Ci sono spettacoli che nascono da un’idea, altri da un’urgenza. Potpourri sembra nascere invece da un incontro. O, forse, da una ciotola. Il nome stesso, Potpourri, rimanda a quel miscuglio di ingredienti che convivono nei centrotavola delle case vecchie dove siamo cresciuti senza perdere la propria identità: pezzi diversi, colori diversi, consistenze diverse. Nessuno prevale davvero sull’altro, eppure è proprio l’insieme a produrre un sapore nuovo.
È difficile trovare un’immagine migliore per raccontare questo spettacolo (che il 2 luglio si ripeterà con il suo atto secondo al Monk di Roma). Performer, scenografe e regia hanno costruito uno spettacolo che mette in scenala possibilità che differenze, linguaggi ed esperienze coesistano senza essere appiattiti.
Parlando con Lorenzo, ideatore e regista dello spettacolo, con Sara, conduttrice e autrice insieme a Lorenzo, con Silvia, Ka e Dahlia, performer che sul palco lavorano ad una redifinizione fluida e personale di quello che vuol dire esistere nel proprio corpo. Con Vanillivia, più vicina all’esibizione drag, e con Gaia e Giorgia, che hanno immaginato lo spazio scenico, si ha la sensazione di assistere alla sintesi di una conversazione che continua da mesi.
Le voci si interrompono, si completano, si correggono a vicenda. Nessuno sembra voler raccontare soltanto il proprio pezzo. Tutte le performer parlano di un equilibrio collettivo, e nessuna si risparmia nel raccontare l’unicità delle altre. «Vanillivia è super interessante non solo per il suo passato out of drag in teatro, ma perchè ha un’estetica legata alle dive degli anni 20 e 30 e si distacca dal classico immaginario della drag, dicono. «Dahlia è un femminone, una specie di re mida della sensualità, tutto ciò che tocca diventa sexy», ancora, e così via.
La parola “queer” ritorna spesso – ma raramente come etichetta. Piuttosto come pratica. Come possibilità di spostare i confini. Uno di questi riguarda i luoghi della performance. Per anni il cabaret queer, la drag art e molte forme di spettacolo legate alla comunità LGBTQIA+ hanno trovato casa soprattutto nei club, nei locali, nelle cene spettacolo e negli spazi dichiaratamente queer. Luoghi fondamentali, certo, ma che rischiano di diventare anche un recinto. Non a caso la risposta alla domanda “Chi vi aspettate di vedere nel pubblico, e chi vorreste vedere?” non ha davvero una risposta. Il pubblico che ci si aspetta è quello di una comunità che si riconosce in quest’arte e in questa rappresentazione. Un pubblico che vuole trovare il tempo di appartenere anche fuori dai luoghi in cui la comunità queer è stata posizionata finora.
Potpourri parte da una domanda semplice: cosa succede quando quella stessa energia esce dai confini preimpostati? Quando incontra un pubblico più grande, multiforme, e che magari arriva senza sapere esattamente cosa vedrà? Quando il palco diventa un luogo attraversabile da chiunque, senza bisogno di condividere già un codice?
È parlando di tutto questo che emerge un altro desiderio condiviso da tutte le persone coinvolte: sottrarsi alle categorie. Non perché l’identità smetta di contare, ma perché non sia l’unica cosa che il pubblico vede. «In questo show ci sono sul palco tre persone trans, ma non sono lì sul palco in quanto trans: sono lì come performer a recitare, e il nostro auspicio è vedere nel teatro e nel cinema persone queer o trans senza che il pubblico debba chiedersi perché sono lì, e senza dover interpretare necessariamente un personaggio queer o trans. Vorremmo che quella persona fosse lì perché sta recitando e basta, perché è il suo lavoro.»
Silvia, Ka, Dahlia e Vanillivia salgono sul palco con storie, corpi e percorsi differenti. Essere donne trans o fare drag non sparisce: sarebbe impossibile, oltre che ingiusto. Ma non è quello il punto dello spettacolo. Il punto è poter recitare, interpretare, costruire una presenza scenica che non venga continuamente ricondotta alla propria identità. Essere guardate come performer prima ancora che come simboli. È una differenza sottile, ma cambia tutto perché significa poter essere divertenti, assurde, fragili, volgari, poetiche o semplicemente brave, senza che ogni gesto venga letto come una dichiarazione politica. Anche se, inevitabilmente, un gesto politico finisce comunque per esserlo.
Lo stesso vale per la scrittura dello spettacolo. Nelle parole di Lorenzo e Sara emerge una certa insofferenza verso una parte del mondo performativo contemporaneo, percepito come sempre più autoreferenziale, chiuso in codici che parlano soprattutto a chi li conosce già. La loro risposta non è semplificare, ma cambiare direzione. «Bring performance back! Sono stanca del fatto che adesso la performance deve sempre essere qualcosa di completamente incomprensibile, con la musica ambient, i rumori, i piatti, la gente dismessa con i vestiti strappati che si muove e nessuno capisce nulla. Bisognerebbe andare a teatro e divertirsi per ovvie ragioni. Bring back le ovvie ragioni, il teatro, il divertimento, i colori, lo sfarzo e tutto il resto. Io penso che l’unica cosa che possa salvarci sono le parole, le contronarrazioni, e secondo me bisogna fare rumore, farsi vedere, essere belli, accattivanti agli occhi di tutti.» E ancora «Lo humor è essenziale ed è anche il fil rouge che ci fa funzionare così bene, proprio perché abbiamo tutti reference molto molto simili e riusciamo a livello performativo a giostrarcele molto bene. Anche durante la scrittura dello show, nei momenti di brainstorming, io mi rendo conto proprio che le reference pop sono quelle che continuano a venir fuori e che piacciono al pubblico.»
Essere pop, in questo senso, non significa abbassare l’asticella. Significa credere che profondità e leggerezza possano convivere. Che una risata possa aprire uno spazio di riflessione più di una lunga spiegazione. Che il cabaret, con la sua capacità di alternare comicità, improvvisazione e racconto, possa essere uno strumento potente proprio perché accessibile.
Anche la scenografia segue questa logica. Gaia e Giorgia raccontano uno spazio che non vuole imporsi sui corpi, ma accompagnarli. Una scena che accoglie anziché spiegare, lasciando che siano le persone a trasformarla di volta in volta. «È stato fondamentale cercare di capire cosa servisse per la scena, cos’è strumentale all’azione e poi cercare di dare questa idea di tribunale tramite non solo le luci o sfondi, anche tramite degli oggetti che in un certo senso affrontano lo scenario in modo critico. È stato interessante confrontarci anche con delle estetiche che sono proprie delle performer, perché in realtà finora noi abbiamo sempre lavorato anche facendo i costumi, invece la cosa interessante di questo spettacolo è il fatto che andiamo un po’ a crashare le nostre visioni con i linguaggio visivo delle performer che è un po’ più codificato e anche molto personale, ma allo stesso tempo riporta molto all’immaginario che riconosciamo come queer, quindi stiamo cercando di integrare quello che noi immaginiamo sia riconoscibile di un’estetica queer, e metterci poi un po’ l’elemento dissonante. Vi spoileriamo che c’è un oggetto tipico del tribunale, il martelletto, che abbiamo ridisegnato rendendolo un po’ una chimera, vedrete.»
Alla fine, quello che emerge dalle conversazioni è che Potpourri non sembra voler dimostrare una tesi. Preferisce creare una condizione, un luogo in cui performers diverse possano condividere il palco senza competere, in cui le identità siano una ricchezza e non una gabbia narrativa, in cui il pubblico possa entrare senza sentirsi escluso da riferimenti troppo specialistici. Forse è proprio questo il gesto più radicale dello spettacolo: rivendicare il diritto a essere inclusivo senza diventare didascalico, pop senza essere superficiale, queer senza rinchiudersi in una definizione.
Come accade in ogni buon potpourri, nessun ingrediente basta da solo. Ma è nell’incontro che ciascuno trova un sapore che, preso singolarmente, non avrebbe avuto.



