«Un mese fa uno dei nostri beneficiari ha comprato una dose di bonzai (droga sintetica a basso costo molto diffusa tra i profughi di Atene, ndr) davanti a casa nostra. L’ho visto cadere all’improvviso tra la ruota di una macchina e il marciapiede. Con un’altra operatrice siamo scese di corsa e abbiamo provato a svegliarlo: lo scuotevamo, gridavamo il suo nome, cercando di non chiamare l’ambulanza. Se arrivava l’ambulanza sarebbe arrivata anche la polizia e senza documenti lo avrebbero portato dentro. È rimasto a terra senza sensi per quasi venti minuti. Quando ha riaperto gli occhi, non ha chiesto dov’era. Ha chiesto quando fosse l’appuntamento con gli avvocati per denunciare la perdita dei documenti».
A parlare è Lavinia Ferrari, che ha lavorato per sei mesi come case worker in una ONG ad Atene che si occupa di servizi sociali nella prima accoglienza. «Negli ultimi mesi queste scene sono diventate sempre più frequenti», spiega. «Stiamo vedendo arrivare o tornare in Grecia sempre più persone da altri paesi europei, soprattutto dalla Germania».
«Si tratta spesso di uomini soli, capifamiglia», continua. «Le mogli e i figli restano nel Nord Europa, mentre loro vengono rimandati indietro. Si ritrovano ad Atene senza niente». Molti, racconta, finiscono per lavorare in fabbriche di aziende tedesche delocalizzate nel paese.
«La separazione dalle famiglie produce conseguenze psicologiche profonde: gli uomini soffrono di depressione e si sono registrati vari episodi di suicidi e tentati suicidi». Come raccontato in apertura di articolo, molti scivolano nella dipendenza da bonzai: si compra per pochi spicci, dà assuefazione immediata come il crack, li accascia a terra e li uccide in solitudine, senza che il sistema intervenga». Pratiche simili di trasferimento riguardano anche altri paesi europei. «In Austria, ad esempio, alle persone deportate viene richiesto di coprire i costi della procedura – circa 1800 euro a persona – indicati direttamente nel fascicolo d’asilo e destinati a trasformarsi in un debito da saldare in futuro».
Il funzionamento delle procedure d’asilo e di rimpatrio resta poco trasparente.«In molti casi vengono deportate anche famiglie intere, madri sole con bambini a carico. Nel caso di famiglie separate, probabilmente accade a seguito di accuse di violenza domestica nei confronti del marito, ma non è certo, nessuno lo sa».
«In queste situazioni, il fascicolo familiare viene diviso», continua, «ma per fare richiesta di separazione dei fascicoli la procedura è legale e tutti ne devono essere informati. Se i padri di famiglia vengono separati e deportati in paesi terzi, in assenza di ciò, nessuno sa cosa sta succedendo. Ci sono casi in cui moglie e figli ottengono la carta di asylum seeker (che non significa ottenere il permesso di residenza), mentre l’uomo viene rimandato nel paese di primo ingresso senza spiegazioni e nessuno sa cosa significhi». Poi aggiunge: «Noi siamo semplicemente un termometro, ma non abbiamo idea di cosa misuriamo». Anche nei casi di violenza domestica, però, le conseguenze sociali della separazione restano pesanti. «Lasciare queste persone completamente sole», spiega Lavinia, «produce danni enormi: cos’è un uomo iraniano, afgano, se non uomo in quanto marito prima e poi padre? Niente. Gli uomini deportati crollano psicologicamente, ci raccontano come si tagliano su tutto il corpo, arrivando alla fine alle vene. I bambini crescono senza padre e le madri si ritrovano a gestire da sole famiglie estremamente numerose». I criteri con cui vengono prese queste decisioni restano in gran parte opachi. I fascicoli familiari dovrebbero restare collegati, ma in molti casi le persone vengono comunque trasferite separatamente.
Un’altra situazione in cui questa procedura opaca cambia riguarda le donne incinte: «in alcuni casi le autorità evitano il trasferimento quando la gravidanza comporta rischi per la salute, permettendo alla donna di proseguire la richiesta di asilo nel paese in cui si trova. Tuttavia, non esistono criteri pubblici su quando questo possa accadere o meno e dobbiamo ricordare che ottenere la carta di asilo non significa in alcun modo ottenere il permesso di residenza e la protezione internazionale. Spesso, dopo il parto vengono comunque deportate indietro in Grecia».
Un sistema di accoglienza fragile e poco trasparente
La gestione dell’asilo in Grecia è stata oggetto di numerosi rapporti critici negli ultimi anni.
Rapporti di organizzazioni come l’ECRE hanno documentato detenzioni amministrative prolungate, difficoltà di accesso alla registrazione della domanda di asilo e gravi carenze nei servizi sanitari e legali. «Oggi essere trovati senza documenti in Grecia significa rischiare anni di carcere», racconta Lavinia. «Due anni di detenzione amministrativa, a cui possono aggiungersi altri due fino a cinque anni di carcere normale. Significa che minori, donne, uomini e anziani possono fare dai quattro ai sette anni. È difficilissimo anche solo accedere ai campi profughi: se non vieni fermato dalla polizia appena attraversi il confine, rischi i pushback. Le persone vengono consegnate illegalmente alla polizia turca e da lì possono finire in carcere o essere rimandate nel paese di origine».
Un’altra problematica, racconta Lavinia, riguarda le procedure di registrazione. «Per registrare una persona senza documenti dobbiamo inviare una richiesta via email ai campi profughi. In teoria esistono due strutture principali: una a Malakasa, nell’area di Atene, e una a Diavata, a nord di Salonicco. Malakasa però non risponde più ed è stato dichiarato pieno, senza che sia chiaro quante persone siano effettivamente presenti. I dati sui campi statali non esistono. Di fatto, è rimasto solo Diavata». Il problema è che le persone che si presentano agli appuntamenti non hanno ancora documenti ufficiali e, quindi, non dispongono di alcuna protezione legale durante il viaggio fino a Salonicco. «Un ragazzo di diciannove anni con cui avevo fatto un appuntamento è stato arrestato nel viaggio verso Salonicco e portato in un centro di detenzione. Non sappiamo più nulla di lui. Altri sono scomparsi nelle isole, bambini sono stati separati dalla polizia al confine di terra dai genitori e non siamo più riusciti a rintracciarli», racconta Lavinia.
Non solo una mancanza di trasparenza: è l’assenza di dati certi che rende impossibile comprendere la reale dimensione del fenomeno. Non esiste una banca dati accessibile sulle presenze nei campi o sulle persone trasferite nei centri di detenzione. Le informazioni che circolano vengono tutte dalle ONG, che cercano di ricostruire i movimenti delle persone caso per caso.
Il programma HELIOS+ e i limiti delle politiche di integrazione
L’unico strumento pensato per sostenere i beneficiari di protezione internazionale in Grecia è il programma HELIOS+, gestito dal Ministero greco con il supporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Il progetto dovrebbe offrire supporto all’alloggio, corsi di integrazione – come lezioni di lingua greca e di orientamento civico – e servizi di accompagnamento al lavoro.
«Nella pratica, però, l’accesso è estremamente limitato», spiega Lavinia. «I beneficiari dovrebbero ricevere 200 euro, divisi tra contanti e conto bancario. Ma molti rifugiati non possiedono i requisiti necessari per aprire un conto e finiscono per ricevere solo 100 euro».
«I criteri sono un paradosso», continua. «Per entrare nel programma non devi avere un lavoro, ma senza lavoro non puoi affittare una casa. E senza contratto, da due mesi, non hai nemmeno l’assistenza sanitaria». Secondo quanto racconta Lavinia, inoltre, quasi tutti gli strumenti previsti dal progetto restano solo sulla carta. I corsi di lingua e i percorsi di formazione professionale, pur indicati tra gli obiettivi del programma, in molti casi non vengono effettivamente realizzati.
«Anche contattare il programma può rivelarsi difficile», aggiunge. «Dovrebbe essere raggiungibile tramite Telegram o chiamate telefoniche, ma raramente rispondono. E quando lo fanno, danno informazioni letteralmente false. Mentono sui requisiti e sulle procedure, senza lasciare traccia scritta. Così è impossibile anche per gli avvocati delle ONG, procedere legalmente».
In più, secondo la testimonianza di un ex membro dello staff, durante alcune sessioni di formazione interne sarebbe stata data indicazione che il programma è stato pensato per i rifugiati ucraini, sollevando interrogativi sulla reale accessibilità per gli altri beneficiari della protezione internazionale. Le difficoltà di accesso sono evidenti nei numeri: nel 2024, ultimo dato disponibile, i beneficiari effettivamente assistiti dal programma sono stati soltanto 166.
Le difficoltà economiche e sociali si intrecciano spesso con gravi problemi sanitari. In teoria anche chi possiede un permesso di residenza dovrebbe poter accedere al sistema sanitario pubblico, ma «nella pratica va fatta richiesta specifica per ottenere l’AMKA, l’assistenza sanitaria, e le procedure sono disponibili solo in greco. Sono le ONG a dover svolgere un ruolo di mediazione fondamentale per ottenere l’assistenza sanitaria», racconta Lavinia. «In questi mesi ho visto situazioni gravissime, comprese dita mozzate, occhi cavati, bagni pieni di sangue, per coliche addominali non curate per oltre cinque mesi. Se non hai AMKA, non vieni accettato negli ospedali».
Le conseguenze umane e il burnout degli operatori
Questo contesto di precarietà ha conseguenze anche su chi lavora nel sistema di accoglienza. Diversi studi hanno rilevato livelli molto elevati di burnout tra operatori umanitari e volontari attivi in Grecia: l’esposizione continua a storie di violenza, perdita e precarietà produce quella che gli psicologi definiscono compassion fatigue, un esaurimento emotivo che porta molti operatori ad abbandonare il settore dopo pochi anni.
Le ONG finiscono così per diventare un filtro tra politiche pubbliche inefficaci e bisogni umani immediati, cercando di colmare le lacune del sistema tra appuntamenti amministrativi, assistenza sanitaria e mediazione con le autorità. Con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo, la pressione sul sistema greco rischia di aumentare ulteriormente. Senza un rafforzamento reale delle strutture di accoglienza e delle politiche di integrazione, la Grecia continua a rappresentare un laboratorio delle politiche migratorie europee: il luogo in cui le decisioni prese a Bruxelles si traducono nella pratica quotidiana e nel terrore.