C’è un argomento che più di altri ha caratterizzato i primi tre anni di governo Meloni: la sicurezza. Molte delle disposizioni emanate dall’attuale legislatura hanno riguardato l’intensificazione delle misure di controllo e l’aumento della spesa per la sicurezza pubblica. I risultati di questa linea di governo si sono visti nei numerosi episodi di repressione del dissenso da parte delle forze dell’ordine che si sono susseguiti soprattutto nell’ultimo anno. Da un punto di vista amministrativo, questo processo ha portato tanto all’introduzione di provvedimenti nazionali – primo fra tutti, il Decreto-legge Sicurezza – quanto a un proliferare di ordinanze e disposizioni locali, tutte allineate sugli stessi obiettivi: intensificare i controlli, vigilare, punire. In alcune città, uno degli strumenti privilegiati attraverso cui si è esteso questo clima di sorveglianza pubblica è stato quello delle “zone rosse”.

A Bologna le “zone rosse” esistono da ottobre 2024: l’ordinanza con cui la Prefettura le ha disposte precedeva di due mesi la direttiva del ministro dell’interno Piantedosi. Così Bologna è stata la prima città in Italia, insieme a Firenze, ad aver adottato questa “misura di sicurezza”.
Nell’archivio della Prefettura di Bologna, spunta però un precedente, anzi due: un documento di dicembre 2018 che proroga due ordinanze, diramate rispettivamente il 23 maggio 2017 e il 17 dicembre 2017, firmate dall’allora prefetto della città di Bologna: Matteo Piantedosi.
Le ordinanze imponevano delle misure di sicurezza urbana molto simili a quelle dell’autunno scorso e il linguaggio usato per descrivere i soggetti da allontanare è esattamente identico. Al tempo le aree interessate erano il parco della Montagnola e alcune vie della zona universitaria. Oggi invece le zone in cui è stata applicata l’ordinanza sono quelle circostanti la stazione di Bologna Centrale.
Nella direttiva ministeriale di dicembre 2024 vengono citate, come aree particolarmente interessate delle “iniziative di prevenzione e sicurezza urbana”, “le infrastrutture ferroviarie e i quartieri adiacenti”, considerati dei quartieri “oggetto di una rafforzata strategia di prevenzione in quanto esposti a fenomeni di degrado sociale”. Come in altre città, quindi, anche a Bologna tutte le vie e le piazze nei pressi della stazione sono diventate aree militarizzate. In realtà la zona rossa è molto ampia: si estende dalla Scalinata del Pincio fino a via Amendola, comprese Piazza XX Settembre e Piazza Medaglie d’Oro, e poi oltre il ponte di via Matteotti, incluse diverse vie della Bolognina. Una successiva ordinanza dell’8 novembre aveva poi esteso il divieto ad altre aree cittadine, tra cui il parco della Montagnola, Piazza dei Martiri e Piazza dell’Unità.
Il 7 aprile l’ordinanza era stata prorogata fino al 15 settembre, data in cui la Prefettura ha rinnovato nuovamente la misura almeno fino a gennaio 2026 per le aree dentro le mura e fino a marzo 2026 per il quartiere Bolognina. In totale, le limitazioni sono già state in vigore per più di un anno. Un anno in cui, in nome di una maggiore “sicurezza”, la città è stata di fatto divisa in zone percorribili e zone in cui viene applicata una delimitazione geografica per tutti quei soggetti che rischiano di essere espulsi e marginalizzati ulteriormente.
Nei primi 180 giorni di entrata in vigore dell’ordinanza, quindi da ottobre 2024 ad aprile 2025, erano stati effettuati 17.000 controlli con 156 allontanamenti, il che significa che lo 0,92% delle persone controllate è stato allontanato
Nei primi 180 giorni di entrata in vigore dell’ordinanza, quindi da ottobre 2024 ad aprile 2025, erano stati effettuati 17.000 controlli con 156 allontanamenti, il che significa che lo 0,92% delle persone controllate è stato allontanato, con una media giornaliera di 94 controlli e una percentuale dello 0,87% di controlli giornalieri con allontanamento. Di fronte a questi dati, ci si chiede la funzionalità di queste ordinanze nella reale risoluzione dei contesti di microcriminalità. Se si osserva la locazione delle aree interessate dalle zone rosse, dal confronto anche con altre città, si nota come spesso corrispondano a quartieri con caratteristiche simili: età media della popolazione relativamente giovane, componente multietnica alta e maggiore incidenza di povertà; quartieri in cui spesso si concentrano fenomeni di esclusione sociale.
La Bolognina
Alle spalle della stazione di Bologna si estende la Bolognina, una delle tre aree in cui si divide il quartiere Navile, che occupa il nord della città. Nella narrazione mediatica, il quartiere Bolognina è spesso descritto come problematico, degradato e pericoloso. Una di quelle zone che la normativa Piantedosi definisce “aree cittadine spesso connotate da condizioni di degrado urbanistico e sociale, unite a fenomeni di marginalità”. Le marginalità ci sono in Bolognina, ma ridurre tali condizioni a “degrado urbanistico e sociale” è frutto di una visione fortemente stigmatizzata del quartiere. Nella Bolognina vivono circa 37mila abitanti; è l’area più giovane della città – il 27% della popolazione del quartiere ha meno di 30 anni e il 25% ne ha tra i 30 e i 44 – ed è il quartiere più multietnico, con il 25% di residenti di nazionalità non italiana. È una zona storicamente proletaria, nata come quartiere operaio alla fine dell’Ottocento, divenuta nel tempo una delle aree più socialmente e politicamente attive di Bologna. Negli ultimi anni il comune sta investendo in vari progetti di riqualificazione del quartiere, che soltanto nel 2023 ha ospitato 426 eventi culturali. Al tempo stesso, in questo quartiere si concentrano situazioni di microcriminalità e disagio sociale in quantità più elevate rispetto ad altre aree urbane. Ma queste condizioni nascono da problemi profondi: dall’insufficienza dei servizi; dal disagio economico di un quartiere con il reddito medio più basso della città; dalla precarietà abitativa, vista la densità di abitanti (10 mila/km2) di quattro volte superiore alla media cittadina; dalla lontananza delle istituzioni dalle periferie urbane; dalla mancanza di luoghi di aggregazione e di socialità.
In questi contesti, le zone rosse diventano un ulteriore strumento di marginalizzazione e razzializzazione. «Non crediamo che possa essere la risposta a un disagio che effettivamente c’è e che non vogliamo nascondere» ha detto a Scomodo Carlo di “Bolognina come stai?”, un’associazione informale nata a fine 2024. Approvate come misure preventive e di protezione, le zone rosse, come il decreto Sicurezza, rientrano nello stesso disegno repressivo e autoritario. Sono prese di posizione securitarie che non affrontano i reali problemi della comunità che vive nei quartieri interessati, ma rispondono attraverso la militarizzazione e i controlli; controlli, tra l’altro, talvolta mossi da motivazioni non propriamente giustificate da cause di validata pericolosità, ma da questioni etniche o sociali. «La zona rossa, o comunque la deriva securitaria, è stata uno dei motivi principali che ci ha spinto a ritrovarci e avere l’esigenza di creare dei momenti diversi in quartiere» afferma Carlo, «anche per raccogliere idee e spunti da chi ci vive e lo attraversa». L’associazione cerca di raccogliere quelle che sono le impressioni degli abitanti del quartiere sia in merito al disagio sociale sia rispetto alla pressione securitaria imposta come soluzione. Riguardo a quest’ultima, Carlo specifica: «magari la gente non ha la percezione precisa di che cosa significhi “zona rossa”, del fatto che sia proprio una sorta di confine per cui certe persone sono autorizzate a passare quel confine e altre no, certe persone si possono muovere liberamente e altre no». Però, sulla base delle testimonianze che hanno raccolto, è stato percepito l’aumento generalizzato delle forze dell’ordine per le strade. E anche quelle persone che invece erano a favore dell’aumento di militari per la sicurezza urbana, secondo Carlo, «nei mesi si sono rese conto che la presenza fissa delle forze dell’ordine non risolve il problema. Il loro intervento non è efficace, non hanno gli strumenti per interfacciarsi con chi vive senza dimora, chi ha un disagio con le sostanze [stupefacenti,ndr], chi ha problemi con la microcriminalità. Questa cosa secondo noi può essere positiva, perché una volta che si è provata la strada più facile, che è quella della repressione, e si vede che è inefficace, allora forse si possono aprire strade diverse, per costruire insieme una soluzione reale e concreta per i problemi delle persone».
A un anno di distanza dall’entrata in vigore delle zone rosse, ci si ritrova di fronte al paradosso per cui una misura nata come “straordinaria” è diventata difatti lo status quo, quotidianità. Eppure, l’aumento delle zone militarizzate in Bolognina non solo non ha prodotto risultati dal punto di vista della riduzione della microcriminalità nel quartiere, ma rappresenta una misura lontana da quelle che potrebbero essere delle soluzioni strutturali con un impatto realmente positivo: garantire più luoghi di aggregazione per gli abitanti del quartiere, incentivare i percorsi di integrazione, fornire misure assistenziali a chi ne ha bisogno, favorire le iniziative culturali. Ciò nonostante, sembra che la linea operativa di chi amministra la città voglia continuare a essere quella del controllo sociale. «Come Amministrazione proseguiremo nella nostra azione di contrasto allo spaccio – come il presidio del territorio e nei servizi congiunti con le forze dell’ordine – con un rafforzamento della polizia locale, oltre alle altre attività di prevenzione sul fronte sanitario, educativo, potenziamento dell’illuminazione e della videosorveglianza» ha dichiarato Matilde Madrid, assessora alla sicurezza del Comune di Bologna, due settimane prima del rinnovo dell’ordinanza per la rimodulazione delle “zone rosse”. Negli ultimi giorni, il Comune di Bologna ha inoltre fatto sapere di aver individuato un immobile vuoto in Bolognina, che ha deciso di destinare a nuovo ufficio della polizia.