Perché iniziare a raccontare i “nuovi porti” di approdo silenziati

Sono realtà non tradizionalmente, e mediaticamente, conosciute come punti di accoglienza ma dove i problemi dell’attuale gestione dei flussi migratori si amplificano

Prima dalla Libia, poi dalla Turchia, adesso dalla Tunisia. Le coste italiane rimangono dal 2015 le più appetibili per le rotte migratorie che vengono tracciate nel Mar Mediterrano centrale. Secondo il diritto internazionale del mare, il primo approdo, la terra più vicina, il posto in cui è possibile camminare di nuovo per le persone in transito che arrivano dai paesi menzionati è il cosiddetto “porto sicuro” (Port Of Safety, POS). Ora però, con il governo attuale, il porto è solo di sbarco e spesso non sicuro.

Fonte: Rielaborazione di Scomodo da dati Ministero dell’Interno

È così che iniziare a raccontare i “nuovi porti” di approdo silenziati significa attenzionare realtà lontane dai riflettori, realtà non tradizionalmente – e mediaticamente – conosciute come punti di accoglienza, in cui l’impreparazione delle istituzioni locali amplifica i già deleteri effetti di decreti ministeriali su Ong e associazioni che, ogni giorno in mare, provano a costruire una rete efficace (anche andando incontro a fermi amministrativi per le proprie navi utilizzate nelle operazioni di ricerca e soccorso) per sopperire alla negligenza dello Stato.

Tra le città in cui è accaduto ciò si annoverano Livorno, Ravenna, Marina di Carrara, Ortona, Genova, Ancona, Civitavecchia e altre che seguiranno

Fonte: Civil Maritime Rescue Coordination Centre (CMRCC)

Se da un lato, come ci ha detto Wasil Schauseil, Communication officer della Ong SOS Humanity, «la gente sembra essersi abituata alla sistematica tragedia che stiamo vivendo nel Mediterraneo», anche se i numeri che conosciamo sono solo stime, dall’altro è in atto un tentativo di costruire un muro di silenzio attorno al fallimento delle politiche migratorie italiane ed europee di esternalizzazione delle frontiere. Oltre alla pratica di assegnazione di porti di sbarco distanti che violano il diritto internazionale, esasperano la condizioni di vulnerabilità delle persone soccorse e ritardano l’accesso ai servizi essenziali.

Oggi, infatti, dopo circa 10 anni dal primo mediatizzato naufragio a Lampedusa, sembrerebbe che ci si sia abituati alle morti in mare poiché il racconto del fenomeno è costruito da un dibattito che non riesce ad andare al di là della semplice cronaca nera. L’assenza di strumenti utili, e in grado di rendere l’opinione pubblica più sensibile, riduce notevolmente la sua capacità mobilitativa. Non a caso, sappiamo quante persone, quanti sopravvissuti, quanti minori sono vittime di “un’altra Cutro” ma, a metà giugno, pochissimi media hanno semplicemente dichiarato il nome del paese in provincia di Reggio Calabria, Roccella Ionica, dove un altro naufragio è avvenuto. Eppure, fra i corpi recuperati e le persone disperse si stima che siano morte lungo la traversata circa 70 persone, sarebbe il secondo naufragio più grave degli ultimi anni sulla rotta fra la Turchia e la Calabria. Un racconto impossibile, come denunciato da numerosi giornalisti crotonesi in una lettera al prefetto; «a distanza di più di una settimana dai fatti, nessun punto stampa è stato ancora organizzato, e i pochi aggiornamenti ufficiali diffusi da prefettura e capitaneria sono rimasti circoscritti a scarni comunicati spesso in contraddizione tra loro», scrive l’emittente calabra LaC News. A Roccella Ionica, inoltre, come anche in altri porti, i giornalisti che vogliono documentare le operazioni di sbarco sono costretti a pagare una tassa di 16 euro, per la marca da bollo, e accreditarsi.
Raccontare questi luoghi significa far luce su questa zona grigia che sommerge tante storie e comunità specchio della rete di accoglienza italiana.

Fonte: Agenzia europea dei diritti fondamentali (Fundamental Rights Agency, FRA) – Search and Rescue (SAR) operations and fundamental rights, aggiornamento di giugno 2024

Puoi leggere il nucleo “Nuovi porti, dove approda la rete di salvataggio che opera in mare” nel numero 58 di Scomodo.

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Articoli Correlati

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

🎙️ Modalità di trattamento dei dati

La tua voce verrà trascritta automaticamente. Un membro del nostro team verificherà e correggerà la trascrizione per eliminare ogni possibile riferimento personale.

Il file audio verrà cancellato subito dopo la trascrizione.

Conserveremo solo il testo anonimizzato della trascrizione, l’anno di nascita e la regione di residenza, che ti chiediamo terminata la registrazione degli audio.

📋 Quali dati trattiamo

Conserviamo solo dati anonimi. Il tuo audio viene trascritto e se menzioni luoghi o persone specifiche, queste informazioni vengono anonimizzate.

🛡️ Altre informazioni utili

I dati sono completamente anonimi: non sarà possibile modificarli o cancellarli dopo l’invio.

Conserveremo le trascrizioni solo per il tempo necessario alla ricerca, sempre in forma anonima.

📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com