Il rapporto di Bari con il mare, tra accoglienza ed esclusione

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Con i contributi di: Paola De Pasquale, Mariagrazia De Peppo, Roberto Lonigro, Flavia Mazzarella, Vincenzo Rizzo, Carmen Rizzuti, Claudio Scarasciullo
Hanno collaborato: Silvio Ardito, Jessica Sette, Maya Lorusso, Giuseppe Albergo, Andrea Mattoni

 

 

 

Il litorale barese è attraversato da un conflitto che riguarda la natura stessa del suo rapporto con il mare: un’altalena tra dinamiche di accoglienza e processi di esclusione. Se la memoria collettiva e la cultura popolare rivendicano la costa come uno spazio pubblico e accessibile, capace di farsi grembo per chi viene da fuori o cerca riscatto, le trasformazioni urbanistiche e di mercato agiscono in senso opposto. L’Adriatico diventa così il perimetro in cui si misura la capacità della città di includere o allontanare chi non risponde alle logiche del profitto o del decoro.

Per esplorare questa relazione, per comprenderne le premesse e le ferite, abbiamo scelto di ordinare la complessità urbana attraverso tre casi studio emblematici. Lo abbiamo fatto compiendo una scelta metodologica e narrativa: una passeggiata fisica e ideale che segue la linea del litorale. Siamo partiti dal Porto, sfondo di rotte disperate e moderne riscritture di accoglienza dal basso, per poi muovere i passi lungo il monumentale Lungomare, oggi diviso tra la retorica del turismo di massa e la presenza di chi difende uno spazio vitale. Il nostro cammino si è concluso infine a Pane e Pomodoro, la grande spiaggia pubblica cittadina, un ecosistema in cui l’inclusione sociale e le contraddizioni urbane si manifestano in modo plastico.

In questo percorso a piedi, ogni tappa diventa parte di un’unica storia. Camminare lungo la costa barese significa allora attraversare un confine invisibile, per scoprire che il diritto al mare è un diritto conquistato a fatica, costantemente negoziato tra il desiderio di essere comunità e le logiche dell’esclusione.

Porto

«L’arte è principalmente una forma di inclusione, perché l’arte non fa distinzione». A spiegarlo è Ana Estrela – ballerina, cuoca, fondatrice del progetto culturale Origens e del bistrot Ethnic Cook, nonché presidente del Coordinamento Italiano delle Diaspore per la Cooperazione Internazionale – mentre racconta l’Arrastão de Yemanjá, una parata coreografica che dai primi anni Duemila organizza sul lungomare di Bari come strumento di interazione culturale e pratica di accoglienza strutturale.

«Quando camminiamo sul lungomare e partecipano 300 persone, di cui magari 250 sono baresi, si crea un’atmosfera di reale interazione», racconta Estrela. «Lo vedo anche con le altre comunità: alle feste dei bengalesi o dei mauritiani partecipano in molti, così come nei momenti in piazza della comunità ucraina. C’è l’interesse a conoscere ciò che viene da altrove e anche a condividere il dolore. Lo abbiamo visto anche nelle marce per la Palestina. Per la prima volta siamo entrati nel corteo di San Nicola, la festa dei baresi per eccellenza: eravamo un gruppo di diverse nazionalità, abbiamo sfilato e la gente cantava con noi. C’era qualche perplesso, ma la maggior parte ci ha accolto con applausi. Se nella festa più identitaria di Bari un gruppo in costumi tradizionali canta e i baresi cantano con loro, quale apertura può essere più grande? La città ha queste sfumature: esistono sacche di intolleranza dettate dall’ignoranza, non da un razzismo strutturale, ma ci sono anche frange molto aperte. Bari ha spazi di confronto. A cambiare le cose non è un factor locale, ma nazionale e internazionale: è la narrazione dell’immigrazione, che non si sa ancora gestire e che viene trattata come un’emergenza, nonostante sia una dinamica strutturale da quarant’anni».

Questa vocazione all’accoglienza è scolpita nell’acciaio dall’opera di Jasmine Pignatelli affacciata sul mare, che riporta le parole pronunciate nel 1991 dall’allora sindaco Enrico Dalfino: «Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza». Fu così che si decise di fare approdare i ventimila albanesi giunti al porto di Bari a bordo della nave Vlora.

Ma la storia della Vlora non è solo una storia di accoglienza. Il sindaco Dalfino entrò nello Stadio della Vittoria per assicurarsi che le condizioni fossero accettabili e sostenibili per tutte e tutti. Lo stadio, ora semi-abbandonato e in disuso, dove i migranti erano stati rinchiusi per oltre 24 ore prima che un vero aiuto potesse essere loro fornito, fu scelto come soluzione temporanea dal sindaco, solo contro l’atteggiamento posto in atto dalle forze dell’ordine che eseguivano ordini partiti dall’allora Presidente della Repubblica, il democristiano Francesco Cossiga, decisamente ostativo.

Il Presidente, addirittura, arrivò a dare del cretino al sindaco per la sua soluzione per affrontare l’evento epocale: «Non ringrazio il Comune di Bari. Né tanto meno ringrazio il Sindaco di Bari, le cui dichiarazioni sono semplicemente da irresponsabile. Mi dispiace che una città come Bari, generosa, abbia un siffatto Sindaco. Mi auguro che abbia la decenza di chiedere scusa all’autorità di Governo, altrimenti sarà mia cura, come Capo dello Stato, chiedere la sua sospensione dalle funzioni di ufficiale dello Stato» dichiarò a La Gazzetta del Mezzogiorno.

Agli uomini ammassati nello stadio — mentre donne e bambini erano stati precedentemente sistemati in centri di accoglienza — gli aiuti venivano calati dall’alto mediante elicotteri, ma questo non limitò il malcontento che si scagliò anche sulla Caravella, usata per la festa patronale di San Nicola, che fu vandalizzata e praticamente distrutta. Proprio la storia del Santo, che famosamente «va per mare» in una filastrocca barese, dovrebbe suscitare più empatia nella popolazione, che, invece, accoglie spesso con biasimo chi viene dal mare.

Come le persone migranti rinchiuse nel CPR di Palese, che, nel secondo rapporto di monitoraggio TAI presentato a gennaio 2026, viene definito un’«istituzione totale». Si riprende così la locuzione dello psichiatra Franco Basaglia che poi portò alla chiusura dei manicomi, una prospettiva decisamente auspicabile anche per la struttura di Palese. E anche per chi è fuori dal CPR la situazione non è meno difficile, come ci dice Ana Estrela: «Io ho preso un locale, sto pagando l’affitto da due mesi e, tra la proprietaria, l’amministratore e chi fa la lettura dell’acqua, nessuno mi sa dire dov’è il contatore. È una cosa assurda, perché non possiamo fare niente. Questa è una questione di mancanza di legalità. Io non devo chiedere per favore: ho un diritto. Ma a chi devo ricorrere per far valere questo diritto? Secondo me queste sono le cose fondamentali per far funzionare una società, anche rispetto all’immigrazione».

Lungomare

Affacciato sull’Adriatico e radicato nell’identità cittadina, il Molo San Nicola (noto popolarmente come N’ dèrr’a la lanze) rappresenta il vecchio porto e oggi uno dei luoghi simbolo del lungomare barese. È un punto di approdo quotidiano per pescatori, cittadini e turisti, nonché il cuore della festa patronale: ogni 8 maggio, la statua del Santo salpa da qui a bordo di un peschereccio per la tradizionale processione marittima. A Bari, il legame con il patrono va oltre la dimensione religiosa: si tratta di una devozione viscerale, fatta di tradizioni, riti e cultura, che conferisce alla città il ruolo storico di ponte tra culture. Il mare diventa così, simbolicamente, sinonimo di apertura e inclusione.

Negli ultimi anni, diverse realtà locali hanno cercato di tradurre questa simbologia in azioni concrete. È il caso della Bari Sup Community, un’Associazione di Promozione Sociale nata nel 2025 per promuovere lo sport come veicolo di comunità. «Vogliamo trasformare il mare in uno spazio fisico e sociale, dove lo sport sia accessibile a tutte e tutti», spiega la fondatrice Vittoria Acquafredda. Pur non avendo una sede fissa, l’associazione opera sulla spiaggia di Pane e Pomodoro e, più recentemente, sul Waterfront di San Girolamo. Qui, all’interno del progetto Mare Inclusivo, sono state organizzate lezioni gratuite di SUP dedicate a pazienti oncologici e persone con disabilità.

Il lungomare fa da sfondo anche alla già citata parata dell’Arrastão de Yemanjá, una tradizionale festa afro-brasiliana che celebra la dea del mare e consiste in un corteo che da Largo Giannella raggiunge Pane e Pomodoro tra danze, percussioni e canti, per concludersi con il tradizionale lancio dei fiori in mare come simbolo di pace e fratellanza. Ana Estrela ne chiarisce il significato profondo legato al nome dell’evento: «L’Arrastão è la rete a strascico: quella rete che, quando viene lanciata, raccoglie tutto. È una metafora per raccontare una tradizione che accoglie chiunque, senza distinzione di origine. La rete di Yemanjá, la divinità del mare, unisce le persone e le guida insieme verso l’acqua».

Il lungomare è uno dei luoghi attraverso cui Bari ha costruito e continua a raccontare la propria immagine. Bianco, quasi abbacinante quando illuminato dalla forte luce estiva, il muraglione monumentale, eredità di un ventennio che voleva la città «capitale d’oltremare», oggi fa da sfondo a una nuova rappresentazione. U mar d Bar ie d tutt, si diceva una volta, con la sicurezza di chi sente il proprio territorio come un’estensione della propria casa. Oggi quel tutt sembra meno scontato. Dietro l’immagine della “Bari felice”, la città cambia sotto la pressione di un turismo che trasforma luoghi, abitudini e identità in prodotti da vendere. Anche il richiamo al “decoro” rischia così di tradursi nella rimozione della povertà visibile e di tutto ciò che non corrisponde all’immagine ordinata della città.

Scendendo dal trenino dei crocieristi e allontanandosi dal flusso ordinato, sotto un ombrellone che ripara appena dal sole c’è un uomo di 67 anni che vende Peroni tenute nel ghiaccio. È nato e cresciuto tra le viuzze di Bari Vecchia, ha pagato i suoi debiti con la giustizia e oggi cerca di vivere del proprio lavoro, giusto per «non tornare a fare brutte cose». Per lui il lungomare è uno dei pochi posti rimasti: «Io sto bene perché sto tra il muro e il mare… là, vicino a San Nicola, sarei indecoroso». Bari non è solo quella delle storie preparate a favore di camera. È anche la città di chi ha attraversato momenti difficili e cerca sul mare uno spazio che altrove sembra non essergli concesso.

Sulla stessa battigia, quattro studentesse fuorisede del Politecnico cercano il mare per staccare dallo studio. La distanza tra l’università e la costa, raccontano, pesa sulla loro esperienza quotidiana della città: «La città sembra pensata più per chi la attraversa con una valigia che per chi prova ad abitarla con pochi soldi. Se il Politecnico fosse più vicino al mare, forse studieremmo meglio». Sentono il peso di una città in cui sempre più spazi diventano luoghi di consumo e in cui gli affitti continuano a crescere: tra il 2021 e il 2025, il costo medio di una stanza è aumentato del 44%.

La trasformazione passa anche attraverso cambiamenti piccoli e progressivi. Negli ultimi dieci anni Bari ha perso 12mila abitanti. A Bari Vecchia sono rimasti circa quattromila residenti, mentre si conta un B&B ogni 95 abitanti. Molti sottani, un tempo affacciati direttamente sulla strada e legati a una socialità quotidiana, oggi hanno porte chiuse e tastierini numerici per il check-in. Se il lungomare diventa soltanto una passerella, anche il diritto al mare rischia di restringersi. Sugli scogli non ci sono check-in né parcheggi a pagamento: restano uno degli ultimi spazi in cui i baresi possono stare senza dover necessariamente acquistare qualcosa.

Pane e pomodoro

È proprio sulla spiaggia di Pane e Pomodoro – la principale spiaggia pubblica cittadina – che l’inclusione e le sue contraddizioni si manifestano in modo plastico. Nell’estate del 2025, il Collettivo Bandelle, che organizza gruppi di lettura a Bari, ha scelto questo litorale come sede per un proprio incontro, offrendo l’opportunità di riflettere sul reale significato di spazio pubblico attraverso un dialogo con Ilenia Caito, membro del collettivo. Lungi dall’essere una condizione predefinita o progettata a tavolino, l’inclusione si è rivelata un equilibrio precario, continuamente negoziato tra potenzialità e limiti materiali.

«La scelta di Pane e Pomodoro nasceva dall’esigenza di costruire un’esperienza intorno al tema della cura in relazione al mare», spiega Ilenia. La spiaggia offre una pluralità di ambienti – sabbia, prato, collinette, scogli e ciottoli – che garantiscono flessibilità logistica. Una varietà che si è rivelata strategica quando il numero dei partecipanti si è rivelato quasi doppio rispetto a quello degli iscritti. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato come l’inclusione non dipenda solo dalla disponibilità fisica di uno spazio, ma dalla qualità della sua abitabilità. Durante l’incontro del gruppo di lettura, i partecipanti hanno dovuto spostarsi ripetutamente: prima per accogliere i nuovi arrivati, poi per evitare la presenza di topi tra i cespugli e i massi – una criticità igienica che ha spinto alcune persone ad abbandonare l’iniziativa.

Di contro, l’inclusione si è manifestata nella permeabilità con la vita quotidiana della spiaggia: la musica ad alto volume dei bagnanti, i passanti incuriositi, le coppie a passeggio e anche alcune adesioni spontanee all’incontro. Il luogo non ha subito l’esclusività tipica di certi contesti culturali d’élite, rimanendo aperto all’imprevisto e all’attraversamento di chi non ha un legame immediato con il mondo istituzionale della cultura.

In questo senso, Pane e Pomodoro emerge come uno spazio ambiguamente inclusivo. Da un lato può ridurre le barriere economiche e simboliche di accesso alla cultura; dall’altro, la sua fruizione resta condizionata da alcuni problemi pratici, come i parcheggi a pagamento, i percorsi poco agevoli e gli accessi non sempre adatti alle persone con disabilità motorie. Più che offrire una risposta compiuta, questo spazio mette quindi in evidenza alcune delle difficoltà che ancora accompagnano l’uso quotidiano e collettivo del mare a Bari. 

Questa ambiguità affonda le radici in un lungo processo di esclusione e marginalizzazione della costa sud. Per decenni, la frattura non è stata solo urbanistica, ma psicologica e culturale. Il simbolo di questa cicatrice storica è stato il complesso edilizio di Punta Perotti, abbattuto nel 2006. Prima del suo abbattimento, la percezione di Pane e Pomodoro era opposta a quella odierna: una lingua di sabbia schiacciata dall’ombra di un gigante di cemento che privatizzava l’orizzonte e sbarrava brutalmente lo sguardo di chi entrava a Bari da sud. Un’esclusione visiva ed emotiva senza precedenti, che anteponeva il profitto privato al diritto identitario dei cittadini.

Punta Perotti è stata solo l’apice di una violenza ambientale iniziata negli anni Settanta, quando la costa sud venne usata come discarica per le macerie degli abbattimenti di via Dalmazia. Per i residenti dei quartieri limitrofi come Japigia o Madonnella, raggiungere il mare significava superare una barriere di binari ferroviari e cumuli di detriti, in un contesto abbandonato all’incuria istituzionale, al degrado e alla criminalità.

Solo sul finire degli anni Novanta, con le bonifiche per i Giochi del Mediterraneo, la spiaggia è diventata per antonomasia la spiaggia dei baresi, portando con sé però un pesante stigma sociale. Per almeno vent’anni la “Bari bene” e la borghesia cittadina hanno snobbato quel tratto di costa, etichettandolo con disprezzo come il ripiego dei ceti popolari che non potevano permettersi i lidi privati del nord barese o Monopoli. Frequentare Pane e Pomodoro significava rivendicare un diritto alla socialità in un’area considerata antropologicamente inferiore.

Oggi l’esclusione ha cambiato pelle, manifestandosi sotto la forma meno visibile della turistificazione e della gentrificazione. Con il boom turistico della città, il quartiere Madonnella e le aree adiacenti alla spiaggia sono stati colonizzati da B&B e case vacanza a uso e consumo dei visitatori esterni. Lo spazio pubblico conquistato a fatica dai residenti rischia di essere nuovamente sottratto dalle logiche del mercato immobiliare. I grandi progetti di rigenerazione previsti per la Costa Sud rischiano di trasformare l’ultimo baluardo della baresità autentica in una cartolina instagrammabile per crocieristi ed Erasmus, ma progressivamente estranea per chi quella spiaggia l’ha vissuta quando era solo incuria e cemento.

Comprendere a fondo la storia dell’esclusione di Pane e Pomodoro, dall’ombra soffocante di Punta Perotti fino alle minacce del presente, è l’unico modo per dare un valore politico all’accoglienza di oggi e rivendicare il diritto a un mare democratico e gratuito per chi Bari la vive tutto l’anno.

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