La comunità cinese in Toscana tra crescita economica e invisibilizzazione culturale. 

Il ruolo della scuola e delle città

È da poco finito il Capodanno Cinese, occasione non solo di festa ma anche di visibilità di una comunità che proprio in Toscana trova una delle sue più grandi realizzazioni. 

Nonostante sia una presenza ormai capillare sul territorio, parlare della comunità cinese non è mai semplice, in quanto l’aspetto economico e quello socio-culturale continuano a intrecciarsi – tanto nel racconto quanto nella vita vera, fuori da queste poche righe di articolo – rendendo complessa anche la più naturale delle domande: si può parlare di integrazione socio-culturale della comunità cinese nel tessuto pubblico e sociale italiano?

 

Già il fatto che si parli di “comunità” cinesi – evidenziandone il lato di aggregazione etnica – anziché di persone cinesi – che fa, invece, riferimento alla singolarità e all’autonomia di ogni individuo – dovrebbe farci senz’altro riflettere. Ma andiamo per gradi.

 

Quando si parla della comunità cinese in Toscana il tema economico e quello socio-culturale viaggiano su due binari paralleli e contemporaneamente interconnessi. A partire dagli anni Ottanta, i flussi migratori verso la Toscana hanno reso la presenza cinese un fenomeno di grande rilevanza sociale ed economica. Quella che inizialmente si configurava come una presenza limitata e circoscritta a specifici settori produttivi si è trasformata in una realtà strutturata e “geopardizzata”, con dinamiche di redistribuzione territoriale e cambiamenti nel mercato del lavoro. La comunità cinese, presente nelle province di Firenze e Prato, ha attraversato diverse fasi evolutive. 

L’ultima fase dell’immigrazione cinese in Toscana è segnata da una progressiva redistribuzione della popolazione sul territorio regionale. Dopo un lungo periodo di forte concentrazione nell’area di Firenze e Campi Bisenzio, si registra una riduzione degli insediamenti nella zona di primo arrivo e una crescita nelle province limitrofe. Parallelamente, il flusso migratorio diretto dalla Cina ha subito un rallentamento e un progressivo arresto. In particolare, la saturazione del mercato della pelletteria e del tessile ha reso meno attrattivo il tradizionale modello produttivo basato sulla subfornitura a imprese italiane.

Nonostante le recenti trasformazioni, il modello economico cinese in Toscana mantiene alcuni tratti distintivi: la disponibilità di capitali, l’ampia rete di connessioni tra lavoratori e imprenditori, la flessibilità produttiva e il contenimento dei costi rappresentano elementi chiave del successo della comunità cinese. Si stima che il giro d’affari generato dalle imprese cinesi in Toscana si aggiri tra i 350 e i 400 miliardi di euro l’anno, con una parte significativa (circa un quinto) delle rimesse inviata in Cina.

Tuttavia, il modello produttivo cinese non è privo di contraddizioni: se da un lato l’imprenditoria cinese ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico del territorio, dall’altro la sua crescita esponenziale è coincisa con la crisi del tessile italiano. Negli ultimi anni, la diversificazione economica ha portato all’espansione della comunità cinese in nuovi settori, come l’abbigliamento e il commercio al dettaglio. Questa evoluzione riflette una sempre maggiore integrazione economica del sistema produttivo cinese nell’economia locale.

Se il peso economico della comunità cinese in Toscana è visibile e appare consolidato, l’analisi della dimensione sociale rimane più complessa e merita un approfondimento che vada oltre lo stereotipo de “l’integrazione sociale passa attraverso quella economica”. Il successo economico della comunità è reale e ne rappresenta un fattore di visibilizzazione, sollevando inevitabilmente una riflessione sul tema dell’integrazione – concetto che, di per sé, non è privo di elementi e connotazioni problematiche. Ogni volta che si parla di integrazione, infatti, si parla di una comunità considerata autoctona e una che si inserisce in quella come un soggetto estraneo. Il nostro intento, nell’articolo, è quello di far emergere i processi di integrazione intesa in senso lato. 

Il processo di integrazione delle persone con background migratorio ha varie declinazioni: quella economica, culturale e sociale sono le principali e interessano l’insieme dei processi volti a rendere un individuo membro di una società. Per quanto riguarda la comunità cinese, l’aspetto economico è senza dubbio quello più semplice da analizzare, perché visibile e quantificabile. Tanto per cominciare, gli esercizi commerciali di proprietà cinese di prima e seconda generazione non sono più frequentati unicamente dagli appartenenti alla comunità come trent’anni fa: dai grandi bazaar di oggettistica, ai ristoranti di cucina tradizionale, fino ai negozi di sartoria e ai parrucchieri. Allo stesso tempo, però, l’apparente assenza di incontro e dialogo interculturale negli spazi ricreativi e del tempo libero contribuisce a creare l’immagine di una comunità parallela, che si muove contemporaneamente ma in spazi diversi. Per questo la nostra riflessione sarà principalmente sociale, focalizzandosi sull’istruzione scolastica come luogo e strumento di integrazione di seconde e terze generazioni. Le istituzioni locali devono concepire la convivenza come una risorsa piuttosto che come un motivo di divisione.  Il futuro della comunità cinese in Toscana dipenderà dalla capacità di sviluppare un modello che coniughi crescita economica e coesione sociale, valorizzando le differenze culturali senza alimentare una realtà parallela di invisibilizzazione.

Come si legge nelle linee guida per l’accoglienza degli alunni stranieri del MIUR, il sistema scolastico italiano si pone l’obiettivo di offrire a tutti gli studenti, senza distinzione di nazionalità, una “educazione interculturale rifiuta sia la logica dell’assimilazione, sia quella di una convivenza tra comunità etniche chiuse ed è orientata a favorire il confronto, il dialogo, il reciproco riconoscimento e arricchimento delle persone nel rispetto delle diverse identità ed appartenenze e delle pluralità di esperienze spesso multidimensionali di ciascuno, italiano o non”. Le linee guida riguardano sia la formazione del personale docente e della comunità studentesca con background migratorio, sia la partecipazione delle loro famiglie per stimolarne il coinvolgimento nell’attività scolastica. La posizione del Ministero non ci permette però di rispondere ai quesiti su quale sia il grado di reale integrazione sociale, che si realizza attraverso l’istituzione scolastica. La scuola, così come la famiglia, è infatti un luogo privilegiato per la socializzazione primaria di un individuo, dove il soggetto riceve il patrimonio culturale del contesto sociale in cui vive. Lo è ancora di più per bambini e ragazzi con background migratorio, che hanno il primo incontro-scontro con una nuova realtà proprio a scuola. In questo caso, si può dire che l’integrazione inizia tra i banchi di scuola. Se il tasso di inserimento scolastico bastasse come indicatore per valutare il livello di integrazione, potremmo affermare che la seconda generazione appartenente alla comunità cinese stia rafforzando il suo livello di integrazione, dato il costante aumento delle iscrizioni scolastiche a tutti i gradi di istruzione.  Nonostante i buoni propositi e i successi relativi, la scuola ha mostrato nel tempo i propri limiti nell’essere un vero e proprio laboratorio di integrazione multiculturale – affermazione valida anche in riferimento alla comunità cinese.

Per compensare un sistema scolastico carente, sono nati su tutto il territorio nazionale doposcuola e centri estivi destinati agli studenti cinesi. Essendo la regione con la seconda comunità cinese più grande d’Italia, questi istituti sono presenti anche in Toscana, e in particolare nel territorio di Prato ed Empoli, dove la comunità cinese rappresenta rispettivamente il 20% della popolazione totale residente e il 36% della popolazione straniera. Oltre al supporto nei compiti e all’insegnamento della lingua italiana, questi istituti prevedono l’insegnamento del cinese mandarino, dato che la maggior parte degli alunni parla ma non sa scrivere in cinese. 

La conoscenza della lingua è fortemente richiesta dai genitori, che vogliono che i figli imparino il cinese nell’ipotesi in cui l’esperienza in Italia si esaurisca. Nella comunità cinese infatti la famiglia rappresenta l’istituzione centrale, in cui si articola non solo il rapporto genitori-figli, ma soprattutto quello tra prime, seconde e ormai terze generazioni. Rispetto ai protagonisti di altri flussi migratori, le prime generazioni cinesi si contraddistinguono per la volontà di trasmettere il proprio attaccamento al patrimonio culturale sinico alle seconde, che passa anche attraverso i corsi di mandarino. 

Coniugando la dimensione scolastica e quella lavorativa, possiamo dire che è progressivamente emersa una seconda generazione bilingue istruita, dotata di diplomi e lauree, che ha fondato attività commerciali e si è unita in realtà associative, che si occupano di mantenere vivi rapporti con la Cina, tra le quali troviamo l’Unione Imprenditori Italia-Cina

Nonostante i fattori che rallentano l’integrazione sociale della comunità cinese, dobbiamo sottolineare che stanno emergendo seconde e terze generazioni che combinano il patrimonio culturale e il modello imprenditoriale cinese con la formazione educativa del paese di approdo. In sintesi, il percorso verso l’integrazione si presenta come lento ma continuo, e vede nella scuola uno strumento importante, anche se non sufficiente.  

Il silenzio è oro

 

Fin dalla scuola primaria, i bambini cinesi sono abituati ad apprendere le chéngyǔ, espressioni idiomatiche capaci di racchiudere in pochi caratteri i valori della saggezza popolare. Molte di esse rimarcano l’importanza di centellinare le parole: Shǎo shuōhuà duō zuòshì ‘parla di meno, fai di più’; yán duō bì shī ‘parlare troppo porta a errori’; e ancora, chénmò shì jīn ‘il silenzio è oro’. Tali massime si allineano agli ideali della tradizione confuciana – che promuove l’armonia collettiva, la discrezione e il rispetto delle relazioni gerarchiche e delle autorità – e alla non-azione laoziana (wúwéi) – un modo di agire in sintonia con il naturale flusso delle cose, senza forzature –, determinando un sistema di valori coeso ed efficace. Di questo e molto altro parla Stefano Costantini nella sua Tesi di dottorato

Nelle scuole in Cina si disincentiva l’intervento, si favorisce la passivizzazione e la remissività dell’apprendente, si incoraggiano l’obbedienza e la disciplina. Gli atteggiamenti degli studenti cinesi rispecchiano il collettivismo, il pragmatismo e l’utilitarismo caratteristici della società alla quale appartengono. Ad essi si vanno ad aggiungere le aspettative genitoriali e l’estrema competitività del sistema culturale. Gli alunni evitano di esporsi per paura di ‘perdere la faccia’, ovvero di dover subire l’umiliazione dell’errore: ciò potrebbe infangare la loro reputazione e la loro dignità sociale. Il miglior metodo per salvaguardare la ‘faccia’ (miànzi) è non interagire.

Quante volte, dunque, osservando gli studenti cinesi, abbiamo frainteso il timore con la riluttanza, la taciturnità con il disinteresse, il rispetto con la maleducazione? Dietro alla loro mutezza, però, si cela anche la difficoltà di trovarsi alle prese con una lingua tipologicamente diversa rispetto a quella madre e di dover affrontare il trauma di una repentina eradicazione. Tutto ciò influisce pesantemente sul loro benessere mentale e sul loro rendimento scolastico, rendendoli la categoria più soggetta al fenomeno del drop-out.

La maggior parte di questi studenti condivide la stessa ‘trafila’: restano in Cina presso i nonni mentre il padre e la madre si dedicano al lavoro in Italia in maniera totalizzante, poi all’inizio dell’adolescenza raggiungono i genitori senza sapere nulla del luogo dove vivranno, senza padroneggiarne la lingua e totalmente ignari dell’eventualità di un ritorno. Appena arrivano vengono ribattezzati con un nome italiano, pratica che semplifica il processo di inclusione e allo stesso tempo evidenzia la loro ambivalenza identitaria.

Gli studenti e le studentesse di Empoli e dei dintorni sono silenziosi portavoce di questi valori, disagi e vicissitudini. È raro sentirli parlare dei loro problemi – in quanto il già citato concetto di ‘faccia’ glielo vieta –, ma talora il velo dell’incomunicabilità si squarcia per far trasparire tutti i pensieri che li attraversano.

  1. (studente, 17 anni) riconosce quanto sia difficile ambientarsi in Italia senza saper parlare italiano e senza avere la disponibilità economica per seguire dei corsi di lingua. 

«Secondo me [imparare] la lingua italiana è importante, altrimenti ambientarsi e fare amicizia diventa molto difficile. Tanti cinesi cercano traduttore anche se significa dover pagare». 

Tuttavia, crede che la situazione stia progressivamente migliorando, soprattutto per le seconde e terze generazioni affermando che, se prima le persone cinesi anziane quasi non avevano amici italiani, adesso le persone cinesi più giovani imparano la lingua italiana e possono socializzare anche con le persone del territorio.  Ama molte cose dell’Italia, come i paesaggi, la cucina e la cordialità delle persone, però si mostra critico nei confronti dei mezzi di trasporto. D. ha un ricordo negativo della scuola in Cina e apprezza i ritmi più distesi della scuola italiana. Anche C. (studentessa, 18 anni) confronta Italia e Cina, sia dal punto di vista scolastico sia dal punto di vista dello stile di vita: «Penso che la Cina abbia un ritmo più veloce e tutto sia molto più comodo. Ma il ritmo lento della vita in Italia è più adatto a un atteggiamento riposante e rilassante verso la vita: preferisco il ritmo di vita in Italia. In Cina le scuole superiori devono studiare addirittura fino alle 21:00…la pressione dello studio è davvero grande!». Anche R. (insegnante di italiano per stranieri, 25 anni) apprezza l’Italia, la rilassatezza dei suoi abitanti e l’Accademia di arte che vi ha frequentato, nonostante creda che «le tasse pagate non contribuiscono al miglioramento delle strutture: le aule sono malmesse, gli edifici vecchi». Poi, però, rivolge gli occhi in alto e dice: «ho visto per la prima volta il vero colore del cielo in Italia: nella mia città era sempre grigio». Chissà se in quella azzurra vastità si nasconde il segreto di un futuro migliore, nel quale anche l’oro delle parole non dette possa risplendere.

Le foto qui presenti sono a cura di Chiara Riccio e Davide Esposito, tratte da un nostro articolo dedicato nello specifico al Capodanno cinese di Prato.

La comunità cinese a Prato tra numeri e mixitè

È possibile sostenere che i numeri non siano fondamentali per la matematica; diversamente, i numeri sono essenziali in statistica – «scienza che ha per oggetto lo studio dei fenomeni collettivi suscettibili di misurazione e di descrizione quantitativa». Di particolare rilievo sono le statistiche più recenti riguardo alla popolazione cinese nel Comune di Prato: l’istantanea scattata all’inizio del 2024, avente per soggetto la popolazione residente nel territorio comunale, ha registrato 196.277 persone, di cui 31.482 cinesi (ossia la fetta più grossa dei 48.793 stranieri residenti). 

Il dato che per primo salta all’occhio è l’ordine di incidenza degli stranieri sulla popolazione totale. Il Comune di Prato sale sul gradino più alto del podio di questa particolare classifica. Facendo riferimento ai risultati dell’ultimo Censimento permanente elaborato da Istat, registrando un’incidenza del 24,59% della popolazione straniera rispetto a quella residente, Prato stacca il Comune di Milano – secondo classificato – di ben 5 punti percentuali; nel capoluogo lombardo, infatti, la popolazione straniera incide per il 19,23% sulla popolazione totale. Più la popolazione residente è numerosa, più i numeri della popolazione straniera devono essere consistenti per incidere sul totale. Questo è un fatto quantitativo

Qualitativamente parlando, invece, potremmo dibattere a lungo se possa pesare di più il 19,23% del Comune di Milano o il 24,59% del Comune di Prato. 

Numeri alla mano, per quel che concerne il dato specifico della popolazione residente cinese, non c’è spazio per manipolazioni interpretative di sorta: a fronte di una significativa disparità di superficie comunale (i 181,67 kmq di Milano arrivano quasi a doppiare i 97,52 kmq di Prato), la comunità cinese regolarmente residente nel Comune di Prato (31.482) è dello stesso ordine di grandezza di quella milanese (34.858); di conseguenza, la densità e la concentrazione sul territorio della popolazione cinese a Prato sono sensibilmente maggiori di quelle di ogni altra città italiana. 

Quest’ultima considerazione ha delle ricadute urbanistiche rilevanti. Gli spazi vissuti e animati dalla comunità cinese a Prato, infatti, intersecano delle aree della città con una pianificazione urbana a misura di persona di per sé già complessa. Il riferimento è al concetto di mixitè, termine coniato alla fine degli anni Novanta dall’urbanista Bernardo Secchi per descrivere le specificità della zona extra-muraria della città, cioè il Macrolotto Zero di Prato, caratterizzato da una mescolanza di edifici industriali e residenziali. Col tempo, la mixitè – cioè la complessa promiscuità tra spazi abitativi e produttivi – è gradualmente diventata la cifra stilistica della città, complicando la progettazione di una sua riarticolazione con l’obiettivo di trarne più benefici possibili per il benessere della cittadinanza che la vive. Questo, oggi, si traduce nell’esigenza di un’attenta analisi di tipo qualitativo delle relazioni spaziali tra le attività umane che attraversano quei luoghi. 

Considerando che l’area del Macrolotto Zero è stata nel tempo ribattezzata la “Chinatown” di Prato, è naturale sposare l’idea secondo cui le attuali politiche urbanistiche, per potersi definire minimamente adeguate, debbano partire dall’assunto che la mixitè non riguarda più esclusivamente l’assenza di confini tra zone residenziali e industriali; la nozione di mixitè sviluppata da Secchi, riadattata al presente, deve essere contaminata da un serio atteggiamento di studio delle pratiche sociali e culturali trapiantate (e ormai innestate) dalla comunità cinese a Prato.

Secondo una recente ricerca, alla base di una nuova valorizzazione della mixitè – intesa come bussola per orientare la stesura di un Piano regolatore della città che abbracci trasversalmente varie sensibilità – risiede la consapevolezza che un intreccio, nello spazio e nel tempo, di differenze morfo-tipologiche, funzionali e sociali può apportare qualità positive nella costruzione e rigenerazione della città. «Intendendo quest’ultima come il luogo dove si possono dispiegare le differenze e le interazioni, assume particolare rilevanza il tema dell’assortimento delle funzioni, della loro distribuzione, della loro mescolanza e della loro capacità di influenzare la qualità della vita del cittadino e la competitività delle imprese». Continuando a leggere questo studio, si osserva infatti che l’esistenza e la possibilità di accesso ad alcune funzioni determinano l’inclusione o meno dell’uomo nella vita della città, creano o eliminano fratture sociali, fortificano o indeboliscono la struttura economica, contribuiscono a costruire il diritto alla città o lo negano. 

In conclusione, è opportuno citare un passaggio di una delle ultime interviste rilasciate da Bernardo Secchi proprio sul tema della comunità cinese a Prato. A distanza di vent’anni dai suoi studi urbanistici sulla città, ha dichiarato di aver molto apprezzato l’evoluzione della popolazione cinese, che allora viveva nei sottoscala, e oggi rappresenta gran parte dell’imprenditoria pratese. L’efficacia delle ultime politiche urbanistiche non ha seguito la stessa parabola evolutiva delle sorti (quantomeno economiche) della comunità cinese di Prato: evidentemente, affinché la mixitè possa essere una delle garanzie per l’armonia sociale, ancora tanto deve essere studiato e divulgato per potersi prendere veramente cura delle questioni di integrazione e compatibilità spaziale.

di Lorenzo Robin Frosini (Lorenzo Robin Frosini),Alice Melani (Alice Melani),Irene Lorenzo (Irene Lorenzo),Omar Privitera (Omar Privitera),Marta De Zolt (Marta De Zolt)

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