Deportazioni e retate in stile ICE: il nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione europea è inquietante

Il testo è stato immediatamente ribattezzato dalle organizzazioni della società civile come Regolamento delle Deportazioni visto il contenuto della proposta, che sembra essere uscita dal playbook delle politiche migratorie di Trump.

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Lindsay Fray, giornalista di Statewatch, organizzazione che monitora le attività che minacciano le libertà civili, parlando di politiche migratorie, ha dichiarato: «A volte alcuni buoni indizi su ciò che potrebbe accadere in Europa si trovano negli Stati Uniti».  Le parole di Fray assumono un significato inquietante alla luce del nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione europea.

Ad aprile 2024, con l’approvazione del Patto UE su Asilo e Migrazione, l’Unione Europea ha formalizzato, in un nuovo quadro giuridico, una linea migratoria consolidata negli ultimi decenni composta da: esternalizzazione dei confini, accordi con governi autoritari, assenza di vie legali e sicure, militarizzazione delle politiche migratorie. Nonostante ciò, la Commissione europea ha ritenuto che tutto questo non fosse sufficiente e ha compiuto un ulteriore passo verso la morsa coercitiva e liberticida che le nostre democrazie riservano alle persone razializzate.

L’11 marzo 2025 la Commissione, sotto la responsabilità del commissario agli Affari interni Magnus Brunner, ex ministro delle Finanze austriaco, ha proposto un nuovo Regolamento sui rimpatri. Il testo è stato immediatamente ribattezzato dalle organizzazioni della società civile come Regolamento delle Deportazioni visto il contenuto della proposta, che sembra essere uscita dal playbook delle politiche migratorie di Trump. 

Una volta che la Commissione ha presentato il Regolamento, il Consiglio Europeo, che esprime la posizione degli Stati membri, ha trasformato la dichiarazione di Frey in un inquietante monito, avvicinando la proposta ad un “modello ICE”. Il Consiglio vuole che le autorità competenti degli Stati membri possano effettuare raid in abitazioni private, per cercare persone migranti irregolari,  senza il bisogno di un mandato giudiziario al fine di preparare una deportazione. Le perquisizioni riguarderebbero anche «altri locali pertinenti», aprendo di fatto la porta a raid della polizia nelle case di cittadini sospettati di ospitare migranti con ordini di rimpatrio, così come negli uffici e nei rifugi gestiti da organizzazioni umanitarie. La Commissione europea e il Consiglio europeo sono riusciti a prendere le parti peggiori delle politiche migratorie degli ultimi anni e a condensarle in un testo fatto di deportazioni e raid a danno di gruppi riconoscibili e razializzati. 

Questa disposizione si inserisce in un impianto normativo più ampio, che replica e rafforza la stessa logica repressiva. Tra le misure più pericolose proposte nel Regolamento emergono i cosiddetti “return hubs”. Ancora una volta la parola “ritorno” maschera una realtà ben diversa. Si tratterebbe infatti di campi di deportazione situati in paesi terzi nei quali le persone trasferite non hanno mai messo piede. Questo va oltre il modello Italia-Albania e del cosiddetto CPR, già ampiamente criticato. Infatti il meccanismo ipotizzato è il seguente: qualora uno stato membro non riesca a rimpatriare una persona verso il suo paese di origine e un paese terzo  accetti di stipulare un accordo, quella persona potrebbe essere trasferita e detenuta in un paese che non ha mai visto. L’eventuale rimpatrio finale dipenderebbe dai termini dell’accordo. È la prima volta che un modello simile si vede in Europa in quanto la responsabilità ricadrebbe formalmente sul paese terzo, consentendo allo Stato europeo di fatto di sottrarsi ad ogni obbligo una volta deportata la persona. A fronte di un costo umano elevatissimo, questa misura comporterebbe anche spese economiche ingenti, legate ai trasferimenti, con un massiccio spreco di risorse pubbliche mentre a beneficiarne sarebbe, con ogni probabilità, l’industria carceraria internazionale.

La detenzione amministrativa non risparmia i minori

Intanto si sta anche sindacando, addirittura, su quanti anni le persone possano essere detenute in strutture carcerarie per il solo fatto di non avere un documento regolare. Con il  nuovo regolamento, la detenzione amministrative rischia di diventare arbitraria di fatto. Qui il diavolo sta nei dettagli. Nel regolamento si amplia la nozione di “rischio di fuga”, che diventa un presupposto generale per trattenere le persone, ed è proprio questo che renderebbe la detenzione arbitraria di fatto. La proposta prevede anche la possibilità di trattenere minori, una scelta che si inserisce in piena continuità con il Patto, che già non aveva risparmiato le famiglie con bambini dalla detenzione nella nuova procedura d’asilo. Ad aprile 2024, con fatica tra negoziazioni e pressioni dalla società civile, era stata ottenuta un’eccezione per i minori non accompagnati. Ora questa possibilità è aperta nel caso dei rimpatri: in sostanza stiamo parlando di detenere i bambini nei CPR, seppure sia ormai consolidato il fatto che qualsiasi forma di detenzione sia incompatibile con l’interesse del minore. 

In questo momento spetta al Parlamento europeo negoziare una posizione, prevista per marzo. E la situazione non sarebbe affatto più rosea. Il relatore è l’olandese centrista Malik Azmani del gruppo parlamentare Renew. Euobserver scrive che le negoziazioni in corso suggeriscono che l’eurodeputato liberale che guida i negoziati si stia avvicinando alle posizioni dell’estrema destra (che includono gruppi politici come VOX, AfD e Fratelli d’Italia). Accogliendo emendamenti di compromesso, con il beneplacito del partito popolare europeo, Azmani sta rendendo il regolamento delle deportazioni un regalo all’estrema destra. Intanto solo gli eurodeputati dei Verdi e della Sinistra stanno opponendo una resistenza concreta ai campi di deportazione e le narrative dominanti dell’estrema destra. Il gruppo dei socialdemocratici sembrerebbe invece più diviso contro la destra xenofoba – da un lato denuncia l’ICE e le politiche di confine di Trump, ma non riserva la stessa ferma opposizione alla violenza esercitata dalle politiche migratorie dell’Unione europea.

Proprio in questi giorni la Spagna ci mostra che esistono modelli alternativi di accoglienza , fatti di regolarizzazione, ricordandoci che l’irregolarità delle persone migranti è in fin dei conti creata dalla legge, una scelta e una costruzione politica. Nella sua lettera editoriale al New York Times, il presidente Sanchez  ha evidenziato  un fatto semplicissimo: più  culture arricchiscono la società, mentre la chiusura e la repressione le fa perire. Ci sono, e ci devono essere, strade alternative basate su protezione e cura che rafforzano le comunità, tutelano la dignità e garantiscono a tutte le persone di vivere in sicurezza indipendentemente dal loro status. 

Invece, in questo momento se il Parlamento europeo non interviene, l’Europa rischia di trasformarsi in un laboratorio di repressione, imitando il modello statunitense dove paura e coercizione diventano regola e la giustizia un privilegio per pochi. Non si tratta di politiche astratte: stiamo parlando di persone private della loro libertà, trattate come soggetti da schedare e spostare come merci dove i diritti  diventano una vaga nota a piè di pagina. Quello che rimane è la sistematizzazione della discriminazione razziale. La minaccia è reale e imminente, pronta a diventare legge.

di Jessi Kume (Jessi Kume)

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