Il 2 novembre 2025 il governo italiano ha rinnovato il Memorandum Italia – Libia per altri tre anni. L’Italia continua così a macchiarsi di sangue: crimini contro l’umanità venduti per sicurezza dei confini e regolamentazione della cosiddetta “immigrazione illegale”. Una politica italiana ed europea di esternalizzazione dei confini che in Libia si articola in trentuno centri di detenzione in cui uccisioni, torture, stupri, violenze e maltrattamenti sono una pratica diffusa e sistematica, come riportato dalle Nazioni Unite, dalla Corte Penale Internazionale e da molte ONG. Un sistema retto da uomini, catene di comando e responsabilità precise, che l’Italia continua a sostenere e proteggere attraverso accordi politici, finanziamenti e scelte operative, fino ad arrivare a garantire la fuga e il rimpatrio di uno dei suoi principali artefici, come dimostra il volo di Stato con cui Almasri, comandante libico accusato dalla CPI di crimini di guerra e contro l’umanità, è stato riportato in Libia nonostante un mandato d’arresto internazionale.
Ad aprile 2025 Scomodo è salita a bordo della Life Support di Emergency per la sua trentunesima missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Durante l’operazione sono state salvate ottantadue persone, tra cui ventisette minori: provenivano da Eritrea, Etiopia, Togo, Ghana, Camerun, Nigeria e Sudan e avevano lasciato Zuaia, in Libia, alle due della notte precedente al salvataggio. Paesi diversi, ma un unico denominatore comune: le carceri libiche.

“Il mio corpo è pieno di ferite, non posso spiegare come stia il mio corpo e quanto sangue abbia perso per tutte le violenze subite. La prigione è disumana, molte donne hanno perso la vita, altre hanno partorito lì e spesso non avevano latte quindi i bambini non mangiavano”
Racconta Fatma – nome di fantasia – ragazza di ventiquattro anni originaria dell’Etiopia e detenuta nelle carceri libiche per mesi. Ferita a una gamba durante la guerra, dopo essersi curata, Fatma ha deciso di lasciare il suo paese con la speranza di raggiungere l’Europa. È partita insieme a un gruppo di cinque ragazzi, affrontando un viaggio durissimo. Durante il tragitto, il trafficante che li accompagnava l’ha violentata pretendendo da lei rapporti sessuali e, al suo rifiuto, l’ha picchiata brutalmente. Nel deserto del Sahara è arrivata a bere acqua mescolata a benzina e, ogni volta che chiedeva altro da bere o del cibo, veniva nuovamente picchiata. Una volta giunta in Libia, la situazione non è migliorata: è stata incarcerata, e secondo il suo racconto, i poliziotti libici si sono dimostrati persino più violenti del trafficante. Picchiata, denutrita e privata di ogni diritto, le è stato anche negato l’accesso alle cure mediche nonostante le sue condizioni. Fatma ha potuto lasciare il carcere solo dopo che la sua famiglia, dal paese d’origine, è riuscita a raccogliere e inviarle 2000 dollari: il prezzo per comprare la sua libertà.
Nel frammentato e conflittuale panorama politico libico, dove milizie e gruppi armati determinano spazi di potere e destini individuali, si contano oggi circa diciottomila prigionieri rinchiusi in trentuno carceri distribuite in tutto il Paese e gestite da gruppi armati legati al governo libico. Tra le più sanguinarie vi sono le prigioni di Mitiga, Garnada e Kluefeya. Donne come Fatma, uomini e bambini, per lo più migranti, subiscono ogni giorno torture e maltrattamenti, senza alcuna distinzione. Le violenze comprendono elettroshock, fame forzata, percosse, abusi sessuali, privazione del sonno e isolamento. Una macchina sistematica del terrore che si nutre dei finanziamenti italiani ed europei per ostacolare le partenze di chi scappa già da guerre e fame.
“Quella in queste prigioni non si può chiamare vita, ci sono persone che muoiono perché non c’è né cibo né acqua e vengono picchiate fino a quando qualcuno non paga per rilasciarle. In queste prigioni ci sono donne, donne incinte, donne che stanno male e che sono anziane. Scappiamo dalla guerra, non avremmo pensato di venire in Europa, ma dobbiamo scappare perché c’è la guerra. La Libia è peggio della guerra, è una cosa disumana. La cosa che ha fatto Emergency invece è una cosa incredibile: ero morto, perché ho visto una sofferenza terribile e ora invece sono nato di nuovo”. Yassin è arrivato in Libia nel 2023 ed ha passato nove mesi nelle carceri libiche fino a quando la sua famiglia non ha pagato per liberarlo, per questo, con tono spezzato, fa un appello: “continuate a salvare le persone in Libia, perché non hanno voce, sono ancora in Libia torturate e non possono parlare”.
In questo sistema di torture cha racconta Yassin, l’Italia gioca un ruolo fondamentale: nel 2017 infatti è stato siglato il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia e dall’ora il governo italiano ha finanziato la Guardia Costiera Libica affinché intercetti e detenga nelle carceri libiche tutti coloro che tentano la traversata del Mediterraneo. L’accordo prevede un rinnovo automatico ogni tre anni, a meno che non venga richiesta la sua interruzione con un preavviso di tre mesi. Così, il 2 novembre 2025, nonostante le denunce delle ONG e le proteste di cittadini e di persone che hanno vissuto la realtà delle carceri libiche, il MoU si è rinnovato per la terza volta dalla sua firma. Ciò è avvenuto dopo che il Parlamento italiano ha respinto le due mozioni presentate dalle opposizioni, che chiedevano la modifica o la revoca dell’intesa.
Un Memorandum che sulla carta finanzia cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione irregolare e al traffico di esseri umani, ma che nella pratica finanzia le motovedette della Guardia Costiera Libica per intercettare migranti in mare e trasportarli dentro un vortice dell’orrore dal quale si esce, se più fortunati di altri, solo a pagamento. Le stesse motovedette usate dalla Guardia Costiera Libica sono costruite in Italia e donate dal governo italiano; tra queste vi sono anche quelle che hanno aperto il fuoco contro la Ocean Viking della SOS Mediterranee e contro la Sea Watch la scorsa estate. Un rapporto di interessi, dunque, che si macchia di crimini contro l’umanità, indagati dalla CPI e dei quali l’Italia sembra disinteressarsi anche di fronte alla stessa Corte. Lo esemplifica il volo di Stato con cui l’Italia ha rimpatriato Almasri, potente comandante libico e figura centrale dell’apparato repressivo di Tripoli, indicato dalla CPI come uno dei principali responsabili del sistema concentrazionario libico. Secondo l’accusa della CPI, Almasri avrebbe diretto e supervisionato strutture di detenzione in cui migranti e oppositori politici sono stati sottoposti sistematicamente a torture, stupri, omicidi, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e persecuzioni, trasformando le carceri in strumenti di estorsione e terrore. Nonostante la gravità delle accuse e l’esistenza di un mandato internazionale, l’Italia ha scelto di non consegnarlo alla giustizia internazionale, garantendogli di fatto l’impunità. Dopo l’arresto di Khaled Mohamed Ali El Hishri sul territorio tedesco e la sua successiva consegna alla CPI da parte delle autorità di Berlino, organizzazioni per i diritti umani e società civili hanno evidenziato che il caso El Hishri rappresenta un precedente importante per l’applicazione dello Statuto di Roma, mettendo in luce come la cooperazione degli Stati con la CPI sia essenziale per la giustizia internazionale, e come l’arresto tedesco contrasti nettamente con la decisione italiana di non consegnare Almasri alla Corte.
Proprio sulla Life Support, tra le persone salvate, il bisogno di denunciare ciò che accade nelle carceri libiche è apparso come una necessità primaria: il loro grido faceva da eco alle vite lasciate in quelle prigioni, nell’orrore e nella fame.
“Per favore, chiunque possa parlare al mondo, riporti le voci di chi è ancora in Libia. Lì il colore della loro pelle è bianco, ma ciò che stanno facendo è nero, è oscuro. Ci sono esseri umani che uccidono altri esseri umani. Per favore, prendete le loro voci e fatele conoscere al mondo”. Così Saba – nome di fantasia – ha esordito al microfono davanti ai suoi compagni di viaggio e a tutto il team di Emergency. Come lei, anche tutte le altre persone che hanno scelto di alzarsi e prendere la parola dopo l’annuncio della destinazione si sono unite all’appello, chiedendo con determinazione di continuare a denunciare ciò che accade nelle carceri libiche. “Nelle prigioni in Libia ci sono molte donne incinte e bambini che stanno soffrendo. Per favore, vi chiedo di riportare le loro voci al mondo”, ha continuato Yonas – nome di fantasia.
Poi, durante l’attività di pittura sul ponte della nave, tra un cartello e l’altro, è emerso quello di Ali che, con la tempera nera, ha scritto la frase “Stop Libya” e l’ha lasciata asciugare al vento, con la speranza che potesse raggiungere quanti più sguardi possibile.