Gli scafisti sono il capro espiatorio del Governo

Più di 2000 persone sono state accusate di essere scafisti negli ultimi otto anni. In molti casi però si tratta solamente di capri espiatori

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Scafiste: questo sono per l’accusa Maysoon Majidi e Marjan Jamali, donne iraniane arrivate in Italia negli ultimi mesi del 2023 via mare e da allora sottoposte a carcerazione preventiva – nonostante, come spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, «l’idea che si siano messe alla guida di imbarcazioni stracolme di maschi arabi, loro donne persiane, e che abbiano preso il comando dell’imbarcazione sia semplicemente incredibile». 

Maysoon Majidi è stata finalmente scarcerata il 22 ottobre, dopo che il 31 dicembre 2023 era stata arrestata. In Iran Majidi, reporter e videomaker, è stata vittima di discriminazioni razziali in quanto curda. È stata poi imprigionata come attivista ed eversiva nel 2019 e in carcere ha subito maltrattamenti e violenze, come dichiarato dal suo avvocato. Nel Kurdistan iracheno, dove si era rifugiata subito dopo, le è stato negato il permesso di soggiorno. Viste le dichiarazioni che aveva rilasciato ai giornali in occasione di una manifestazione per la morte di Mahsa Amini a Erbil e la sua collaborazione con  l’associazione per i diritti umani Hana, essere rimpatriata sarebbe stato molto pericoloso. Per questo motivo ha scelto di percorrere la rotta ionica fino all’Europa. In Italia è stata arrestata e incarcerata dopo che alcuni compagni di viaggio hanno detto che distribuiva cibo e acqua a bordo – dichiarazioni che sono state in seguito ritrattate. Finalmente libera, sta usando la sua voce e la sua storia per fare luce su un fenomeno poco noto. 

Jamali invece dall’Iran è scappata, come ha dichiarato in tribunale, «per dare un’altra vita a suo figlio», che ha otto anni, allontanandosi da un compagno violento: anche per lei un lungo viaggio in barca a vela dalla Turchia si è concluso con l’arresto sulle coste della Calabria, indicata come scafista da tre uomini. Jamali ha dichiarato che questi ultimi in realtà avevano cercato di violentarla. Proprio in virtù della presenza in Italia del bambino, inizialmente affidato a una famiglia afghana sostenuta dall’associazione Jungi Mundu, dopo diversi mesi in carcere a Reggio Calabria e Barcellona Pozzo di Gotto (nel reparto psichiatrico, in seguito a due tentativi di suicidio), a maggio ha ottenuto i domiciliari presso un’abitazione messa a disposizione dalla stessa organizzazione umanitaria. 

Maysoon e Marjan sono in possesso di documenti che dimostrano le ingenti cifre spese per il viaggio: 8.500 dollari la prima (e una cifra pari per suo fratello), 14.000 per sé e il figlio la seconda. Tuttavia, per la legge italiana, avere pagato non esclude automaticamente l’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

Durante il periodo che ha passato in carcere, Maysoon ha portato avanti diversi scioperi della fame, che l’hanno ridotta a pesare meno di 40 kg. In una lettera indirizzata al presidente Mattarella, aveva scritto: «vi prego di non lasciarmi sola, la vostra azione può fare la differenza tra la speranza e la disperazione, tra la libertà e la prigionia».

Le storie di Maysoon e Marjan, che hanno avuto una certa attenzione mediatica, non sono casi isolati ma testimoniano alcuni problemi di come viene trattato a livello giudiziario e politico il tema degli scafisti. 

Secondo il report “Dal mare al carcere”, sarebbero oltre 2.500 le persone fermate negli ultimi otto anni con l’accusa di essere uno scafista. Partendo da 200 fermi nel 2013, si arriva al picco di 770 nel 2016 fino ai 121 del 2020. Per quanto riguarda la provenienza delle persone accusate, il 35% viene dal Nord Africa, il 21% dall’Est Europa, il 20% dall’Africa Occidentale e il restante dall’Africa orientale, il medio-oriente e la Turchia. 

Tra le migliaia di storia simili in Italia, quella di Alaji Diouf potrebbe cambiare le cose.

Alla ricerca di giustizia

Alaji Diouf, 34 anni, senegalese, ha trascorso sette anni nel carcere di Taranto dopo essere stato condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In altre parole, è stato considerato uno scafista.

Adesso, dopo aver scontato la sua pena, sta cercando di ottenere una revisione del processo con il supporto dell’avvocato Francesco Romeo e di Alice Basiglini, responsabile della campagna Capitani Coraggiosi, lanciata appositamente dall’associazione Baobab Experience, impegnata dal 2015 nel supporto di persone migranti. L’obiettivo è quello di ottenere una proclamazione di innocenza e un risarcimento dei danni subiti in questi anni. Ma non solo. 

La campagna, così come in realtà il processo e il caso di Diouf, ha una valenza tripla, ci dice Basiglini di Baobab Experience: ottenere la revisione della sua condanna, sensibilizzare la società civile e il mondo della politica sulla tematica degli scafisti e arrivare a una revisione dell’articolo 12 del Testo Unico sull’Immigrazione che disciplina i reati relativi al traffico di esseri umani. Per la prima volta in Italia viene impugnata un’accusa di scafismo, ma è evidente che questo processo abbia delle implicazioni che vanno oltre la storia di Alaji. 

Partito nel 2015 da un villaggio del Senegal per aiutare economicamente sua madre e i suoi fratelli, rimasti orfani di padre, Diouf ha percorso la rotta tristemente nota per raggiungere l’Europa: il deserto, i trafficanti, la traversata del Mediterraneo. E infine il naufragio dell’imbarcazione sovraffollata di cui viaggiava che ha causato la morte di 8 delle almeno 100 persone a bordo. Imbarcazione di cui non era alla guida, come ha sottolineato diverse volte. Ma la testimonianza di un uomo a bordo di un’altra imbarcazione che lo accusava di essere al timore della barca è stata sufficiente per le forze dell’ordine italiane per formalizzare l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e condannarlo quindi a 7 anni di carcere. L’accusa era quella di scafismo, aggravata nel caso di Diouf dalla morte di 8 persone e da una presunta volontà di profitto.

Un processo pieno di problemi

Da un punto di vista processuale, sembrano essere molti i problemi del primo processo che ha portato alla condanna di Diouf. In primo luogo, poiché non gli è stata garantita la presenza di un interprete nella sua lingua madre. Il giudice indicò infatti che la traduzione avvenisse solo in inglese, francese o arabo, non permettendo quindi all’imputato di esprimersi e di essere compreso a pieno nella sua lingua madre, il mandinka. 

Un altro aspetto critico del processo è rappresentato dalla testimonianza: l’uomo che ha accusato Diouf viaggiava su un altro gommone. Per cercare di smontare l’accusa, i legali di Alji hanno chiesto al Tribunale di Trapani di consegnare l’elenco delle persone a bordo dell’imbarcazione. La risposta è stata che i documenti «non sono stati rinvenuti».

Secondo l’avvocato Romeo, si tratta di un sostanziale impedimento al diritto alla difesa di cui invece dovrebbe poter godere Diouf. L’obiettivo iniziale infatti era quello di smontare l’accusa con il supporto delle testimonianze delle altre decine di persone a bordo del gommone. Questo è stato reso impossibile dalla mancanza di documentazione. Il legale di Diouf e Baobab intendono quindi chiedere l’annullamento della condanna, supportata da una sola testimonianza e ottenuta dopo un processo problematico. 

La storia processuale di Diouf non è isolata. Anche gli impianti accusatori dei processi a Maysoon Majidi e Marjan Jamali si basano sulle dichiarazioni rilasciate dai migranti subito dopo l’arrivo sul territorio nazionale, e anche in entrambi questi casi sono viziati da problemi di traduzione e mediazione culturale. 

Per Jamali il quadro sembra mostrare un’accusa formulata per ripicca da uomini che avevano tentato di violentarla – oltre a lei è stato indicato come scafista un suo connazionale che l’avrebbe difesa dallo stupro. Inoltre, secondo quanto riportato da altre testate il suo interrogatorio è avvenuto in arabo, nonostante Jamali non lo parli, e nel verbale il suo nome e quello di suo figlio sono scritti in modo scorretto. 

Nel caso di Majidi, invece,  i due uomini l’avrebbero indicata come «aiutante del capitano» e hanno negato di avere mai voluto dichiarare che fosse una degli organizzatori del viaggio. Infatti, avrebbero solo detto che li aveva aiutati – una frase che, secondo i sostenitori di Majidi, è stata tradotta in modo approssimativo, di nuovo frutto di un dialogo tra due interlocutori che parlano lingue diverse (anche in questo caso l’interrogatorio è avvenuto in arabo, mentre Majidi in quanto iraniana parla farsi). I due uomini hanno comunque sottolineato che si trattava di «una passeggera, stava sottocoperta come loro». I due si trovano all’estero, in Germania, e queste loro affermazioni sono quindi state considerate inutilizzabili in tribunale.

L’articolo 12

A livello giuridico al centro della questione c’è l’articolo 12 del Testo Unico sull’Immigrazione. Nell’articolo infatti non viene fatta alcuna differenza tra i trafficanti di esseri umani, coloro cioè che gestiscono i flussi di persone migranti e che se ne arricchiscono, e coloro che hanno invece un ruolo marginale, a volte sotto coercizione e minaccia. L’art. 12 condanna infatti «chiunque promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato». 

Come mostrano diverse ricerche tra cui il report “Dal mare al carcere” di Arci Porco Rosso e Alarm Phone con la collaborazione di Borderline Sicilia e borderline-europe,  in molti casi chi si trova nella condizione di guidare l’imbarcazione non è parte delle reti criminali. Si tratta più spesso di persone che accettano di condurre i barconi in cambio del viaggio gratis o persone che sono state obbligate dai trafficanti. È quello che ci dice anche Diouf stesso: «spero che si capisca una volta per tutte che le persone che a ogni sbarco sono accusate di scafismo sono nella maggior parte dei casi delle persone innocenti, che hanno guidato l’imbarcazione perché costrette o perché troppo povere per pagare il viaggio». 

Spesso i reali trafficanti di esseri umani, membri di reti criminali operanti in paesi di transito, restano del tutto ignoti alle forze dell’ordine e alle procure. Molto spesso non si imbarcano nemmeno sulle imbarcazioni che trasportano le persone migranti in Europa. Altre volte invece capita che si allontanino in motoscafo dopo aver accompagnato per una tratta i barconi, allontanandosi prima di raggiungere le aree di intervento europee, o che si allontanino a bordo di imbarcazioni a fari spenti dopo aver rifiutato il soccorso, come hanno fatto due uomini durante un’azione di salvataggio della Life Support di Emergency a inizio agosto.

Ed è in queste condizioni che vengono individuati i capitani, migranti senza nessuna qualifica o competenza tecnica che vengono scelti dai trafficanti per guidare il gommone e cercare di tenere il timone in direzione Italia. Essere indicati da un passeggero come qualcuno che ha pilotato l’imbarcazione, anche solo per un breve tratto, è sufficiente per essere considerati scafisti dalla legge italiana. 

La campagna Capitani Coraggiosi vuole arrivare a una modifica proprio di questo aspetto, introducendo una differenziazione esplicita tra la criminalità organizzata, che sfrutta le modalità di gestione delle frontiere per guadagnare sulla pelle delle persone migranti, e coloro che sono costretti, dallo stesso sistema, ad arrivare in Europa attraversando il mare in condizioni disperate, sia che abbiano o meno guidato effettivamente il timone. Questa condizione giuridica fa sì che spesso siano anche volontari e attori della società civile ad essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, come nel caso di alcuni volontari di Baobab incriminati per aver acquistato un biglietto dell’autobus a 9 persone migranti. Secondo Basiglini, è quindi il concetto stesso di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare che andrebbe ripensato, modificando in modo radicale le leggi che lo regolano. 

Nel 2023, il Governo ha presentato il cosiddetto decreto Cutro, che inasprisce ulteriormente le pene per chi favorisce l’immigrazione irregolare. Nella conferenza stampa di presentazione del decreto, Giorgia Meloni ha dichiarato di voler andare a ricercare gli scafisti «tutto il globo terracqueo», con l’obiettivo di porre fine alla tratta di persone migranti.

Riccardo  Noury, parlando di Maysoon Majidi e Marjan Jamali, afferma «si va a caccia di risultati a qualunque costo per fare vedere che il governo agisce in modo efficace, e se ci finiscono dentro due persone palesemente innocenti che erano venute a cercare protezione in Italia e hanno trovato le manette, poco importa». 

di Virginia Platini (Virginia Platini),Anita Calchi Novati (Anita Calchi Novati),Giovanni Rossi (Giovanni Rossi)

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