La resistenza palestinese non è iniziata il 7 ottobre 2023 e non è iniziata neanche nel 1948, l’anno che i palestinesi descrivono con la parola «Nakba», ovvero «catastrofe», in cui 700mila persone furono espulse o costrette a fuggire dai propri villaggi durante la guerra civile tra la comunità araba e quella ebraica per la costruzione del neonato stato di Israele. Le origini della resistenza sono ben più antiche e poggiano su delle responsabilità che l’occidente ha deliberatamente deciso di non assumersi. La regista Annemarie Jacir, con Il film Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio parla proprio della resistenza palestinese al colonialismo e, in particolare, di un evento storico talvolta dimenticato nel dibattito.
Per comprendere quello chè è successo nel 1936 bisogna fare un passo in avanti e tre indietro: la «Nakba» o «catastrofe», infatti, avvenne sotto il beneplacito assenso del Regno Unito, che, dopo oltre trent’anni di dominio, se ne andò dai territori palestinesi lasciando la popolazione araba in balia degli eventi, senza aver trovato soluzione alcuna, anzi, avendo peggiorato le condizioni di vita e diffuso un malcontento generalizzato. Tuttavia, il movimento nazionale palestinese non si formò allora, ma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando la Palestina apparteneva ancora all’impero Ottomano e nella regione già si iniziavano a sovrapporre nazionalismo arabo, il progetto sionista e le ambizioni coloniali europee.
La Palestina durante la prima guerra mondiale: la spartizione e la responsabilità occidentale
Durante la prima guerra mondiale i progetti egemoni di Francia e Regno Unito si inserirono nella storia della Palestina. Nel 1916, infatti, si stava per prospettare la sconfitta dell’Impero Ottomano e per questo Londra e Parigi siglarono un accordo segreto di spartizione del Medio Oriente: era l’accordo Sykes-Picot che disegnava con il righello le rispettive aree di influenza delle due potenze europee. Così, si decideva il futuro dei territori ottomani senza che le popolazioni locali ne fossero a conoscenza o potessero metterci bocca. Per la Palestina si prevedeva un’amministrazione internazionale»; formula poco chiara e la sua ambiguità sarebbe emersa negli anni a venire. Il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour inviò una lettera a Lord Walter Rothschild, destinata alla Federazione sionista britannica, nella quale il governo si diceva favorevole alla creazione di un «focolare nazionale ebraico in Palestina». Quando quella promessa fu formulata, la Palestina non era ancora formalmente sotto controllo britannico. La campagna militare attraverso il Sinai era ancora in corso: Gerusalemme si arrese alle forze britanniche nel dicembre del 1917. Da quel momento cominciò l’effettivo dominio dei britannici sui territori palestinesi. Poco tempo dopo, il controllo venne anche riconosciuto a livello internazionale, quando la Società delle Nazioni approvò il mandato del Regno Unito: un istituto che, formalmente, avrebbe dovuto portare all’indipendenza dei territori assegnati alla potenza amministratrice. Che si trattasse di una promessa fasulla, la popolazione araba non ebbe difficoltà a comprenderlo e fu ancora più evidente nel 1936.
La Grande Rivolta Araba del 1936 contro il dominio britannico
Il 1936 rappresenta l’inizio della più lunga insurrezione palestinese contro il dominio coloniale inglese. In quell’occasione, i palestinesi di tutte le classi sociali, guidati dai contadini a cui erano state espropriate le terre, si mobilitarono e il sentimento nazionalista si diffuse sulla stampa araba, nelle scuole e nei circoli sociali e letterari. I britannici furono colti di sorpresa dall’ampiezza e dall’intensità della rivolta e reagirono ponendo la Palestina sotto la legge marziale, schierando oltre ventimila soldati sul territorio. La Royal Air Force iniziò a mitragliare le campagne e migliaia di palestinesi furono imprigionati, picchiati e i leader esiliati. Non solo: la RAF diede inizio anche al terrorismo psicologico; piogge di volantini caddero sui territori palestinesi. C’erano intimidazioni, nomi dei capi delle rivolte, ultimatum, zone che dovevano essere evacuate. Quella che viene chiamata la Grande Rivolta Araba durò tre anni e fu probabilmente la più grande e lunga ribellione anticoloniale dell’Impero britannico. Il film Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio racconta proprio questa storia, a partire dal giovane Yusuf, diviso tra la sua casa in campagna e Gerusalemme, mentre desidera un futuro diverso dai continui disordini. La regista Annemarie Jacir, il cui cortometraggio «Liketwenty Impossible» è stato il primo arabo a essere selezionato nella storia a Cannes, racconta di aver voluto portare sullo schermo la rivolta del 1936-39 da molto tempo, ma senza realizzare solo una ricostruzione storica: «Palestina 36 non è qualcosa che appartiene al passato, è sempre stato attuale».
«Ogni bella poesia è un atto di resistenza»: il film girato durante la guerra
Che ciò che è accaduto nel 1936 sia ancora vero oggi, lo dimostra quello che è successo durante la fase di lavorazione del film. La pre-produzione era iniziata nel gennaio 2023, preparando una miriade di location in tutta la Palestina, cucendo e ricamando costumi e abiti tradizionali, raccogliendo vecchi oggetti di scena da ogni dove e ristrutturando e restaurando un intero villaggio, compreso il piantare campi di colture obsolete, oltre a costruire vecchi veicoli da guerra e armi britannici. Dopo gli attacchi israeliani a seguito del 7 ottobre le riprese furono interrotte e parte della produzione fu trasferita in Giordania. Il progetto si fermò e ripartì più volte, fino alla conclusione nel novembre 2024. Il team ha continuato il proprio impegno nella fede che «ogni bella poesia è un atto di resistenza»; una frase del poeta palestinese Mahmoud Darwish che la regista Jacir ci ha tenuto a condividere con noi.
Palestina 36 uscirà nelle sale italiane il 10 settembre 2026, distribuito da Wanted Cinema e, come afferma la regista, rappresenta «un inno a una ribellione tenace che affronta un’opposizione militare insormontabile». Qui trovate la programmazione completa.
Perché Jacir torna al 1936 per raccontare la Palestina di oggi
«La rivolta segna il momento più cruciale della nostra storia», dichiara la regista Jacir che spiega perché ha voluto raccontarla. «Era un sogno che coltivavo da tempo», continua e «farlo attraverso i diversi punti di vista di un gruppo di personaggi mi è venuto naturale».
Lei voleva creare un film che avesse un tono intimo ma allo stesso tempo crudo. La sceneggiatura, infatti, segue i percorsi dei vari personaggi, «intrecciandosi quasi come in un ricamo», afferma Jacir. Ognuno si trova di fronte a un momento che lo cambia, ad un luogo inaspettato e da lì si decide come andare avanti. Alla regista, l’idea del film è venuta attraverso delle immagini: «Una tenda di pizzo cucita a mano, un campo bruciato e annerito, un lavoratore portuale che fissa le onde, una vecchia radio che trasmette notizie scomode. Le immagini sono diventate storie», afferma. Si è immersa nella ricerca, sfogliando libri, raccogliendo immagini e fotografie, non riuscendo a smettere di pensare al massacro avvenuto a soli 25 km da dove vive oggi, nel villaggio di Al Bassa.
Palestina 36 torna indietro nel tempo per far luce sulle decisioni delle potenze occidentali che contribuirono a determinare il futuro della regione. «Realizzare questo film è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto», ha dichiarato Jacir. Mentre il popolo palestinese veniva sterminato, il team di Jacir si è ritrovato a cercare di realizzare un film su un altro momento buio della propria storia. Non uno fra tanti, perché se si è arrivati a 73.658 morti a Gaza dal 2023 ad oggi è a causa di quelle storie che ancora troppo poco vengono raccontate. «Non scegliamo le circostanze della nostra vita, non scegliamo la guerra né i milioni di momenti dolorosi che impariamo a superare. A volte scegliamo come reagire a essi.», conclude la regista.