Damasco, 25 agosto. Newroz Ahmed è di fronte ad Ahmed al-Sharaa. Lei, curda, comandante delle YPJ, il movimento che ha fatto della liberazione delle donne un progetto politico. Lui, fino a poco fa al-Jolani, comandante di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex al-Qaida, oggi presidente. Hanno combattuto la stessa guerra, lo stesso regime, in certi momenti lo stesso nemico, l’ISIS, senza mai essere alleati. Anzi.
Il 27 agosto il ministero dell’Interno siriano e le YPJ hanno fatto sapere che un accordo di massima è stato raggiunto: le YPJ entreranno a far parte del ministero come forza speciale con incarichi di contrasto al terrorismo. Ma restano senza risposta le domande che contano davvero: le YPJ hanno chiesto di rimanere una milizia unita anche da integrate, senza però alcuna certezza in merito.

Nel frattempo, Mazloum Abdi, comandante generale delle SDF (la coalizione curdo-siriana sostenuta dall’Occidente durante la guerra), ha annunciato lo scioglimento della stessa, dando per conclusa l’integrazione delle proprie forze nell’esercito siriano. Poco dopo è stato nominato consigliere della presidenza. Fuori dai palazzi, intanto, la Siria è in piazza e da giorni proteste contro il caro-carburanti attraversano il paese, dal Nord-Est curdo a Idlib.
I giornali italiani nel frattempo titolano: «Il sogno di autonomia del Rojava si è infranto» e «capolavoro diplomatico di al-Sharaa». Delle YPJ difficilmente se ne parla.
Ma il processo non è affatto concluso. È aperto, e resta appeso a una frase detta da una rappresentante del Kongra Star, l’organizzazione ombrello delle donne della Siria del Nord-Est, nata dal progetto di liberazione femminile della rivoluzione del Rojava: «Il processo non è finito finché le YPJ non sono veramente dentro».
Sul divano grigio alcune delle combattenti fumano, altre tengono la mano intorno alle spalle dell’altra. In uniforme, una brigata delle YPJ aspetta che la domanda arrivi. La stessa che viene fatta da settimane: cosa resta della lotta, quando la lotta cambia forma?
«Per prima cosa le YPJ sono qui, non sono state cancellate». Affermano. Entrare nel ministero dell’Interno, restando fuori dall’esercito regolare, non è apertura verso Damasco, è necessità. Le cellule dormienti dell’ISIS sono ancora un rischio quotidiano di sicurezza interna. E c’è un calcolo più profondo, un istinto di sopravvivenza collettiva: «Ci sono cose che vanno oltre anche le stesse YPJ»: la difesa del popolo. Spiegano che per farlo bisogna partecipare come gruppo, «perché se non siamo unite, poi ci sfaldiamo e non possiamo più difendere la nostra esistenza e quella della società».
Questa insistenza sull’unità non nasce dal nulla. Non è la prima volta che la questione si pone: all’inizio del processo, al-Jolani aveva rifiutato un corpo militare di sole donne, proponendo in alternativa l’integrazione individuale nelle Asayish, le forze miste di sicurezza interna del Rojava. Aggiungendo, inoltre, regole religiose sull’abbigliamento e la possibilità di inserimento solo alle donne sposate e senza una struttura autonoma. Le YPJ l’avevano visto come un segnale che le cariche di responsabilità per le donne sarebbero rimaste precluse.
«Vogliamo difendere la nostra autonomia ed essere una struttura organizzata, con le nostre comandanti», ha dichiarato una portavoce YPJ. «Se questo è possibile, allora possiamo essere d’accordo a essere parte delle forze interne».
Sul piano internazionale, il sostegno resta ambiguo. Washington, pur vicina al nuovo governo di Damasco, non ha mai rilasciato una dichiarazione ufficiale su YPG e YPJ.
Pesa anche la linea di Trump, orientata a un riavvicinamento ad al-Sharaa in funzione anti-iraniana. La Turchia resta l’ostacolo principale a una posizione ufficiale di Damasco. Un eventuale riconoscimento delle YPJ rischierebbe infatti di aprire un nuovo fronte con Ankara, da sempre contraria a qualsiasi riconoscimento delle formazioni armate curde.
Il nodo militare si intreccia a un nodo economico che ne spiega l’urgenza. In Rojava manca il pane da quasi dieci giorni per un aumento del prezzo del diesel usato per far funzionare i forni. È lo stesso rincaro che da domenica 13 settembre ha acceso le proteste più ampie dalla caduta di Assad: diesel fino al 40% in più, benzina al 28%, cisterne bloccate e copertoni in fiamme sull’autostrada Aleppo-Damasco, da Idlib a Hasakah.centinaia. Centinaia di migliaia di dipendenti pubblici sono stati licenziati in blocco in tutta la Siria, mentre fondi sovrani nati fuori dal controllo del Parlamento restano senza tracciabilità. «Lo stato si comporta come un’azienda», ci dice a Damasco un’insegnante di economia, «ma senza trasparenza, senza governance».
È in questo contesto di collasso dei servizi e assenza di controllo istituzionale che l’integrazione delle YPJ nel ministero dell’Interno assume il suo peso reale: non è una questione di rappresentanza simbolica, ma di chi controllerà la sicurezza in un paese dove lo stato centrale fatica già a garantire il pane.
Un’anticipazione di cosa significhi, in concreto, essere integrate arriva già dall’esperienza delle YPG, la formazione armata curda maschile (le YPJ ne sono la componente femminile). I combattenti sono sottoposti a settimane di formazione in cui si insegna il Corano, dalle quattro alle cinque ore al giorno. «Portate pazienza, fate finta di ascoltare, il fine è più importante», dicono i comandanti. Quando ritornano a casa, a Qamishlo, in Rojava, vengono accolti da clacson e segni di vittoria dalle macchine lungo la strada.
«Con Assad avevamo paura, certo. Ora abbiamo un presidente e dei ministri che vengono dalla jihad, gente conosciuta per aver ucciso», continua l’insegnante. «Non siamo più liberi. Possiamo solo parlare di più della situazione». E la libertà di parola non basta a cambiare gli equilibri di potere. «Fino ad ora», aggiunge, «non hanno potuto avere quello che vogliono. Ma passo dopo passo, ce l’avranno. Siamo semplicemente passati sotto un altro dittatore. È solo questione di tempo prima che la visione diventi chiara».
Tra un annuncio di integrazione e l’altro, tra fondi tagliati e ministeri ancora da definire, tra un prezzo del diesel che sale e un paese che risponde bloccando le proprie strade, la “rinascita siriana” resta per ora un’espressione più politica che reale.
L’autrice dell’articolo, Viola Andreolli, è stata in Siria come parte della Delegazione di Donne che Tessono il futuro.