Attraversando l’area di Nord Ovest, si incontrano città che fra loro non si somigliano, e che è difficile ordinare tramite tratti comuni. Milano, metropoli mito dell’opportunità e del successo; Ivrea, città piemontese in transizione post-industriale, e Chatillon, piccolo centro montano in Val d’Aosta. La scelta di questi luoghi nasceva dalla volontà di indagare la percezione della precarietà in aree con specificità territoriali, economiche e sociali diverse.
Abbiamo intervistato ricercatori e ricercatrici, autori e autrici, sociologhe e sociologi, attivisti ed esperti, che conoscono le aree che vivono non solo perché le attraversano – o le hanno attraversate – come individui, ma anche perché le guardano dal punto d’osservazione di chi studia il tema da vicino. Dalle loro testimonianze emerge sì un panorama frammentario – la falsa promessa di Milano, la nostalgia di un’Ivrea che deve reinventarsi, l’isolamento montano di Chatillon – ma nell’accostare questi frammenti, il disegno che ne viene fuori traccia un cerchio attorno a un vuoto più grande degli altri: la casa.
Milano è la metropoli simbolo dell’opportunità e del successo economico, dove ritmi frenetici della finanza e della moda convivono con sacche invisibilizzate di vulnerabilità sociale. Qui la precarietà assume i connotati dell’incertezza lavorativa di giovani professionisti sovraqualificati, del precariato intellettuale che alimenta l’economia creativa della città e dell’esclusione abitativa dovuta ai costi proibitivi degli affitti: nella città che ti promette di fare carriera, non puoi vivere se una carriera non ce l’hai già – o, meglio ancora, se non hai una ricchezza familiare alle spalle.
A Ivrea, dopo la fine dell’era Olivetti, la precarietà assume i tratti del vuoto lasciato da un passato di sicurezza lavorativa e della fatica di immaginare un futuro economico alternativo. E i giovani che non vogliono dipendere dal passato – e cioè dalla condizione familiare – devono necessariamente guardare altrove.
A Chatillon, in Val d’Aosta, comune di poco più di 4000 abitanti, il senso di instabilità è dovuto a uno spopolamento progressivo: il comparto turistico, il più fiorente dell’area, offre sì lavoro, ma temporaneo e mal tutelato. Lavoro che, anche qui, a malapena sostiene costi di affitto e utenze.
In un Nord-Ovest considerato il motore economico del Paese, territori diversi per vocazione e caratteristiche mostrano spesso percezioni di precarietà sorprendentemente simili. Emerge un senso di instabilità diffuso che dal mondo del lavoro si propaga a tutti gli altri ambiti dell’esistenza, concentrandosi in particolare sul nodo cruciale della questione abitativa.
La precarietà mascherata: dove il lavoro non manca, a mancare sono le tutele
«Le condizioni di ingresso nel mercato del lavoro sono già al limite dell’accettabilità». Francesca Coin è sociologa e si occupa di lavoro e diseguaglianze sociali («mi occupo del malessere di chi lavora, mi occupo della sfera soggettiva»), ed è stata docente all’Università di Lancaster e al Dipartimento di economia aziendale sanità e sociale della Supsi, in Svizzera. Secondo Coin, gli Under 35 sono vittime di uno sfruttamento sistemico e normalizzato: «Vengono richiesti stage sotto stage più o meno gratuiti, il livello di ingresso in un lavoro per una generazione che ha altissime competenze è di norma altissime ore di lavoro sottopagate».
Alice Ranzini, urbanista e ricercatrice in studi urbani al Politecnico di Milano, ha «un contratto annuale da borsista di ricerca in un momento drammatico […] c’è un taglio ai fondi strutturali per la ricerca che appunto metteranno a rischio me come tantissime altre persone». E allargando lo sguardo, concorda sul fatto che alcuni ambiti abbiano reso strutturale l’uso di contratti precari «Io credo che la questione vera non sia che le persone non vogliono un contratto a tempo indeterminato, è che a volte non possono ottenerlo perchè proprio ci sono dei settori lavorativi che hanno normalizzato la precarietà».
Per esempio alcuni ambiti del settore creativo. Su Milano Jacopo Lareno, anche lui ricercatore, presso Codici, ed esperto in progetti di rigenerazione urbana e sviluppo sociale, porta sul tavolo la questione delle partite IVA, «di cui alcune definirei false partite IVA, nel senso che non hanno il grado di autonomia che dovrebbe avere effettivamente una partita IVA».
160 km più a Nord, in Val d’Aosta, il contesto lavorativo denota chiaramente differenze intrinseche dovute alle specificità locali, ma anche analogie che confermano la sistematicità del problema. «C’è lavoro, non mi sento di dire che non ci sia offerta di lavoro, però non è facile». Nicole Vettori vive a Chatillon e lavora in una cooperativa del terzo settore, occupandosi di orientamento e accoglienza. Le prospettive contrattuali che descrive non sono poi così diverse da quelle della grande metropoli: «per i giovani in apprendistato a chiamata e determinato. Indeterminato, è difficile». Nella cittadina montana, dove i settori di impiego ruotano principalmente attorno al comparto turistico, non manca tanto il lavoro quanto una sua regolamentazione e trasparenza: i pochi contratti indeterminati che vengono proposti capita che siano preceduti da un “periodo di prova”: « un espediente dei datori di lavoro per, diciamo, far fare quel periodo di prova nel nel periodo della stagione e poi non rinnovare il contratto».
Tornando all’intervista avuto con la Professoressa Coin, anche quando il lavoro è stabile, spesso non può dirsi adeguato. Una stabilità contrattuale non viene necessariamente seguita da una stabilità delle condizioni di vita. «Secondo me è più semplice ottenere un lavoro stabile che un lavoro dignitoso, quasi nel senso che può essere che ci siano anche contratti a tempo determinato, un certo tipo di stabilità, però restano sempre troppo bassi».
Ad abbattere definitivamente lo sfavillio di Milano è Lucia Tozzi, giornalista e ricercatrice indipendente nel campo delle politiche urbane, autrice di L’invenzione di Milano, sostiene che in questa città l’idea che «si trovino più possibilità è un sogno che dopo un po’ si infrange. Molti se ne vanno perché non riescono materialmente a campare».
L’instabilità letterale: la questione abitativa.
È quello che ha fatto Ettore Macchieraldo, attivo nell’ambito delle politiche ambientali, che da Milano è tornato alla sua zona d’origine, tra Biella e Ivrea. Ma anche in quest’area, che attraversa una transizione post-industriale e conserva la memoria di una ricchezza passata, i contratti prevalenti sono quelli precari: «Non indeterminato di sicuro. Mi hanno fatto due contratti di sei mesi prima di farmi il contratto a tempo indeterminato».
Se anche il settore prevalente nella zona è quello tessile, secondo Filippo Sasso – segretario generale FILCTEM (Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energie Manifatture) CGIL di Biella – tra i giovani prevalgono la grande distribuzione e quello socioassistenziale. Facendo lui stesso parte del sindacato, Filippo riconosce negli Under 35 una sfiducia: raramente si rivolgono al sindacato o ad altre dimensioni associative, e la precarietà continua a venire percepita come una condizione solitaria.
La questione contrattuale si intreccia strettamente con quella abitativa, nella media città piemontese come a Milano. Secondo Tozzi, la precarietà contemporanea si manifesta attraverso questi due pilastri interconnessi: «Naturalmente, oltre al lavoro c’è la questione sempre più importante della casa, perché se tu hai anche un lavoro abbastanza dignitoso, ma non hai una casa, non hai la possibilità di essere ospitato, non hai una sistemazione abbastanza sicura della città in cui vivi, in cui devi lavorare». Il problema abitativo è diventato centrale perché «i prezzi delle abitazioni hanno raggiunto sia nell’acquisto che nell’affitto dei livelli tali che diciamo ti costringono a spendere molto di più di quanto si sia mai speso per semplicemente abitare, per stare».
«Una persona che lavora non può permettersi più di viverci (ndr: a Milano). Proprio è definitivo». Secondo la sociologa Coin, solo alcune fasce possono permettersi davvero di vivere a Milano: quelle che possiedono una casa di proprietà o un capitale elevato. «Chi affitta una stanza non spende meno di 500€ al mese, un monolocale non meno di 1000€. E già qui capiamo che una persona che ha un lavoro anche full-time di 1300, 1400 € al mese non può, non può vivere. E sto già parlando di persone ben pagate».
Nel caso milanese, il discorso si allarga all’intero carovita, per cui gli stipendi medi risultano evidentemente inadeguati. Bertram Niessen, sociologo, ricercatore, progettista e docente universitario che si occupa di spazi urbani, economia della cultura e innovazione dal basso, è categorico: alla domanda se il caro vita milanese sia proporzionato alle opportunità economiche offerte dalla città, risponde «Assolutamente no, troppo. Ovvero, o meglio, ci sono, è chiaro che ci sono stipendi un po’ più alti, ma assolutamente non controbilancia una sproporzione che c’è su altre cose. Anzi, comunque il costo della vita è enormemente più alto».
Ne consegue l’aggancio immediato al disagio abitativo, alla richiesta di identificare la conseguenza più evidente: «Io direi soprattutto il disagio abitativo, cioè che è anche, diciamo, un impatto. Nel senso che comunque il fatto di non potersi vivere mai una dimensione abitativa come risolutiva o comunque come accogliente, cioè incrina una serie di relazioni con la casa».
Il disagio dovuto all’assenza di una dimensione abitativa sicura – e il conseguente disagio psicologico – non riguarda solo l’area milanese. A Ivrea, dove le generazioni precedenti hanno vissuto una ricchezza industriale oggi irraggiungibile, strade diverse conducono allo stesso nodo. «Quelli che ci sono (ndr: i giovani) vivono condizioni di precarietà e di dipendenza dalle condizioni familiari. Perché l’altra cosa che caratterizza l’area, soprattutto biellese, è una forte ricchezza distribuita», sostiene Macchieraldo. Questa condizione di instabilità giovanile produce conseguenze psicosociali pesanti: «Sicuramente c’è una condizione di disagio anche mentale da parte dei giovani […] molti dati che vengono fuori sull’autolesionismo, su alcune situazioni al limite della sanità mentale, che è molto alta tra i giovani». Il risultato è prevedibile: «Nella nostra area i giovani scappano fondamentalmente, nel senso che non essendoci condizioni neanche di precarietà perché manca il lavoro e anche precario, tendenzialmente i giovani vanno verso le città più grosse o addirittura all’estero».
La migrazione giovanile riguarda anche Chatillon, che si sta progressivamente spopolando di Under 35. Anche nel piccolo centro valdostano, l’affitto resta la spesa principale e la più difficile da sostenere: per un monolocale a Chatillon «come media adesso siamo sui 400-550 €», sostiene Vettori, commentando «poco meno di Aosta».
Dalla Val d’Aosta al capoluogo lombardo, il concetto di precarietà lavorativa si intreccia strettamente alla questione abitativa: il più grande ostacolo per gli Under 35 sembra essere riuscire ad accedere a una situazione abitativa se non risolutiva quantomeno sicura, dove costruire solide basi per progettare un futuro.
Un circolo vizioso: sanare i salari e sanare gli affitti
Sul fronte milanese, il problema appare così insormontabile che spesso la soluzione è la resa. Sostiene Niessen: «chi se ne va se ne va prevalentemente perché non ce la fa con i soldi […] quindi cerca luoghi più accessibili dove in qualche modo deve poter vivere con un minimo di agio. Anche perché questa dimensione di appunto città fast food inizia a diventare molto evidente e affatica molte persone. Quindi uno a un certo punto si fa il calcolo della vita e dice OK, ma io cosa voglio fare? Voglio stare in un posto dove tutti si azzannano costantemente a vicenda oppure voglio provare a cercare un contesto nel quale si provano a costruire relazioni diverse?».
Essendo la questione abitativa legata a doppio filo alla precarietà lavorativa, secondo Tozzi bisognerebbe agire su due fronti, cominciando dall’arginare la fluidità contrattuale e la scarsa trasparenza: «Chiunque cambia continuamente forme e contratto e questa è la prima cosa che andrebbe arginata». Sottolinea come la percezione delle persone sia confusa perché «sono cose variabili di cui le persone tra l’altro parlano fino a un certo punto […] Io sono convinta che dovrebbero semplificare le tipologie perché non è possibile, ma senza un controllo feroce da parte dello Stato è impensabile che la situazione possa migliorare».
Rispetto alla questione abitativa, Tozzi sostiene che esistano soluzioni concrete che però non vengono applicate: «Ci sono oltre 100.000 alloggi vuoti a Milano. Il problema non è la mancanza di case, ma l’assenza di volontà politica di regolare il mercato».
Secondo Ranzini, qualcosa è stato tentato attraverso iniziative per abitazioni a prezzi accessibili negli ultimi 15 anni: «un po’ timidamente, ma la condizione giovanile è stata un po’ messa a fuoco anche dalle politiche abitative». Parla di una «rete di cooperative sociali, che ha secondo me delle sperimentazioni molto interessanti».
La posizione di Lareno è però meno ottimista: «Sì, esistono, non si può dire che non esistono. Si può dire sono totalmente insufficienti, anche dal punto di vista numerico». Le risposte abitative rimangono prevalentemente di mercato: «è emerso chiaramente negli ultimi anni il tema della privatizzazione degli studentati. Sembra sempre che l’unica risposta siano risposte soprattutto di mercato».
Il Nord-Ovest, motore economico d’Italia, rivela il suo paradosso più crudo: produce ricchezza ma non riesce a garantire ai propri giovani le condizioni minime per costruire un futuro. Da Milano a Chatillon, passando per Ivrea, emerge un’Italia a due velocità dove l’opportunità economica non si traduce in stabilità esistenziale. La precarietà si è fatta sistema, intrecciando lavoro e casa in un nodo che sembra sempre più difficile da sciogliere. Finché politiche strutturali non affronteranno simultaneamente la questione contrattuale e quella abitativa, questa generazione continuerà a migrare, lasciando dietro di sé territori svuotati e metropoli insostenibili. La casa è diventata il nuovo discrimine sociale, il confine tra chi può permettersi di restare e chi è costretto ad andarsene. Non si tratta più solo di comfort o aspirazioni, ma della possibilità stessa di esistere in un territorio.