Fine della corsa

Il nuovo Patto UE sull’immigrazione è il culmine di un processo storico di politiche restrittive nei confronti delle persone migranti

Questo articolo parla di:

 

Il nuovo Patto dell’Unione Europea sull’immigrazione e l’asilo entrerà in vigore a giugno 2026 e rappresenta il punto di arrivo di una progressiva stretta sulle politiche migratorie. Secondo la giornalista freelance esperta di migrazioni e geopolitica Leila Belhadj Mohamed, si tratta di «uno scempio della tutela dei diritti, soprattutto dei minori», in cui «diritti garantiti ai cittadini europei non vengono riconosciuti alle persone migranti». Il processo che ha condotto a questo patto ha radici già consolidate: nel 1985, con la redazione degli Accordi di Schengen, alla libera circolazione interna si accompagna un rafforzamento della sorveglianza dei confini esterni dell’Unione. La creazione del Sistema d’Informazione Schengen (SIS) ne è la prova: il primo grande database progettato per tracciare e respingere gli “immigrati non desiderati”. 

 

In questo sistema, gli Accordi di Dublino rappresentano un altro passaggio fondamentale di questa storia:  quello che Michel Foucault definiva “potere disciplinare.”  Nati nel 1990 e rifiniti attraverso le versioni Dublino II e Dublino III, questi trattati nascono con un obiettivo burocratico preciso: arginare il cosiddetto asylum shopping. Secondo il Glossario della Commissione Europea il termine descrive (spesso con accezione dispregiativa) il tentativo dei richiedenti asilo di presentare domande in più stati membri, nell’ottica di potersi stabilire dove gli standard economici e sociali sono più elevati. Si vuole impedire che chi fugge possa scegliere dove ricominciare. L’effetto di queste policy è la nascita dei “paesi cuscinetto” – Italia, Grecia e Spagna obbligati a gestire le domande di asilo come primi ingressi, fungendo da “guardiani” per il Nord Europa. Inizialmente, questo ruolo fu accettato di buon grado. «Negli anni ‘90 non si prevedeva l’attuale intensità dei flussi migratori: c’era un clima di maggiore fiducia nell’integrazione europea post guerra fredda. Pensare, però, che sia solo questo il motivo per cui gli stati cuscinetto abbiano accettato Dublino è un po’ ingenuo: le asimmetrie di potere erano già evidenti. Ma sono state volontariamente sottovalutate soprattutto dai paesi del Nord Europa, il cui interesse era evitare i movimenti secondari al proprio interno. Più che solidarietà europea, infatti, si può parlare di miopia politica: la mancanza di una visione a lungo termine, soprattutto verso i rapporti all’interno dell’UE e una fiducia eccessiva sul fatto che questo sistema avrebbe retto», spiega Belhadj Mohamed.

 

Alla fine degli anni ‘90 gli umori politici si spostano ancora una volta e l’immigrazione inizia ad essere trattata dagli stati membri come una sfida comune alla sicurezza dell’UE. Così si legge nel Summit di Tampere del 1999, che promosse un coordinamento tra polizie e le leggi in materia dei vari stati. In questo paradigma, la gestione dei flussi migratori viene assimilata alla lotta al crimine organizzato transnazionale: «È una svolta inizialmente culturale, prima ancora che normativa», sottolinea Belhadj Mohamed. 

 

Questo processo culmina nel 2004 con la nascita di Frontex, l’agenzia europea per il coordinamento della sorveglianza delle frontiere esterne, che segna il passaggio operativo decisivo: «la gestione delle frontiere diventa la gestione dell’immigrazione». Da quel momento, osserva Belhadj Mohamed, «iniziano investimenti massicci sul controllo e sulla sorveglianza, più che sui canali legali e sull’accoglienza».  Ma  mancava ancora un dispositivo che gestisse chi, nonostante tutto, riusciva a toccare terra. Dispositivo che si realizza solo nel biennio 2015-2016, quando l’ Agenda Europea sulla Migrazione introduce il  sistema degli Hotspot (in Italia a Pozzallo, Trapani, Lampedusa, Porto Empedocle). L’Hotspot non è un semplice centro di accoglienza, ma l’avamposto fisico di quel “potere disciplinare” che era iniziato con Dublino: un’area dove le autorità nazionali e le agenzie europee (Frontex ed EASO) operano una vera e propria categorizzazione binaria. L’obiettivo non è l’assistenza, ma la selezione: dividere rapidamente i “profughi” dai “migranti economici” basandosi spesso sulla sola nazionalità. Questo ha condotto a espulsioni di massa e alla privazione per migliaia di persone di un esame individuale della domanda d’asilo. Se l’Hotspot è il filtro interno, l’Accordo UE-Turchia del marzo 2016 é l’emblema dell’esternalizzazione: delega il controllo (e la violazione dei diritti) a paesi terzi. In cambio di 6 miliardi di euro, Ankara trattiene i migranti irregolari, come fosse una zona di contenimento. “Pagare per non vedere”: l’Unione Europea ha barattato i propri valori umanitari e l’obbligo di protezione internazionale con il silenzio dei Balcani, affidando la propria “sicurezza” a un regime autoritario. L’accordo ha inaugurato un modello pericoloso: la migrazione non è più un fenomeno da governare secondo il diritto, ma una merce di scambio diplomatica.  

 

Nel 2017, con il Memorandum Italia-Libia, il processo viene rafforzato: l’Italia fornisce mezzi e formazione alla Guardia Costiera libica, affinché intercetti i migranti in mare e li respinga nei centri di detenzione. Un inferno di torture e violazioni sistematiche documentate ripetutamente dalle Nazioni Unite, non ultimo nel rapporto di febbraio 2026, che conferma la complicità dell’Europa.  Questa parabola culmina, per l’appunto, con il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo che, da giugno, permetterà di trattenere persone, inclusi minori, in centri di detenzione ai confini per mesi. È un patto che assorbe totalmente la deriva della “strumentalizzazione dei migranti”: nel diritto nazionale polacco questo termine descrive l’ingresso dei migranti facilitato da stati terzi ai danni della polizia di frontiera. Nato come risposta alla crisi al confine tra Polonia e Bielorussia, è diventato la chiave per declassare il migrante da soggetto di diritto ad “arma ibrida”.  Inserendo la strumentalizzazione nel cuore del nuovo ordinamento europeo, i migranti non sono più persone da proteggere, ma flussi da governare attraverso dispositivi di potere. A completare il quadro, sottolinea Belhadj Mohamed, ci sono anche le pressioni esercitate a livello nazionale: «se siamo arrivati a questo livello di esternalizzazione e deportazione è perché alcuni governi, come quello italiano, hanno spinto in questa direzione».

 

Un Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo

Il 22 maggio 2024, all’esito di un lungo processo negoziale, i dieci strumenti legislativi (nove Regolamenti e una Direttiva) che compongono il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. 

Nonostante l’intento proclamato fosse quello di marcare “un nuovo corso” per quanto riguarda la risposta alle “sfide” fronteggiate dall’UE e dagli Stati Membri in questi ambiti, è stato da subito osservato come questo pacchetto legislativo non rappresenti affatto una rottura con il passato, ma rafforzi anzi un già marcato trend di esternalizzazione dei controlli migratori nell’ambito del Sistema Europeo Comune di Asilo (SECA), che abbiamo ricostruito in apertura di articolo. 

Con il termine “esternalizzazione”, ci si riferisce generalmente al trasferimento di competenze e responsabilità relative alle domande di protezione internazionale, o alla “gestione” delle persone espulse o in via di espulsione, a paesi terzi. In questo senso, un elemento centrale nel Nuovo Patto è rappresentato dalla riforma del concetto stesso di “paese terzo sicuro”, la cui applicazione già consentiva, nel precedente impianto del SECA, di respingere una domanda di protezione come inammissibile, demandando al paese terzo individuato come sicuro il suo esame nel merito. Una riforma di questa nozione – che il Patto aveva già notevolmente ampliato nella sostanza, rendendo meno stringenti i requisiti per la qualificazione di un paese come “sicuro” – è stata poi approvata in via definitiva dal Parlamento Europeo lo scorso 10 febbraio, rimuovendo la necessità per gli Stati Membri di applicare questo concetto soltanto in presenza di un legame qualificato tra il richiedente e il paese terzo in questione, e rendendo dunque sufficiente il mero transito per il suo territorio o la sussistenza con esso di un accordo o intesa finalizzata all’ammissione dei richiedenti asilo. 

Non si tratta, però, dell’unico elemento che, all’interno del Patto, punta nel senso di una maggiore esternalizzazione dei controlli migratori. «Sebbene a questo proposito non si possa parlare di esternalizzazione in senso stretto, significativo è anche il fatto che il nuovo Regolamento Procedure preveda l’esame di una larghissima parte delle domande di protezione nelle zone di frontiera – quindi, all’interno del territorio UE, ma in una situazione di finzione giuridica di non ingresso, ci ha spiegato Francesco Moresco, membro dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) – Il nesso con l’esternalizzazione è molto forte in quanto, oltre alla presunzione di sicurezza di alcuni paesi di origine – che adesso inizia a diventare una nozione di carattere europeo e non più nazionale – si prevede  la possibilità di essere sottoposti ad una procedura di frontiera anche per coloro che sono transitati, appunto, da paesi terzi sicuri. Non è un mistero, poi, che molti di questi paesi terzi sicuri siano quelli nei confronti dei quali potrà essere eseguito un decreto di espulsione, o dove potranno essere costituiti hub per il rimpatrio». 

Risale infatti allo scorso 9 marzo l’approvazione, da parte della Commissione LIBE del Parlamento Europeo, del mandato negoziale sul nuovo Regolamento Rimpatri, per l’adozione del quale, in sostituzione della precedente Direttiva 2008/115/CE, potranno ora dunque aprirsi i negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione. «Si tratta di una proposta di riforma liberticida e parte integrante di questo Patto, nonostante rappresenti un tassello che deve essere ancora compiutamente assemblato nel sistema generale – ha sottolineato Moresco – La bozza prevede, oltre ad un aggravio delle condizioni di trattenimento, la possibilità che una stessa persona possa essere sottoposta a decreti di espulsione nei confronti di più paesi (ad esempio, verso il paese di origine della persona migrante e verso un paese terzo sicuro), così che vi sia più probabilità che uno di questi vada “a buon fine”». 

Questo il quadro che viene a delinearsi: «Dal momento che il Regolamento Procedure indica il fatto di essere transitati per un paese terzo sicuro tra i motivi per una decisione di inammissibilità – indicando allo stesso tempo, nel considerando  §60, la possibilità per gli Stati membri di applicare la procedura di frontiera per i richiedenti provenienti da paesi terzi sicuri – è probabile che una persona transitata da uno di questi trascorrerà il tempo necessario all’esame della sua domanda di asilo in frontiera. Nel caso in cui dovesse vedere rifiutata la sua richiesta, è altrettanto probabile che sarà poi sottoposta ad un decreto di espulsione riguardante di nuovo quel paese terzo sicuro. Si tratta di una profonda innovazione: da una parte, l’Europa si prepara a fortificarsi sempre di più per impedire lo stesso ingresso delle persone sul suo territorio; dall’altra, si prepara ad intessere relazioni sempre più intense con i Paesi verso cui coloro che dovessero essere riusciti ad accedere al territorio dell’UE potranno essere rimpatriati molto velocemente, secondo un meccanismo che fa dunque molto affidamento sull’efficacia dell’esternalizzazione». 

 

 I primi effetti

 

La rotta balcanica è il principale percorso via terra intrapreso dalle persone migranti per entrare in Europa, passando attraverso i Balcani occidentali. La maggior parte delle persone che attraversano la rotta provengono da Pakistan, Iran, Afghanistan e Siria, ma non mancano casi di persone provenienti dal Nordafrica. 

Di solito, il percorso prevede di transitare dalla Turchia per poi entrare in Grecia, e quindi in Macedonia del Nord. Da qui, alcuni provano il tragitto che dalla Serbia porta alla Bosnia, mentre altri passano dalla Bulgaria e dalla Romania. L’obiettivo è quello di raggiungere Paesi dell’Europa centro-settentrionale, molto spesso la Germania. I provvedimenti repressivi dell’Unione, che abbiamo analizzato in precedenza, hanno portato migliaia di persone a restare bloccate nei paesi di transito, soprattutto in Grecia come abbiamo raaccontato in questo altro articolo

 

No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione di volontariato che si occupa di assistenza e advocacy a favore delle persone migranti, concentrando la propria attività proprio nella rotta balcanica. Mirka e Fortuna, che hanno lavorato con NNK rispettivamente in Bulgaria e in Serbia, ci hanno raccontato delle gravissime condizioni umanitarie in cui versano questi due Paesi, evidenziando come la situazione sia destinata a peggiorare – e, in parte, sembri già essere peggiorata – come risultato del nuovo Patto europeo. La Bulgaria è considerata la porta d’ingresso dell’Unione e per questo ha il mandato di bloccare i flussi verso l’Europa.  Un meccanismo perfezionato dagli accordi di Dublino, in cui fare richiesta d’asilo in Bulgaria vuol dire sostanzialmente mettere fine al proprio viaggio. Come spiega Mirka:«Se la polizia ti becca mentre stai attraversando la frontiera bulgara, al secondo tentativo vieni di norma detenuto per un anno e mezzo. Se arrivi in un paese europeo e ti trova la polizia di quel paese, si attivano le procedure di Dublino e vieni rimandato in Bulgaria, dove sarai detenuto per un anno e mezzo in detenzione amministrativa». 

La conferma delle dure condizioni a cui sono sottoposte le persone migranti in Bulgaria arriva da Fortuna, volontaria per NNK in Serbia: «I ragazzi arrivavano in Serbia senza telefono, senza vestiti, senza scarpe a causa delle violenze perpetrate dalla polizia bulgara e delle procedure nei campi. Dopo, devono scegliere se procedere con la richiesta di asilo in Bulgaria o se proseguire verso gli altri paesi europei, con il rischio di essere rispediti verso Sofia per i meccanismi di Dublino e di finire in carcere». Anche la Serbia, non ancora membro dell’Unione, diventa parte integrante del meccanismo di costrizione dei flussi migratori verso il continente. Tutto questo grazie ai fondi che arrivano da Bruxelles: «Belgrado riceve finanziamenti per portare la gestione dei rifiuti, la percentuale di riciclaggio e la qualità dell’acqua potabile per arrivare agli standard richiesti per entrare nell’Unione. Fondi che il governo utilizza per finanziare i campi in cui le persone migranti vengono fermate e dove subiscono violenze».

Anche in Grecia, i volontari delle Ong che lavorano nell’assistenza dei migranti stanno constatando un peggioramento delle loro condizioni di vita, come ci racconta Lavinia: «In questi mesi ho visto situazioni gravissime, comprese dita mozzate, occhi cavati, bagni pieni di sangue, per coliche addominali non curate per oltre cinque mesi. Se non hai AMKA (l’assistenza sanitaria greca, ndr) non vieni accettato negli ospedali, ma le procedure sono disponibili solo in greco e senza la mediazione delle Ong non si riesce a fare richiesta».

 

I volontari che abbiamo contattato in queste settimane, pur provenendo da contesti diversi, concordano sul fatto che con l’entrata in vigore del nuovo Patto la situazione è destinata a peggiorare. Secondo Fortuna: «Ci sarà un peggioramento delle politiche di rimpatrio. Già questa estate si percepiva una maggiore rigidità nella gestione dei confini. C’è molta preoccupazione su come evolveranno i rapporti con i paesi balcanici». Anche per Mirka, il futuro in Bulgaria è grigio: «Prima ero al telefono con un ragazzo che è venuto in Bulgaria con un visto per lavoro e si è visto sbattere dentro un centro di detenzione per tre mesi, non sa nemmeno lui perché. Tutti parlavano bulgaro, non erano presenti traduttori. Con il patto  sulla migrazione si parla di alzare a due anni la detenzione sempre nell’ottica di scoraggiare le persone. Sul campo noi notiamo un aumento della polizia e di Frontex ai confini. Io penso che oltre la violenza fisica, anche la violenza amministrativa sia molto molto forte. Molte persone con la detenzione le spezzi davvero».

 

Hanno contribuito: Francesca Ronfani, Alessandra Fares, Lavinia Bagnai

di Gaia Sironi (Gaia Sironi),Beatrice Baragli (Beatrice Baragli),valeria.dibattista (Valeria Di Battista),Giulia Camuffo (Giulia Camuffo),Angela Perego (Angela Perego),Valentina Melis (Valentina Melis)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Articoli Correlati

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

🎙️ Modalità di trattamento dei dati

La tua voce verrà trascritta automaticamente. Un membro del nostro team verificherà e correggerà la trascrizione per eliminare ogni possibile riferimento personale.

Il file audio verrà cancellato subito dopo la trascrizione.

Conserveremo solo il testo anonimizzato della trascrizione, l’anno di nascita e la regione di residenza, che ti chiediamo terminata la registrazione degli audio.

📋 Quali dati trattiamo

Conserviamo solo dati anonimi. Il tuo audio viene trascritto e se menzioni luoghi o persone specifiche, queste informazioni vengono anonimizzate.

🛡️ Altre informazioni utili

I dati sono completamente anonimi: non sarà possibile modificarli o cancellarli dopo l’invio.

Conserveremo le trascrizioni solo per il tempo necessario alla ricerca, sempre in forma anonima.

📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com