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Ventimiglia, un confine militarizzato e solidale 

A Ventimiglia, mentre per lo Stato la questione migratoria è solo un problema di sicurezza, c'è chi si spinge oltre il confine e prova a creare un rete di solidarietà contro l’indifferenza

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Ventimiglia è una città militarizzata, questa è la prima impressione avuta una volta uscita dalla stazione. 

Immediatamente ho pensato che se io, cittadina italiana ed europea, stavo avvertendo al contrario un senso di insicurezza nel muovermi liberamente, come può sentirsi una persona migrante, in condizioni estremamente vulnerabili, che arriva qui dopo essere fuggita dal proprio Paese e aver affrontato lunghi e pericolosi viaggi?

Un “Patto per Ventimiglia sicura” è la proposta del programma politico del 2023 dell’attuale sindaco Flavio Di Muro, esponente della Lega, che comprende «l’acquisto di stazioni mobili per la polizia locale utili per un rapido ed efficace controllo del territorio e finalizzate all’identificazione dei migranti e al rispetto della legalità».

«Ordine pubblico e sicurezza» sono state le parole del vice sindaco e assessore alle politiche sociali Marco Agosta, il quale durante un incontro per confrontarsi sulla gestione della migrazione a Ventimiglia promosso dall’ASCS, (Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo) con cui ho avuto la possibilità di essere al confine, vantava di aver agito aggiungendo un terzo turno serale alle forze dell’ordine per ampliare i controlli e “proteggere” la città. L’incontro è durato all’incirca una mezz’ora, interrotto bruscamente per un impegno sopraggiunto, nel quale non si è parlato in alcun modo di persona migrante in quanto tale ma di un’emergenza da gestire perché minava l’immagine della bella Ventimiglia. 

Il messaggio che ancora una volta è passato è quel meccanismo del dare aiuto solo se meritato, solo se si porta rispetto alla città, non un diritto da garantire. Come se avere bisogno di beni necessari non fosse un diritto che prevale su tutto.

La doppia anima di Ventimiglia

Lo Stato ha un atteggiamento miope. Al momento a Ventimiglia tutta l’accoglienza in transito è nelle mani del volontariato e di alcuni enti del terzo settore, tra i quali Caritas, Diaconia Valdese e WeWorld.

La sensazione è che le istituzioni facciano finta di non vedere le condizioni che le persone sono costrette a vivere una volta arrivate in città. Nel 2020 il campo Roja è stato chiuso per l’impossibilità di rispettare le norme sanitarie imposte dalla pandemia. Fu costruito nel 2017 per limitare gli accampamenti lungo fiume, in un luogo invisibile agli abitanti, nella frazione di Bevera, ex stazione di smistamento internazionale utilizzata per i treni merci tra Italia e Francia, e raggiungibile a piedi tramite una strada statale senza marciapiedi. Gestito dalla Croce Rossa Italiana riusciva ad accogliere circa 500 persone. 

A seguito della sua chiusura, nonostante svariate promesse, non si è ancora provveduto a trovare una nuova sistemazione: nel quartiere Roverino dormono sotto un cavalcavia lungo fiume e accampati in delle tende, circondati da spazzatura e vestiti; per le persone in condizioni di vulnerabilità estrema ci sono degli appartamenti dedicati ma non sempre si riesce ad accogliere tutti. 

Dalle 9 alle 11, dal lunedì al sabato, nel piazzale del quartiere la Caritas consegna loro alcuni alimenti, per una colazione o un pranzo: tè, riso, uovo, pollo e una bottiglietta d’acqua.  Per la cena, invece, si turnano varie associazioni e alcuni volontari sono presenti anche di  domenica.

Il “Passo della Morte” è il soprannome dato ai 7 km di strada che numerose persone che vogliono arrivare in Francia sono costrette a percorrere, sperando di non incontrare la polizia.

Si parte da Grimaldi, ultimo paese italiano prima della frontiera, e si attraversa un sentiero che salendo verso la montagna conduce a Mentone, prima città francese dopo aver attraversato il confine. Questo attraversamento è soprannominato, appunto, “Passo della Morte” perché una volta arrivati alla barriera di filo spinato che delimita la frontiera ci si trova davanti un bivio: mantenendo la destra si arriva in Francia, mentre chi prosegue dritto, invece, rischia di precipitare nel vuoto. Molti, illusi dalle luci della città che appaiono più vicine, scelgono inconsciamente la seconda opzione. Un tratto pericolosissimo, che nella stragrande maggioranza dei casi conduce alla morte. Le persone che percorrono questi sette chilometri si riparano e cercano rifugio in quel che resta di case abbandonate, segnalate da scritte in arabo sui muri, in attesa che arrivi la notte per riprendere il cammino senza essere visti. 

Lungo il tragitto si possono trovare vestiti, scarpe rotte, quaderni, dentifrici, scatole di alluminio svuotate di cibo, valigie vuote. 

Qualcuno ha provato a facilitare la strada verso la Francia con indicazioni dipinte con bombolette spray su rocce o tronchi d’albero, altri invece hanno provato a sabotare la rotta cancellandole o cambiandole di senso.

“Refus d’entrée”

Talvolta accade però che una volta arrivati a destinazione la polizia francese sia pronta ad aspettarli al varco. Come noto, molti vengono respinti violentemente e sono costretti a tornare a piedi a Ventimiglia.

Alla stazione di Mentone, nove poliziotti francesi hanno fermato e perquisito due ragazzi tunisini appena scesi dal treno, senza nessuna motivazione, senza ascoltare giustificazione alcuna. Dopo aver constatato che non potevano circolare liberamente in Francia in quanto non in possesso di un documento valido, senza fornire loro adeguate spiegazioni e senza comprendere quanto gli veniva detto dato che parlavano lingue differenti, li hanno portati nei container di fianco alla frontiera, dove avrebbero passato la notte per essere respinti il giorno dopo. 

Le persone rintracciate dalla gendarmerie francese senza un documento valido sono condotte all’ufficio della PAF (Police Aux Frontières) per essere identificate e ricevere il “refus d’entrée”, documento che dichiara la non ammissione sul territorio francese. L’ufficio è operativo dalle 8 alle 18, le persone migranti fermate fuori questo orario vengono trattenute in dei container ristretti in condizioni non conformi agli standard minimi di sicurezza e igiene, senza avere la possibilità di interagire con avvocati o mediatori, a cui avrebbero diritto.

Questo accade perché la Francia dal 14 novembre 2015 facendo appello alla «persistente minaccia terroristica» ha reintrodotto un regime di controllo delle frontiere applicando l’articolo 25 del Codice Frontiere Schengen che ammette il loro ripristino in caso di «minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna», da allora mai revocato. Tuttavia, le misure concretamente messe in atto dalle autorità francesi suggeriscono motivazioni che, fin dall’inizio, si riferiscono alla questione del controllo della migrazione e l’attraversamento delle frontiere esterne, elementi che, come esplicitato nel punto 26 del Regolamento (UE) 2016/399 istituito dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea, non devono essere considerati una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. 

In forza di ciò, il 3 ottobre 1997 Francia e Italia hanno firmato un accordo di cooperazione transfrontaliera in materia di polizia e dogana, abbinato ad un accordo di riammissione degli stranieri in condizione di status irregolare, i cosiddetti accordi di Chambéry, che hanno portato ad una maggiore militarizzazione della frontiera con operazioni congiunte di polizia italiana e francese in entrambi i territori dei due stati. Il problema però è che, in aggiunta a queste disposizioni, riconosciute da entrambi i paesi, le autorità francesi mettono in pratica la procedura del refus d’entrée (rifiuto d’ingresso), effettuando respingimenti sistematici alla frontiera, non conformi con quanto disciplinato dal Codice Frontiere Schengen.

Alla luce delle continue violazioni dei diritti umani da parte della Francia, a seguito del ricorso di varie associazioni transalpine, il 21 settembre 2023 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato inammissibili i respingimenti sul suolo italiano affermando che il ripristino dei controlli ai confini interni «non autorizza uno Stato membro a introdurre deroghe alle norme e alle procedure comuni previste da tale direttiva per allontanare il cittadino di un paese terzo che sia stato scoperto, privo di un titolo di soggiorno valido, ad uno dei valichi di frontiera situati nel territorio di detto Stato membro e in cui tali controlli vengono effettuati».

Alla luce delle continue violazioni dei diritti umani da parte della Francia, a seguito del ricorso di varie associazioni transalpine, il 21 settembre 2023 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato inammissibili i respingimenti sul suolo italiano

Delia, la “mamma Africa” di Ventimiglia

Una luce in questa indifferenza è Delia, denominata “Mamma Africa”, titolare dell’ex bar Hobbit di piazza XX Settembre, a Ventimiglia. 

Delia racconta pezzi della sua vita in frontiera, da cittadina che ha assistito e assiste al mutare della sua terra e che non può voltarsi dall’altra parte. Nel 2015, inizia a notare l’ingente flusso di persone costrette a transitare nella sua città e per questo decide di rendere il suo bar un punto di riferimento: ha messo a disposizione caricatori per telefoni, un fasciatoio per permettere alle mamme di cambiare i propri bambini oltre alla possibilità di consumare pasti caldi per chiunque ne avesse bisogno. Delia ogni giorno per molti anni si è presa cura di molte persone, ascoltando le loro storie, restituendo loro la dignità che li era stata tolta: ha organizzato raccolte di indumenti, corsi di italiano, aiutato a decifrare e compilare documenti e ha seguito le persone che desideravano rimanere in Italia affiancandole e supportandole nel costruirsi una nuova vita.

In tutto questo Delia era sola. Da un lato c’era una cittadinanza ostile che smise di frequentare il suo bar, rinominandolo con un epiteto razzista “il bar dei neri” e che incitava alla chiusura commettendo azioni di vandalismo e boicottaggio, dall’altro le istituzioni locali con multe e azioni intimidatorie. Per questo, dopo molti anni Delia ha preso la decisione di chiudere il suo bar, ma non ha mai smesso di aiutare. 

Bucare il confine

Se a Ventimiglia tutti fossero un pò Delia, sarebbe un posto migliore. 

Gabriele Proglio, autore del libro “Bucare il confine”, in “Parole sul confine, storie e resistenze da Ventimiglia e dintorni” scrive: «Ma il movimento, quello politico e quello delle persone, non si può arrestare. Ci sarà sempre un modo per passare oltre. È necessario spostare l’attenzione dall’immigrazione alla persona, dalla frontiera al dispositivo di confine. Come? Se questa è un’apologia a violare illegalmente i confini? Sì, lo è, senza dubbio e con forza. Perché i movimenti, di ogni tipo, eccedono la legge e reinventano la lingua, pensando la giustizia sociale con pratiche condivise».

di Benedetta Di Muzio (Benedetta Di Muzio)

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