11 luglio 2025, grotta di Jasana, distretto di Surdash, in Iraq. Trenta combattenti, la metà donne, scendono verso una vasca di metallo. Vi depongono i kalashnikov, i fucili automatici e i caricatori. Infine una torcia da cui le fiamme si fanno largo in un fumo nero e denso. Sono più di trecento i testimoni, tra cui funzionari turchi, iracheni e curdi. Qualcuno applaude, qualcuno piange. A una cinquantina di chilometri si trovano le montagne del Qandil, ovvero il quartier generale storico di quello che fino a quel giorno era stato il braccio armato della resistenza curda, il PKK. È il momento che segna la fine di una lotta armata durata oltre quarant’anni.
È passato quasi un anno da quel fumo nero di lutto. Nel giardino romano del centro sociale Ararat, nel tardo pomeriggio, arriva İdris Baluken. Osservandolo mi chiedo cosa potessi aspettarmi. Un condottiero, forse, un uomo indurito dalla vita. È seduto su un muretto, indistinguibile tra una trentina di persone che sorseggiano chai, alternando il curdo e il turco, all’ombra degli ulivi. Stessi sorrisi timidi, stessi modi delicati. Ha solo un po’ di occhiaie in più. È stato deputato al parlamento turco, capogruppo dell’HDP, Partito Democratico dei Popoli, a Diyarbakır, uno dei tre uomini che si sono seduti di fronte ad Abdullah Öcalan, leader del popolo curdo, quando ancora si poteva chiamare pace quello che si stava negoziando, tra il 2013 e il 2015. Arrestato nel novembre 2016, rilasciato e poi rinchiuso di nuovo pochi giorni dopo, è rimasto in carcere sei anni e mezzo. Prima faceva il medico.
Inizia a parlare cercando di frenare la propria voce. «Oggi vorremmo che foste voi a parlare di più». Poi continua per un’altra ora, è la malattia dei politici, dice lui ridendo, quella di non lasciare più il microfono. Quello che racconta, in quell’ora, è una storia che comincia molto prima di lui, nel sangue e nella memoria di un intero popolo.
Una lotta per l’esistenza
Tutto inizia nel 1973. Abdullah Öcalan è solo uno studente tra studenti che si riuniscono ad Ankara per ideare qualcosa che, a quei tempi, sa di rivoluzione. Vogliono un popolo curdo che esista per se stesso, non per concessione di altri. Cinque anni dopo, il 27 novembre 1978, quell’idea diventa un giuramento. In un villaggio vicino a Diyarbakır nasce il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Non si tratta di una lotta di conquista. È una lotta per restare, per continuare a esistere come popolo.
Il colpo di stato del 1980 spezzò tutto. Alcuni dei presenti intorno a Baluken abbassano lo sguardo o si scambiano un’occhiata. Per un attimo penso che sia stanchezza, una storia già sentita troppe volte. Poi mi ricordo che le persone intorno a me fanno parte della diaspora. Per loro, il sangue, in quegli anni, non è una metafora da cronaca. La repressione contro la sinistra e contro i curdi è soffocante: il gruppo di Öcalan non può restare in Turchia e passa il confine tra Siria e Libano e, tra le montagne, comincia la guerriglia aperta contro lo Stato turco. Baluken lo racconta senza enfasi, come si racconta un fatto ormai sedimentato, una cosa che è successa e basta. In sottofondo, le prove audio di un concerto suonano per un attimo come un incitamento alla battaglia.
«Seguono quindici anni di guerra aperta». Poi, nel 1999 cambia tutto. Öcalan viene arrestato in Kenya e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’isola di İmralı, dove si trova tuttora. Lì, isolato da tutto, senza più montagne né guerriglia, comincia a maturare un cambiamento che riscriverà le fondamenta del movimento. Non più la richiesta di uno Stato curdo indipendente ma il confederalismo democratico. Un’idea rivoluzionaria che poggia su autogoverno locale, ecologia e, soprattutto, liberazione delle donne. Appena tre anni dopo, nel 2002, l’AKP, partito conservatore-islamico, vince le elezioni. È l’inizio dell’era di Recep Tayyip Erdoğan, l’uomo che per vent’anni sarà l’altra metà di questa storia.
Nel 2015, con la dichiarazione di Dolmabahçe, si arriva a una svolta vera. Baluken lo ricorda ancora con precisione, e quando ne parla la voce cambia registro, si fa più netta. «Se in quel momento fosse stata istituita una commissione di monitoraggio, se questa fosse arrivata sull’isola di İmralı, Öcalan avrebbe lanciato l’appello per il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica già allora. Non nel 2025. Dieci anni prima». Lo ripete lui, e lo ripeteva già allora, dice, tutta la delegazione dell’HDP. Ma le cose andarono diversamente.
Erano gli anni di Kobanî sotto assedio, della resistenza curda contro l’ISIS nel Rojava, di un’amministrazione autonoma che, giorno dopo giorno, ridisegnava gli equilibri di potere nel nord della Siria. Per Ankara quella crescita e quella determinazione verso un futuro democratico cominciarono a pesare più di ogni promessa di pace.
«Decisero di rovesciare il tavolo», dice Baluken. Il processo si interruppe. Seguì un decennio segnato da grandi sofferenze e pesanti sacrifici: arresti, operazioni militari, parlamentari in carcere, lo stesso Baluken tra loro. Un decennio che si è chiuso solo ora, con la ripresa dei negoziati e l’inizio del disarmo.
«Cosa avete ottenuto?»
Il 27 febbraio 2025 esce una lettera di Öcalan dal titolo Appello alla pace e a una società democratica. Chiede ai militanti di deporre le armi. Nei due mesi successivi vengono sciolti quarant’anni di sangue. Il dodicesimo congresso del PKK sancisce la fine ufficiale di un movimento sopravvissuto persino a operazioni militari, embargo, torture, massacri.
Passa un anno e i dirigenti della Koma Civakên Kurdistan (l’organizzazione ombrello che riunisce le diverse anime del movimento curdo, PKK compreso) dichiarano che il movimento ha fatto la sua parte. Lo Stato turco no. Non l’amnistia nè tantomeno la riammissione alla vita politica. Öcalan è ancora lì, a İmralı. E il suo ruolo di capo negoziatore, che per il movimento è la condizione minima per andare avanti, non ha ancora una norma che lo riconosca.
Baluken lo sa meglio di chiunque altro. E c’è una domanda che lo insegue ovunque vada: «E quindi? Cosa avete ottenuto?». Lui tieni lo sguardo alto. «La politica non è qualcosa che si fa sulla base di ciò che qualcun altro ti concede», risponde. «Ma nemmeno si fa fidandosi della controparte. Noi non ci fidiamo né di Erdoğan né di Bahçeli», chiarisce. «La politica si fa sulla base della fiducia in se stessi e nella propria lotta».
Ma qual è quindi lo spirito di questo nuovo processo?: «è fondato su quattro pilastri fondamentali». Il punto interessante è che tre di questi pilastri riguardano il movimento curdo e nessun altro: una trasformazione strategica, un rinnovamento ideologico, un nuovo modello organizzativo. Non dipendono da Ankara e sono scelte compiute in piena autonomia, «che lo Stato faccia dei passi avanti oppure no». Poi si ferma. «Solo il quarto pilastro, la pace permanente, chiama in causa la controparte. Uno su quattro. Il resto appartiene solo a noi».
Se si giudica questo processo guardando solo a cosa ha concesso lo Stato, si finisce per raccontare una storia di sconfitta. E invece no, dice lui, quasi con fastidio, «giudicare così sarebbe un grave errore di valutazione». La trasformazione di cui parla non è nata quando Ankara ha aperto dei fascicoli, ma prima. «Poi è ovvio che se si tornasse a una logica di distruzione e annientamento, il movimento curdo valuterebbe la situazione in base a quanto richiesto dalle circostanze».
In ogni caso quarant’anni di guerra, dice, hanno dimostrato che il popolo curdo non è finito «negli scaffali polverosi della storia», come qualcuno sperava. Nemmeno l’ultimo decennio, quello della strategia di annientamento, il çökertme konsepti, di estrema durezza, ha prodotto i risultati sperati.
«Oggi lo Stato turco è stato costretto a creare una commissione parlamentare e a riconoscere Öcalan come interlocutore. Ecco, questo è già storico».
Ad Ankara però lo spirito è diverso. Non ci sono lettere titolate alla pace o cerimonie nere di fumo. C’è, invece, un’aula di commissione, il 18 febbraio 2026, dopo mesi di audizioni. Fascicoli impilati, microfoni accesi uno alla volta e la parola «verifica» che torna più volte nel testo finale. Nessun indulto collettivo. Analisi caso per caso, fascicolo per fascicolo, la clemenza passa per un timbro.
Erdoğan commenta in diretta televisiva, la voce piatta di chi legge e non di chi promette. Tuttavia afferma che il testo scopre «una prospettiva che darà slancio» alla riconciliazione. Poi si ferma. Nessuna data, nessun nome fatto. Manca quello di Öcalan. Mancano quelli dei prigionieri, che aspettano ancora. Solo quella frase, misurata come le altre, lasciata raffreddare in un’aula profumata, a mille chilometri dalla puzza di cenere di Surdash.
Azadì
Aya ha le stesse occhiaie di Baluken. È una donna curda, fa parte della lotta, e conferma ogni parola del parlamentare, ma senza il fiato lungo della politica. Il movimento, dice, non è mai stato fermo ad aspettare le mosse dello Stato. «Non ci siamo fermate, lottiamo sempre». Deporre le armi, dice, non significa deporre la difesa del proprio popolo. «Continuiamo a proteggerci, ma lo facciamo con l’organizzazione sociale». La lotta, oggi, insiste di più dove è sempre stata. Significa «continuare ad essere comunitari, entrare nella società, aprire più cooperative, creare organizzazioni dal basso, a livello sociale e democratico». È un popolo, spiega, abituato da sempre alla trasformazione e all’autocritica. A un rinnovamento che diventa più semplice da accettare quando la strada percorsa è comune, e conduce verso una libertà profonda.
Mi insegna che in curdo la parola libertà si traduce in due modi. La prima è Selbest, ovvero la libertà di andare dove si vuole e fare ciò che si vuole. E poi c’è una libertà che permette di essere liberi anche in gabbia: l’Azadî. Significa sapere chi si è e dove si vuole andare. Non più un sogno personale, ma il respiro di un intero popolo. Un respiro che comincia dalle donne. Secondo il confederalismo democratico, infatti, l’emancipazione femminile è il primo pilastro della rivoluzione. Se la prima oppressione storica è quella di genere, nessuna liberazione, che sia nazionale o di classe, può dirsi completa senza sciogliere quel nodo originario.
«E noi quella libertà l’abbiamo ottenuta: abbiamo già vinto. È una base per una nuova società, che vale per noi curdi ma per tutti i popoli».
Nel giardino dell’Ararat le ombre degli ulivi sono sempre più estese. Un coro di voci maschili si alza dal pubblico intonando «Jin, Jian, Azadì» – donna, vita, libertà. Ma la voce più forte è lo zilgît di una ragazza. Un trillo acuto e antico che in altri paesi arabi, accompagna le nozze, i lutti e le vittorie. Qui, tutte e tre le cose insieme.
Aya dice che pace e soluzione sono due cose diverse. «La pace ci serve in questo momento per respirare. Non si può pensare bene in tempi di guerra e di sangue. Pace vuol dire respirare e ripensare, riorganizzarsi in maniera migliore».
E la rabbia? Quella cieca, sorda, capace di divorare anche chi la porta? Aya mi corregge con pazienza. «Per noi la rabbia è normale, ma va guardata ad un livello più alto». Va ricordata, non rimossa, perché serve a non dimenticare la storia, i martiri, a tenere viva l’autocritica. «Però deve rimanere sopra, lontana, senza coprire mai tutto. Così come la bellezza, il tradimento, l’eroismo non annebbiano. Perché l’unica cosa che copre tutto è l’Azadî».
Alcuni nomi sono stati modificati per rispetto della privacy delle persone intervistate.
