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Integrazione non detenzione: un reportage da Riace, Camini e Cardeto

Riace, Cardeto, Camini. I paesi della costa ionica calabrese portano ancora i segni di anni di sperimentazione politica nell’ambito dell’accoglienza. Nonostante tutto

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È un mercoledì pomeriggio e le vie di Riace sono abitate da un surreale silenzio. All’ingresso del borgo alcuni anziani sono seduti nelle loro sedie a chiacchierare e a fumare in tranquillità. Mentre cammino per le vie tutto tace. Molte abitazioni chiuse portano dei segni. Il murales di Peppino Impastato, la scritta cuntra a ndrangheta ndi tingimu i mani [contro la ndrangheta ci sporchiamo le mani, ndr], il cartello « Riace gemellata con Gaza »: sono testimonianze vive di come Riace fino a poco tempo fa sia stato un luogo di sperimentazione politica. 

Tra la fine degli anni 90 e i primi anni 2000 Mimmo Lucano, Mimì Capatosta, fu tra i primi a capire che le persone curde e afghane naufragate sulla costa calabrese avrebbero potuto dare nuova vita alla sua Riace, svuotata dall’emigrazione al Nord Italia e all’Estero. 

Grazie al cosiddetto modello Riace, le persone scappate da guerre e persecuzioni politiche erano tornate a vivere con dignità. Anche la popolazione riacese non era più costretta ad andare via per lavoro – almeno in parte – ma poteva scegliere di rimanere: questo nuovo modello sociale aveva fatto girare sul territorio migliaia di euro e aveva dato occupazione a circa 100 persone, di cui 80 locali.

Di quel Villaggio Globale che aveva permesso al borgo di ripopolarsi superando i 2000 abitanti resta oggi una biblioteca, un laboratorio tessile, una falegnameria e una fattoria didattica. Ed è proprio qui che incontro Mimmo, Alì, ex ospite dello SPRAR, e Carla, trasferitasi anni fa da Berlino.

Il Sindaco di Riace (ex sindaco al momento dell’incontro) mi racconta che di tanto in tanto continuano a venire persone da diverse parti del mondo per aiutare. Ogni giorno Mimmo, Alì, Carla e gli abitanti del posto continuano a mantenere viva l’eredità di Riace ma non è semplice: nonostante infatti la riabilitazione giudiziaria, gli effetti dei quattro anni di sospensione delle attività sono sotto gli occhi di tutti.

Effetto a catena

La criminalizzazione politica e l’accanimento mediatico sul modello Riace non ha arrestato solo la rinascita del borgo ionico. Le ripercussioni sono state inevitabili anche per altri SPRAR, come quello di Cardeto, paese alle porte dell’Aspromonte. 

Qui in quattro anni l’accoglienza diffusa aveva permesso al Paese e ai suoi abitanti di tornare a vivere.  «Fino agli anni ’80/’90 Cardeto contava circa 3500 persone, adesso siamo poco più di 1000 tra il paese e le frazioni», mi racconta Giovanni Fotia, responsabile della cooperativa onlus Marzo 78. 

Ispirandosi al modello Riace, il Comune di Cardeto aveva avviato il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) con l’idea di ripopolare questo borgo, svuotato dall’emigrazione, con migranti e richiedenti asilo.  «Per noi accogliere queste persone è stato un modo di ricambiare il favore nei confronti di chi al Nord e all’estero aveva offerto ospitalità ai nostri cardetesi» aggiunge.

Nel corso di quattro anni, Cardeto è stata una casa per 17 famiglie provenienti da Stati come Guinea, Nigeria, Marocco, Eritrea, Algeria e Iraq. Ma l’integrazione non è stata semplice. «Le persone di Cardeto nutrivano paura e diffidenza verso questi ospiti che venivano da lontano. I media, la televisione e i giornali avevano alimentato questo pregiudizio verso il diverso dipingendoli come persone giunte qui per delinquere o rubare il lavoro agli italiani», ricorda Giovanni. 

«All’inizio l’impatto è stato forte», conferma Santo Morabito, presidente della Pro Loco Cardeto e proprietario di un ristorante in paese.  Questa percezione è cambiata pian piano con la progressiva alfabetizzazione di adulti e bambini. L’abbattimento della barriera linguistica è stato fondamentale: all’inizio, infatti, i nuovi arrivati non sapevano l’italiano mentre i cardetesi parlavano solo quello o il dialetto locale. 

Così, con il passare dei mesi, Cardeto iniziava a conoscere i nuovi arrivati e a lasciarsi alle spalle gli infondati pregiudizi. Giorno dopo giorno, la gente scopriva che dietro agli sterili numeri dei tg c’erano delle persone in difficoltà e bisognose di aiuto. Una presa di coscienza non scontata per gli abitanti di Cardeto che, per la prima volta, toccavano con mano quel fenomeno fino ad allora distante. Giovanni mi racconta con la voce rotta dall’emozione la storia di Hessi, giovane donna nigeriana che con la sua migliore amica si era imbarcata dalla Libia: 

«Dopo due, tre giorni di navigazione, il barcone di iniziò a riempirsi d’acqua. Ma non solo: un liquido acido, forse proveniente dal motore, si espandeva rapidamente provocando dolorosissime ustioni a contatto con la pelle che sarebbero diventate mortali, se le persone non fossero state soccorse in tempo. Hessi vedeva terrorizzata l’acqua salire fino a metà busto ma non vedeva più la sua amica. Aveva capito che era sott’acqua e sentiva che era quasi sotto ai suoi piedi ma non poteva parlare, non poteva chiedere aiuto per la sua amica in difficoltà perché sarebbe stata buttata in mare insieme agli altri. Ha trascorso tutto il viaggio consapevole che la sua amica stava morendo e non poteva aiutarla se voleva avere salva la sua vita e quella del bimbo che aveva in grembo». 

A poco a poco la vita era tornata nel borgo spopolato, che ora si apriva alla multiculturalità e all’accoglienza. Al di là dei benefici sociali, inoltre, le 50/60 persone in più avevano permesso a Cardeto di crescere economicamente e lavorativamente.

Proprio come accaduto a Riace, la Cooperativa era stato un motore economico potente per il paese, occupando 18 persone e generando sul territorio 300 mila euro ogni anno. Questa ricchezza rimaneva principalmente a livello locale: vista la lontananza da Reggio Calabria, le persone beneficiarie spendevano quasi tutto nelle botteghe e nei negozi del paese. 

Anche a Cardeto gli/le ospiti potevano apprendere nuovi mestieri attraverso progetti come il laboratorio di cucina, di lavorazione del ferro o di pittura. Qualora invece qualcuno avesse voluto apprendere un mestiere differente da quelli proposti, la Cooperativa era pronta ad accompagnarli in specifici corsi a Reggio Calabria. 

Giovanni mi racconta molto orgoglioso alcune storie che testimoniano il legame che si era creato tra gli ospiti e il territorio. Come quella di Mustafa, un ragazzo marocchino appassionato di calcio: «Ora gioca in una squadra a Pescara. Quando ci telefona ci dice sempre che vuole venire con loro a giocare qui. Il suo paese è Cardeto». O quella di Silib, che quando Cardeto rischiava di essere distrutta da un incendio lui era andato tra le fiamme, nonostante gli avvertimenti dei compaesani e dei vigili del fuoco.

«Noi eravamo sempre reperibili per ognuno di loro», racconta Giovanni. «Ci chiamavano anche alle due o alle tre di notte se i figli stavano male e bisognava portarli in ospedale. Qui a Cardeto abbiamo una guardia medica, un punto di primo soccorso, ma quando bisognava correre in ospedale dovevamo andare al Riuniti di Reggio Calabria che dista quaranta minuti minimo in macchina». 

Nonostante la grande ospitalità e l’affetto della gente locale, la funzione dello SPRAR non era assistenzialistica. Bisognava integrare e accogliere, certo, ma alla fine del progetto le persone dovevano essere autonome e indipendenti. «Santo che gli offriva la pizza o io la birra, la nonnina che guardava i bambini: erano gesti di affetto. Cardeto lo fa con chiunque. Siamo ospitali ma poi loro dovevano essere in grado di vivere autonomamente» mi spiega Giovanni. Per questo oltre ai laboratori e ai progetti, la Cooperativa insegnava loro anche come trovare una casa e un lavoro. 

Nel 2021 la giunta comunale ha scelto di non rinnovare il progetto. Una decisione che ha provocato malcontento e disagio, almeno in parte della popolazione. Se da un lato tutti gli ospiti sono stati reinseriti a livello lavorativo o inviati ad altri SPRAR, dall’altro gli abitanti di Cardeto hanno dovuto far fronte a un’inaspettata crisi sociale, economica e lavorativa. 

Chi aveva trovato impiego con la cooperativa, si è dovuto trasferire per lavoro a Reggio Calabria o al Nord. Chi aveva un esercizio commerciale si è ritrovato in difficoltà per l’improvviso spopolamento. Grazie allo SPRAR, inoltre, le scuole avevano riaperto le porte e tutte le bambine e i bambini, inclusi i cardetesi, potevano usufruirne. 

Adesso, invece, sia l’asilo che le elementari sono chiuse: i pochi bambini rimasti sono costretti ogni giorno ad almeno mezz’ora di bus per frequentare la scuola nella vicina Mosorrofa. 

Chi resiste

«È vero, tutti i giovani se ne erano andati da Camini. Anche io stavo per fare lo stesso: ho degli zii a Torino e in Germania. Poi mi è arrivata la proposta di lavorare nel bar, un’idea geniale di Rosario. Se venivi qui in paese non c’era nulla: per prendere un caffè al bar dovevi andare a Riace. Così 7 anni fa Rosario ha pensato di aprirne uno e di dare lavoro a tanti giovani come me. In inverno siamo solo due a lavorare ma d’estate, in 11, facciamo fino a 160 coperti» mi racconta uno dei due ragazzi che tutto l’anno gestisce il bar. Quando parla, è felice e orgoglioso di quello che la EuroCoop ha costruito con il progetto Jungi Mundu (“unisci il mondo” in calabrese). 

«È grazie alla cooperativa che possiamo aprire i laboratori, gestire i negozi e mantenere viva la comunità di Camini», mi conferma il maestro del laboratorio di tessitura. «L’integrazione è la chiave per il successo di questo modello. Qui le persone non sono solo numeri ma hanno nomi, storie e un vissuto. Io conosco ogni persona con cui lavoro.». 

Mentre osservo Amal, caminese originaria di Damasco, cucire i tappeti con le stoffe di recupero, realizzo che queste botteghe sfuggono a qualsiasi logica capitalistica o di mero profitto economico. L’obiettivo è offrire un luogo alle persone dove apprendere un’abilità utile per inserirsi poi nel mercato lavorativo. Ogni laboratorio o attività cerca di rendere il proprio progetto sostenibile attraverso il commercio online o offline ai visitatori. Ma le attività di Jungi mundu non mirano a creare un business economico vincente. A Camini, il successo non si misura in denaro ma si quantifica a livello sociale. 

La dimensione umana emerge in tutti i numerosi laboratori, non solo in quello tessile. È quello che mi spiega Dawla, arrivata qui insieme alla sua famiglia con un corridoio umanitario dalla Siria nel 2016, mentre mi accompagna a visitare il laboratorio di cucito. È gestito da un uomo pakistano che, dopo il progetto di accoglienza, ha scelto di rimanere a Camini. 

Da qualche anno è attivo il progetto Fuori dal Buio: le fabbriche donano rimanenze di giacche e zaini in buono stato su cui poi vengono cucite delle strisce catarifrangenti. «Li regaliamo alle persone che lavorano nei campi della Piana di Gioia Tauro o di Rosarno per evitare che vengano investiti quando la mattina presto o la notte vanno a lavoro a piedi o in bici»

Tra le varie attività, l’arrivo delle persone rifugiate ha portato all’attivazione di un servizio doposcuola gratuito per tutti e, soprattutto, ha permesso la riapertura delle scuole in Paese. Ciò ha permesso anche nuove assunzioni locali tra docenti e collaboratori scolastici.

Proprio come accaduto a Cardeto, anche qui all’inizio la comunità di Camini aveva un po’ di titubanze sul progetto di accoglienza. Però, come mi ricorda Rosario Zurzolo, responsabile della Eurocoop Servizi: «E’ stato proposto dalla gente del posto, non imposto. Noi siamo nati e cresciuti qua, non siamo venuti da fuori. Le persone sanno chi siamo, a cu apparteni e i cu si fiddiu [a chi appartieni e di chi sei figlio, ndr]». 

Questo supporto popolare è stato fondamentale, soprattutto all’inizio del progetto. La cooperativa infatti esisteva già dal 1999 ma la svolta è arrivata nel 2011. Fu l’allora Sindaco di Riace Mimmo Lucano a chiedere alla vicina Camini di accogliere 11 ragazzi della Costa D’Avorio nell’ambito del progetto Emergenza Nordafrica. 

«All’inizio c’era una certa preoccupazione da parte nostra», ammette Giusy. «Avevamo il desiderio di accogliere, certo, e dare nuova linfa alla nostra comunità. Avevamo pensato di partire con ospitare delle famiglie per attenuare l’impatto. Poi in realtà è arrivata la proposta da Riace di ospitare questi ragazzi e ci siamo buttati». 

Dopo la prima decina di rifugiati e richiedenti asilo, la Cooperativa ha iniziato ad ospitare sempre più persone fino a raggiungere oggi 118 persone su un totale di 250 abitanti. 

La collaborazione con Riace è andata avanti fino a gennaio 2014, poi EuroCoop ha deciso di partecipare ai bandi ministeriali autonomamente. Sia Rosario che Giusy usano parole piene di gratitudine nel raccontarmi il supporto avuto in quegli anni da Lucano e Riace: «Noi nasciamo con Riace, noi siamo figli di Riace, ci siamo ispirati a loro. Quando prima ti dicevamo che all’inizio abbiamo avuto difficoltà a livello politico, Mimmo Lucano ci ha aiutato tanto. Inizialmente infatti quando avevamo proposto al sindaco di allora di fare accoglienza, lui ci aveva detto di sì. Poco dopo aveva cambiato idea. Anche la gente del posto ci ha supportato: il paese era in uno stato di abbandono sia di persone che di case, servizi, scuole. L’accoglienza era l’unica speranza per non essere la nuova Pentedattilo [borgo fantasma sulla costa ionica, ndr]».

Nonostante i vantaggi, accogliere però non sempre è semplice, soprattutto con i vari cambi legislativi e politici. Sotto il ministero di Matteo Salvini, come mi conferma Giusy, tutto era diventato molto più difficoltoso: «Persone che davvero vivevano per strada venivano qui a implorare accoglienza ma noi non potevamo ospitarli. Avevamo le mani legate».  

Negli ultimi anni questa scelta di diminuire i fondi per i progetti di accoglienza in Italia insieme alla criminalizzazione del modello Riace non è frutto del caso ma ci mostra una precisa linea politica: scoraggiare una volta per tutte l’accoglienza e l’integrazione. Anche a costo di bruciare un’importante opportunità di rinascita nel Mezzogiorno, sempre più spopolato e stretto nella morsa della disoccupazione. 

Mentre lascio la Calabria, guardo le notizie sul telefono. C’è un articolo di aggiornamento sull’accordo Italia-Albania. 

Secondo l’ultima inchiesta di Report per la gestione dei migranti soccorsi in mare dalle navi italiane, il nostro governo arriverà a spendere 1 miliardo di euro per costruire veri e propri centri di detenzione in Albania. Riace, Cardeto e Camini sono l’esempio che un’alternativa in Italia è possibile. Rinchiudere le persone in centri di detenzione – o finanziare con milioni di fondi pubblici Paesi terzi per farlo – non è l’unica soluzione.

di Arianna Vignetti (Arianna Vignetti)

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