La colpa non è del mare

Il lavoro di MEM.MED, una realtà Italiana che si occupa di assistere le famiglie dei dispersi e morti in mare nell’identificazione delle salme.

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«Una delle cose che mi ha colpito di più delle persone morte che abbiamo trovato in balia della corrente è che non avevano più un volto», mi dice una persona dell’equipaggio della Humanity1, nave di ricerca e soccorso marittimo dell’Ong tedesca SOS Humanity.

Lo scorso 2 febbraio 2026 l’equipaggio della nave ha tentato il recupero di due corpi senza vita trovati in mare durante la navigazione, reso impossibile dallo stato di decomposizione troppo avanzato e dalle condizioni del tempo.

«Per noi è importante il recupero delle salme e ci attrezzeremo sempre meglio per riuscire a farlo. Sappiamo quanto è fondamentale per dare una possibilità alle famiglie delle vittime di identificare i parenti dispersi», sottolinea Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di soccorso della Humanity1.

Nei giorni successivi una serie di video, fotografie, articoli e testimonianze sui social e sul web testimoniano con una frequenza spaventosa casi di ritrovamenti di corpi senza vita su spiagge e scogliere di diverse aree della Calabria e della Sicilia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Migrazione da inizio 2026 sono 484 le persone morte nel Mediterraneo. 484 vittime di un sistema che impone scelte disperate come quella di mettersi in mare in condizioni meteo avverse piuttosto di fuggire dalla Libia e dalla Tunisia. 484 madri, padri, figli, fratelli, sorelle, mariti e mogli a cui non è il mare che ha rubato il volto, ma le politiche anti migratorie dei governi europei e dell’Unione Europea. Persone che continueranno ad essere vittime di un sistema che opprime i loro diritti anche da morti.

Un’ingiustizia oltre la morte

Che cosa ne è stato di tutte le persone restituite dal mare sulle spiagge di Amantea, Tropea, Scalea,Lampedusa, Pantelleria, Trapani, Marsala, Pachino, Cefalù?

Saperlo con precisione è molto difficile perché ad oggi in Italia manca un quadro normativo adeguato, privo di procedure standardizzate tra le diverse territorialità sull’identificazione e la disposizione delle salme di chi muore in mare. «Di conseguenza, l’identificazione e il rispetto delle volontà delle famiglie dipendono spesso dalla volontà e dalla sensibilità dei singoli attori coinvolti nelle procedure»,  spiegano a Scomodo le attiviste di MEM.MED, una realtà Italiana che si occupa di assistere le famiglie dei dispersi e morti in mare nell’ identificazione delle salme – «quando queste mancano, come avviene nella maggior parte dei casi, si procede a sepolture rapide in vari cimiteri regionali, senza alcun tentativo di riconoscimento e senza rendere pubbliche o reperibili le informazioni correlate».

Tutto avviene in modo frammentato, all’interno di un vuoto legislativo, che rende estremamente complicata l’identificazione delle salme e ostacola la possibilità che le famiglie delle vittime possano decidere in merito alla sepoltura del proprio congiunto.

«C’è una forte mancanza di volontà politica nel colmare il vuoto legislativo esistente», spiegano sempre da MEM.MED, è come se per lo stato italiano quei corpi non appartenessero a delle persone, con delle famiglie, degli amici, degli affetti che magari in questo momento li stanno cercando».

È per far fronte a questa situazione che, alla luce dei naufragi avvenuti durante il ciclone Harry e delle numerose segnalazioni da parte dei familiari alla ricerca dei loro cari dispersi, MEM.MED insieme ad altre associazioni tra cui, ASGI, AlarmPhone e Mediterranea Saving Humans, ha inviato una lettera alle autorità nazionali. In particolare, le associazioni chiedono che si proceda al prelievo e alla conservazione del DNA delle salme non identificate, insieme a esami esterni e a ogni utile attività di catalogazione, al fine di garantire future possibilità di identificazione; che siano fornite ai familiari, anche tramite le autorità consolari, informazioni chiare sulle procedure per il prelievo comparativo del DNA e per l’invio di dati utili alla ricerca; che si effettuino rilievi dattiloscopici con verifica nelle banche dati nazionali ed europee; e che venga redatta la scheda post-mortem per ogni persona non identificata.

Secondo le attiviste di MEM.MED, questi sono dei tasselli fondamentali affinchè le famiglie possano ottenere la possibilità di restituzione delle salme, quindi di sepoltura secondo i propri credo religiosi.

La voce delle famiglie

Allo stato attuale dei fatti, la possibilità di riuscire ad interfacciarsi con un interlocutore istituzionale è molto ridotta per le famiglie delle vittime, che sono sistematicamente escluse ed ignorate dalle istituzioni sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione.

In risposta a questo ostruzionismo, in un appello rivolto alle autorità italiane, europee e internazionali, madri, sorelle e altri familiari di persone disperse o decedute chiedono che venga riconosciuto il loro dolore e che le istituzioni non criminalizzino loro e i loro figli, ma si assumano la responsabilità morale e giuridica per quanto accade ai confini europei.

In questo senso, il report pubblicato nel 2025 da MEM.MED mostra con chiarezza come la lotta delle famiglie sia un elemento decisivo nei processi di identificazione dei corpi: un processo che, a sua volta, dipende strettamente dal grado di visibilità pubblica che ad un naufragio viene dato oppure dalla sua sistematica occultazione.

Attraverso il confronto tra le stragi di Steccato di Cutro e Roccella Ionica, il report evidenzia come la partecipazione diretta dei familiari nelle ricerche, nelle richieste di DNA e nelle proteste contro trasferimenti forzati delle salme incida concretamente sull’esito delle procedure di riconoscimento e rimpatrio delle salme.

Quando le famiglie riescono a organizzarsi e a rendere pubbliche le proprie rivendicazioni, aumentano le pressioni sulle autorità e si moltiplicano le possibilità di restituire un nome ai corpi. Al contrario, la frammentazione delle informazioni, la dispersione delle salme e l’assenza di accesso alle informazioni producono invisibilità, ritardi e identificazioni mancate.

Per le attiviste di MEM.MED, è fondamentale sottolineare le responsabilità politiche che ci sono dietro a queste morti: «Esistono accordi tra l’Italia e la Tunisia per il controllo del blocco delle persone in movimento, con tutte le relative violenze, i rastrellamenti, le retate, i respingimenti forzati».

Secondo un comunicato di Mediterranean Saving Humans, le numerose partenze durante il ciclone Harry dalle coste della Tunisia sono coincise con il raid da parte delle forze armate tunisine ad uno dei campi informali nei pressi della città di Sfax.

Di quelle oltre mille persone stimate, quelle ritrovate sulle coste italiane sono solo alcune. In mare continuano ad esserci centinaia di dispersi e sull’altra sponda del Mediterraneo migliaia di famiglie che li cercano. Disperatamente.

«È come se si stesse cercando un motivo per cui non meritano di essere trattati come persone, perché in fondo hanno scelto di partire»racconta Sara, Care Coordinator di SOS Humanity, e questo tipo di narrazione è molto pericolosa, perché cerca di giustificare l’abbandono del Mediterraneo, che è un enorme cimitero. Ovunque ci giriamo, sotto di noi, intorno a noi, c’è solo morte in questo momento».

Foto di Francesco Torri

di Francesco Torri (Francesco Torri)

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