempre di più gli spazi per renderli possibili. La squadra è attiva nella partecipazione alle manifestazioni cittadine e recentemente ha aderito alle Utopiadi, una serie di iniziative organizzate dal Comitato Insostenibili Olimpiadi, che a inizio febbraio ha creato una rete di associazioni sportive e non contro le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. «Penso che la nostra vera forza sia essere una realtà nè solo sportiva, né solo politica e sociale: sono due aspetti che si completano. Lo sport è un ottimo punto di partenza per creare un gruppo realmente coeso nell’azione sociale, il fatto di condividere valori dall’altra parte aumenta la solidità nella squadra», conclude Caterina.

St.Ambroeus F.C, Milano
Ci troviamo a Gorla, un quartiere storicamente operaio e popolare della periferia nord-est di Milano. Qui, in via Bechi, si trova la Fair Play Arena, uno spazio che è diventato nel corso degli anni un punto di riferimento per lo sport popolare milanese: dal 2020 è la casa di St. Ambroeus FC, Stella Rossa Rugby e NoLeague Sportinzona, tre realtà unite da un luogo, ma soprattutto dall’impegno costante nel difendere il diritto ad uno sport senza barriere, economiche, sociali, di provenienza e non solo.
Il ST. Ambroeus nasce nel 2018 dal desiderio di estendere ad una dimensione più cittadina e aperta a tutt* le esperienze dei Corelli Boys e del Black Panthers FC, due squadre fondate da attivisti, persone migranti e richiedenti asilo residenti nei centri d’accoglienza di via Corelli [poi diventato uno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, Cpr,ndr] e il centro di via Aldini. Una risposta al bisogno di aggregazione ed emancipazione da una realtà marginalizzata, utilizzando come strumento il linguaggio universale del calcio. La prima cosa che notiamo prima ancora di entrare nel centro sportivo è il murales dello stemma della squadra, che ha come simbolo il piccione, un animale infestante e per molti fastidioso, presente ovunque a Milano e proprio per questo quello che meglio rappresenta l’idea di un progetto che abbracci tutta la città e non solo il quartiere in cui ha sede. Dopo una prima stagione trascorsa nel campo della Milanese Corvetto e la successiva al Centro sportivo Carassai, a inizio 2020 ST. Ambroeus insieme a Stella Rossa e NoLeague ottiene l’assegnazione, tramite un bando del comune, del centro sportivo Cameroni, ereditando dalla gestione precedente una situazione critica, tra debiti e una struttura fatiscente e non a norma: «Siamo nati come una squadra senza sponsor. Partecipiamo a bandi e ci autofinanziamo con i tesseramenti , mentre le entrate del bar ci bastano a coprire le spese di manutenzione», ci racconta Jacopo Mazziotti, vice presidente della FairPlay Arena e dirigente del Sant’Ambroeus FC, «vogliamo fare in modo di poter pagare i tesseramenti a chi non ha le possibilità economiche di fare sport, se non lo facessimo il progetto perderebbe la sua essenza». Tutte le attività sono, infatti, portate avanti dal lavoro di volontari, spesso forti di un background nel mondo dell’autogestione; Jacopo, Niccolò e Giacomo ci mostrano gli spazi del centro sportivo dall’area per le feste fino agli spalti che affacciano sul campo principale in erba sintetica che, ci spiegano, necessita ora di grandi spese di manutenzione per ottenere l’approvazione della FIGC e continuare ad ospitare le partite di campionato.

Nel 2024 al Sant’Ambroeus FC è stato conferito l’Ambrogino d’oro, in quanto progetto positivamente impattante per la città. Le difficoltà più grandi che realtà del genere affrontano sono tuttavia legate proprio ad ostacoli burocratici e a una mancanza di strategia e un sostegno concreto istituzionale per lo sport di base, in favore di un modello orientato alla privatizzazione e al profitto: «Formalmente per il contratto di concessione il Comune non è tenuto a sostenerci. Pensiamo però che si tratti di una questione politica, di accesso ad un servizio fondamentale, prima ancora che amministrativa», ci spiega Niccolò Garufi, presidente della Fair Play Arena. Queste sono sfide che non riguardano solo Milano, ma lo sport popolare in tutta Italia, come dimostrano le esperienze affini di Comala FC a Torino e Borgata Gordiani a Roma.
Oggi il Sant’Ambroeus FC conta quattro squadre di cui una principale in terza categoria Figc, una nel campionato amatoriale CSI (Centro Sportivo Italiano), una squadra juniores e dal 2021 una squadra femminile a sette nel campionato CSI. Ma oltre al calcio sono tante le iniziative che parlano di un impegno politico e sociale anche fuori dal campo, dalla campagna contro i mondiali in Qatar del 2022, all’organizzazione di un torneo in memoria di Dax (Davide Cesare, militante antifascista ucciso nel 2003 da tre estremisti di destra) fino a un progetto in corso nella Palestina occupata: «L’anno scorso siamo stati a Burin (West Bank), un villaggio circondato da coloni israeliani. Prima del viaggio abbiamo avuto modo di organizzare da remoto un torneo di calcio di quattro giorni con tre squadre del sud di Nablus (il primo in questa zona dopo il 7 ottobre). Mentre eravamo lì abbiamo toccato con mano il clima di costante violenza in cui si vive ogni giorno a Burin. Quest’anno vorremmo organizzare un altro viaggio sia per portare sostegno e dare una mano a ricostruire il campo da calcio distrutto dai coloni, ma anche pensare insieme un gemellaggio di più lungo periodo».
Insieme alla squadra nel 2018 è nata, da un gruppo di studenti, anche Armata Pirata 161, una tifoseria che vuole uscire dagli schemi della narrazione tradizionale sulle curve ultras: «Sugli spalti abbiamo una serie di codici e regole non scritte che rispettiamo», ci spiega Giacomo Brasca, membro storico dell’ Armata, «tendiamo a non fare cori contro l’altra squadra, non ci togliamo le magliette per creare un ambiente più sicuro per tutt*, evitiamo un tifo offensivo, sempre nel rispetto dei nostri valori fondanti di antirazzismo, antifascismo e antisessismo». Nel contesto attuale di crisi delle grandi curve associate a dinamiche imprenditoriali e malavitose, spesso conseguenza diretta di una tendenza a rendere lo stadio un luogo elitario e poco accessibile, lo spirito originario di un tifo ultras egualitario, spontaneo e senza gerarchie prende di nuovo vita nello sport popolare.
Questo che hai appena letto è un contenuto extra del nucleo del n.76 di Scomodo, “Non solo sport, le palestre popolari italiane fanno dello sport uno strumento politico di solidarietà”.
