Con i contributi dei partecipanti al workshop: Matteo Avantaggiato, Luca Borrello, Marco Cino, Lorenzo de Filippo, Francesco De Matteis, Giuseppe Dell’Atti, Pierpaolo Luca, Maria Angela Nestola, Gianluca Palma, Adriano Pressimone, Daniele Pratolini, Valeria Puzzovio, Vincenzo Rizzo, Danilo Scalera, Matteo Serra, Daniela Stabile, Alessandro Torsello, Sara Valentino, Dalila Vizzi
Per decenni, le sale cinematografiche del Salento non sono state semplici contenitori di proiezioni, ma veri e propri catalizzatori di vita pubblica, cuori pulsanti di una socialità che oggi appare frammentata e priva di punti di riferimento. Anno dopo anno, i cinema storici continuano a chiudere i battenti, lasciando spazio alla fredda avanzata di centri commerciali impersonali, condomini residenziali o, nel peggiore dei casi, a una condizione di immobile e malinconico abbandono. È proprio da questo punto di rottura che prende il via la nostra ricerca: una mappatura dei cinema abbandonati nel Salento che vuole essere un’indagine profonda su una ferita sociale aperta. In questa storica porzione di Puglia, la carenza di spazi di aggregazione per chi resta è diventata una crisi sistemica, alimentata in parallelo da uno spopolamento dei centri storici ormai “mangiati” da una turistificazione predatoria. I borghi, bellissimi involucri pronti per essere consumati dai turisti, diventano sempre meno accoglienti per chi vi è nato e cresciuto, trasformandosi in scenografie vuote private dei loro luoghi d’incontro primari.

Questa mappatura è il risultato di tre intense giornate di workshop e ricerca sul campo presso Kora, un centro culturale nato in un luogo pubblico e in una comunità di circa tremila abitanti a Castrignano de’ Greci, nate dalla collaborazione tra Scomodo e Pazlab. In questo spazio di rigenerazione, abbiamo incontrato sindaci, associazioni e residenti che ci hanno restituito una “mappa emotiva” complessa, che intendiamo rappresentare come un organismo vivo e in continua evoluzione attraverso la mappa online presente nel link in cui chiunque può aggiungere cinema salentini conosciuti. Abbiamo scoperto l’esistenza di cinema abbandonati due volte: fisicamente, nel loro degrado architettonico, e simbolicamente, nell’oblio della memoria collettiva. Molti di questi luoghi sono dei veri e propri fantasmi urbani: non sono presenti informazioni in rete, non esistono archivi digitali e il loro ricordo sta svanendo insieme alle generazioni che li hanno frequentati. L’articolo che segue è la sintesi editoriale di questo percorso, un viaggio tra quello che abbiamo visitato e i racconti che abbiamo ascoltato.

Abbiamo inoltre raccolto testimonianze dirette e memorie attraverso il questionario qualitativo “Dove Guardi”, chiedendo alle persone di restituirci i frammenti di un passato fatto di ritualità e visione collettiva, per provare a immaginare quale futuro possa ancora scorrere su quegli schermi ormai bianchi.
La geografia delle cicatrici
L’indagine si sposta nelle viscere di una provincia che ha smesso di proiettare, ma non di ricordare. Attraverso le lenti del censimento qualitativo, emerge una costellazione di strutture identificate in diversi comuni: un reticolo che comprende centri come Lecce, Castrignano de’ Greci, Melendugno, Galatina, Maglie, Specchia, Ruffano, Corigliano d’Otranto, San Cassiano, Nociglia, Carpignano Salentino, Martano, Presicce-Acquarica, Parabita e molti altri. Nonostante lo stato di conservazione, nel questionario sia descritto quasi uniformemente come “abbandonato” o “in disuso”, con picchi di degrado “pericolante”, la mappatura restituisce un’immagine vibrante di quello che questi luoghi rappresentavano per il tessuto sociale. I dati estratti dal modulo “Dove Guardi” non parlano di semplici edifici, ma di autentiche “piazze coperte” dove la comunità si riconosceva. Per la maggior parte dei partecipanti, questi spazi erano “fondamentali” o “molto importanti” per la vita del paese, agendo come unici veri centri di aggregazione culturale prima che l’oblio ne sbarrasse le porte.



Le testimonianze raccolte sono frammenti di vita e non fredde statistiche. Ad Alessano, il Cinema Arcobaleno (chiuso da oltre 20 anni) custodisce una leggenda che sa di realismo magico: «So che è stato proiettato un film di Fellini in anteprima solo lì e poi è stato ritirato dalla visione il giorno dopo, nessuno ha mai visto quel film se non nel cinema Arcobaleno di Alessano». Questo tipo di narrazione trasforma un rudere in un tempio della rarità culturale, un luogo dove l’impossibile diventava cronaca locale. Al contrario, a Lecce, il ricordo del Cinema Santa Lucia è intriso di una malinconia più concreta: «Ci lavorava mio zio», scrive un partecipante, ricordando un edificio che oggi non esiste più, sostituito da un palazzo moderno sul cui terreno è stato cancellato un pezzo di storia collettiva. In piccoli centri come San Cesario di Lecce, le tracce del passato riemergono in ricordi minimi ma vividi legati al Cinema Gigante, descritto attraverso «una piccola visita quando frequentavo le scuole medie», a testimonianza di come queste sale fossero le tappe obbligate dei primi percorsi di autonomia giovanile sul territorio.



A Parabita, il racconto si faceva già allora tattile attraverso le parole del sindaco Stefano Prete, che descrive il Cinema Spinelli (risalente agli anni ’20) come uno scrigno di dettagli d’epoca: «Queste maschere e plafoniere intorno… sedie non più a norma ma non si buttano». Il sindaco sottolinea come la chiusura di questi spazi abbia spezzato una “ritualità del weekend” che era linfa per il borgo: il ritorno a casa la domenica pomeriggio prevedeva la tappa al cinema, un gesto che ravvivava l’intera vita cittadina e che oggi è stato sostituito dal silenzio. Questa percezione di perdita non è limitata a chi ha vissuto gli anni d’oro della pellicola; è una ferita che attraversa le generazioni. Luca, un partecipante, racconta con amarezza la scoperta dello scollamento culturale dei suoi cugini più piccoli: alla domanda se fossero mai stati al cinema, la risposta è stata un secco «No, mai», un “grado zero” dell’esperienza collettiva che sottolinea come, per le nuove generazioni salentine, la sala sia diventata un’astrazione, un non-luogo di cui non possiedono nemmeno il ricordo. Per questi bambini, privati della fisicità di una sala di prossimità, il cinema si è ridotto a una miniatura dentro uno schermo piatto o a un catalogo digitale da scorrere distrattamente su una piattaforma di streaming, escludendo l’emozione comunitaria del buio condiviso.

I dati evidenziano una spaccatura tra il desiderio di recupero e la nostalgia fine a se stessa. Quando abbiamo chiesto se questi spazi debbano necessariamente riaprire come cinema, la risposta della comunità è stata una virata decisa verso la polifunzionalità. Il Salento di oggi non chiede solo film, ma “luoghi fisici dove stare insieme senza dover consumare”, una necessità definita “fondamentale” dalla stragrande maggioranza degli intervistati in un mondo sempre più mediato dal digitale. Le visioni per il futuro includono la nascita di centri culturali integrati, luoghi polivalenti di aggregazione sociale e spazi d’avanguardia pronti ad accogliere la video arte. Il paradosso di questo vuoto salentino è che la domanda culturale non è affatto spenta. Mentre le sale fisiche marciscono, un’ampia indagine internazionale “Moviegoing Trends & Insights” condotta da Fandango all’inizio del 2026 su oltre 7.000 individui smentisce il mito dell’isolamento giovanile: l’87% della generazione z ha frequentato regolarmente il cinema nell’ultimo anno. Per i più giovani la sala è un atto sociale imprescindibile, un rito collettivo fuori casa che cerca l’esperienza condivisa. In questo senso, mappare i cinema non è solo un esercizio di memoria, ma un atto politico di pianificazione del futuro: significa riconoscere che sotto la polvere delle vecchie maschere del cinema Spinelli batte ancora il cuore di una comunità che aspetta solo un motivo valido per tornare a sedersi insieme al buio.
L'eclissi demografica: quando lo spopolamento spegne gli schermi
Il collasso strutturale delle sale cinematografiche salentine non può essere compreso isolandolo dal contesto socio-demografico più ampio: esso è l’effetto visibile, la spia luminosa di una crisi sotterranea e silenziosa che sta svuotando l’entroterra della penisola. I dati ISTAT analizzati ed elaborati evidenziano una tendenza drammatica e inesorabile a livello provinciale. Nella sola provincia di Lecce, la popolazione residente complessiva ha subito una contrazione costante, passando dai 786.408 abitanti registrati nel 2019 ai 764.491 rilevati alla fine del 2025. Questo significa che il territorio ha perso più di 20.000 residenti in appena sette anni, un decremento demografico che erode sistematicamente la massa critica necessaria a sostenere le attività culturali di prossimità. Guardando ai singoli centri storici che ospitano le sale mappate dal progetto, il fenomeno assume i contorni di una vera e propria emorragia della forza vitale: Alessano è sceso da 6.352 a 5.989 residenti, Specchia è passata da 5.341 a 4.500 abitanti, e la stessa Parabita ha visto la sua popolazione ridursi costantemente fino a scendere sotto la soglia critica dei novemila abitanti.
Quasi mai la morte sociale dei piccoli paesi è una tragedia improvvisa e rumorosa; è invece un processo lento, molecolare, che procede per sottrazioni quotidiane. Un’attività commerciale che abbassa definitivamente la serranda, una scuola primaria che perde una classe ogni anno a causa della denatalità, un cinema di paese che riduce la programmazione eliminando i giorni feriali, poi la domenica, fino a spegnersi del tutto. I paesi non muoiono davvero quando le case si svuotano fisicamente, ma quando la gente non ha più un motivo sociale valido per uscire di casa, quando l’incontro con l’altro si trasforma da rito quotidiano in evento straordinario. Questo spopolamento è alimentato da una duplice forza distruttiva che colpisce le regioni meridionali. Da un lato, l’invecchiamento progressivo della popolazione residente, con un tasso di natalità che in Puglia ha toccato il suo minimo storico registrando appena 25.591 nati totali su base regionale e un’età media che continua a innalzarsi costantemente verso i 47 anni.
Dall’altro lato, assistiamo a un flusso migratorio giovanile verso il Centro-Nord e l’estero che il Rapporto SVIMEZ definisce come una vera e propria crisi di capitale umano. Oltre 116.000 persone lasciano il Mezzogiorno ogni anno, e più del 73% di questa forza migratoria è costituita da giovani di età compresa tra i 20 e i 34 anni, spesso in possesso di titoli di studio elevati. Chi resta si trova a vivere in un territorio a doppia velocità, dove i centri storici vengono progressivamente svuotati dei servizi essenziali per essere “mangiati” da una turistificazione stagionale e predatoria. I borghi salentini vengono progressivamente ridisegnati per essere accoglienti e appetibili per i visitatori estivi, trasformandosi in splendide ma vuote cartoline ad uso e consumo del mercato globale, e diventando al contempo sempre meno vivibili per chi vi è nato, cresciuto e vorrebbe semplicemente abitarci dodici mesi all’anno.
Di fronte a questa desertificazione, l’idea stessa di rigenerazione urbana deve cambiare radicalmente paradigma, superando la logica effimera dell’evento turistico per rimettere al centro la stabilità della residenza. Come sottolineato da Paolo Paticchio, vicesindaco di Castrignano De’ Greci e dalle riflessioni teoriche emerse durante i laboratori a Kora, non si può pensare ai piccoli comuni salentini come a entità isolate e sperdute tra i campi; il Salento deve essere concepito e governato come un’unica, grande «città metropolitana diffusa», una rete interconnessa di borghi vicinissimi tra loro che condividono bisogni, infrastrutture, fragilità logistiche e destini. In questa prospettiva, la riattivazione delle ex sale cinematografiche abbandonate cessa di essere un’operazione nostalgica o un lusso architettonico per trasformarsi in un’azione politica di autodifesa culturale e demografica. Un paese senza spazi pubblici di aggregazione gratuiti e accessibili è un paese che rinuncia a produrre la propria idea di futuro, condannando i propri abitanti all’isolamento digitale o alla fuga logistica. Riaprire un cinema, allora, non significa semplicemente restaurare un immobile, ma abilitare un presidio sociale permanente che restituisca ai giovani un motivo concreto per restare e ai non-residenti una ragione valida per tornare, offrendo una resistenza culturale strutturata allo spopolamento, rivendicando il diritto alla prossimità sociale.
Laboratorio di futuro: i casi di Parabita e Corigliano d'Otranto


Se la mappatura qualitativa ci ha restituito il “sentire” della comunità e i dati demografici hanno tracciato il perimetro della crisi, i casi studio di Parabita e Corigliano d’Otranto rappresentano le due facce di una stessa medaglia: la lotta per trasformare un “vuoto” urbano in un “pieno” sociale. Non sono semplici edifici: sono i termometri della volontà politica di un territorio che non vuole rassegnarsi a diventare un museo del passato. A Parabita, l’esperienza del Cinema Spinelli (noto storicamente anche come Cinema Spinelli-Paoli) è emblematica di una strategia che cerca di coniugare la conservazione della memoria con l’innovazione dei linguaggi contemporanei. Acquistato dall’amministrazione comunale con un investimento iniziale di circa 300.000 euro di fondi propri, l’immobile è al centro di un piano di rigenerazione totale dal valore complessivo stimato di due milioni di euro. Entrare oggi in quella sala significa immergersi in un’atmosfera degli anni ’20, dove il tempo sembra essersi cristallizzato tra «maschere e plafoniere» che adornano le pareti, testimoni di un’epoca in cui la cinematografia era vissuta come una missione di civiltà. Ma a colpire sono soprattutto i vecchi camerini degli artisti sul retro: l’apparato restituisce la presenza di oggetti d’uso quotidiano rimasti intatti, come cicche di sigarette nei posacenere, appunti di scena e penne lasciate sui tavoli, che comunicano l’impressione drammatica di una «fuga improvvisa» della vita culturale piuttosto che di un lento e programmato abbandono.

L’orizzonte temporale fissato dall’amministrazione comunale delinea una precisa tabella di marcia: la definizione della progettazione esecutiva avverrà nel corso del 2026, la ricerca dei finanziamenti e l’iter burocratico-amministrativo impegneranno il 2027, con l’obiettivo di avviare concretamente il cantiere d’intervento nel 2028. Il sindaco Stefano Prete non nasconde la complessità dell’operazione: le vecchie sedie di legno, seppur non più a norma per i moderni standard di sicurezza, «sono state conservate gelosamente perché non sono semplici arredi, ma parte integrante di un patrimonio che non si può e non si deve buttare». La visione per il futuro dello Spinelli, però, rompe con la nostalgia statica. Il progetto prevede una rifunzionalizzazione radicale: la platea tradizionale è destinata a scomparire per lasciare spazio a un ambiente flessibile, capace di ospitare video-arte, design e installazioni multimediali. «Immaginiamo una diffusione della cinematografia che vada oltre la sedia fissa», spiega il sindaco, sottolineando come la prima base “teaser” di questa nuova vita sarà presentata già il prossimo 10 ottobre con la proiezione di contenuti di video-arte nello spazio storicamente dedicato ai manifesti. Qui, il cinema non torna a essere “solo” un cinema, ma evolve in un hub di comunità. Per contrastare l’inverno demografico, l’amministrazione ha persino istituito un Assessorato specifico per i “parabitani non parabitani“, una delega innovativa mirata a intercettare i flussi migratori di ritorno e i nomadi digitali, offrendo loro infrastrutture culturali per evitare l’effetto di molte opere pubbliche del passato in cui, una volta tagliato il nastro, tutto va in malora per mancanza di gestione.

Spostandoci a pochi chilometri di distanza, il caso del SuperCinema di Corigliano d’Otranto offre una prospettiva diversa, più orientata alla “monumentalizzazione dell’abbandono”. Chiuso definitivamente dal 2008, il SuperCinema è un gigante ferito nel cuore del paese. Per generazioni di residenti, quella sala ha rappresentato il palcoscenico dei ricordi collettivi più intimi, evocando nelle risposte al questionario i «veglioncini di carnevale» d’infanzia o i classici film domenicali. Nonostante sia un edificio sottoposto a vincolo storico e architettonico, la sua riapertura è frenata da una burocrazia asfissiante e da costi di gestione che i piccoli comuni faticano a sostenere da soli. In questo caso, il cinema diventa il simbolo di una bellezza “congelata”: un luogo prezioso, ma che nessuno riesce a riabitare. La sfida del SuperCinema non è solo architettonica, ma politica: Il Comune di Corigliano d’Otranto, nell’ambito della propria strategia di valorizzazione del patrimonio culturale, ha avviato un percorso di partecipazione e collaborazione per definire in modo condiviso la proposta culturale e il piano di gestione del SuperCinema. L’obiettivo è costruire insieme alla comunità il progetto da candidare all’Avviso regionale “Luoghi di cultura pubblici non statali” – Azione 8.7.1 del PR Puglia FESR-FSE+ 2021–2027.


Questi due casi studio dimostrano che il recupero non è un processo uniforme. Se a Parabita si punta sulla flessibilità strutturale, sulla video-arte e sulle collaborazioni artistiche internazionali per attrarre anche la generazione z, a Corigliano si combatte per la sopravvivenza stessa della struttura contro il tempo e l’usura burocratica. Entrambi i percorsi, però, confermano quanto emerso nel sondaggio “Dove Guardi”: la necessità assoluta di spazi di aggregazione che rendano il paese più attrattivo per chi è rimasto e per chi vorrebbe tornare. La rigenerazione di questi spazi non è un lusso, ma un’azione di difesa civile contro lo spopolamento. Se il cinema di un borgo resta chiuso, quel borgo perde la sua capacità di generare sogni collettivi, riducendosi a una fredda somma di appartamenti privati e stanze d’albergo per turisti mordi e fuggi.
I cinema salveranno i paesi? Assolutamente no, ma i paesi che sopravviveranno saranno quelli che avranno saputo tenere aperto qualche spazio di comunità. Il cinema può essere uno di questi. Non l’unico, non il più importante, ma uno dei tanti presidi sociali che dovrebbero animare un paese. Se invece il paese fosse destinato a scomparire? Allora forse l’unica cosa che resta è documentare, raccontare, lasciare traccia. Anche questo è un modo per non far morire del tutto ciò che è stato. Noi abbiamo iniziato a farlo, non come rassegnato requiem per un mondo che svanisce, ma come mappa di orientamento per la comunità che verrà.



