Alle foci dei fiumi siciliani, e non solo, si continuano a perpetuare danni sull’ambiente: è questo quello che diverse organizzazioni ambientaliste come Legambiente e una sanzione pecuniaria da parte della Corte di giustizia europea raccontano. Parliamo di inquinamento chimico, di cui si parla meno rispetto a quello della plastica o del petrolio ma che insieme a questi ultimi sta portando alla distruzione di ecosistemi e che ha impatti sulla nostra salute.
Grazie al lavoro del progetto Goletta Verde, lanciato da Legambiente, è stato possibile fare un quadro dell’inquinamento delle acque costiere italiane. Nell’estate del 2025 sono stati effettuati 388 campionamenti in acque costiere e lacustri e il bilancio è di 1 campione su 3 oltre i limiti di legge, risultato in linea con quanto osservato l’anno scorso e in crescita rispetto al 2022.
Tra le regioni con un numero maggiore di siti inquinati si trovano Toscana (60%), Campania e Liguria (52%) e Lazio (50%). Tra le isole, la Sicilia risulta avere i siti più inquinati con 11 siti su 25 (44%) oltre il limite di legge, di cui 2 punti sono risultati inquinati e 9 fortemente inquinati.
Tutto questo non è passato inosservato e per questo motivo la Corte di Giustizia Europea ha sanzionato l’Italia per mancato rispetto della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. A marzo del 2025 è arrivata infatti una multa per l’Italia da 10 milioni di euro più penalità aggiuntive superiori ai 13 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’adeguamento degli impianti. La sanzione, in particolare, è dovuta all’inadempienza delle misure necessarie per il trattamento delle acque reflue in 5 agglomerati urbani del Paese; tra queste 4 sono in Sicilia: Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini, Trappeto. (vedi mappa)
Questa misura arriva dopo che già nel 2014 la Corte di giustizia aveva dichiarato che l’Italia non aveva dato esecuzione alla direttiva in tutto il suo territorio, nella misura in cui, in 41 agglomerati, le acque reflue urbane non erano correttamente raccolte né trattate.
Il problema dell’inquinamento da acque di scarico rientra all’interno dell’inquinamento chimico, dovuto allo smaltimento di acque contenenti numerosi agenti inquinanti provenienti da processi industriali o pratiche agricole in cui vengono utilizzati fertilizzanti chimici o con il rilascio dei reflui degli allevamenti, ricchi di composti organici.
Il loro effetto sull’ambiente è particolarmente complesso, poiché le sostanze nocive contenute possono interagire tra loro, amplificando reciprocamente la propria tossicità e causando danni superiori alla semplice somma degli effetti individuali.
Tra mancanze strutturali e responsabilità collettive
Una delle principali cause di inquinamento e danno ambientale in Sicilia è la cattiva gestione della depurazione delle acque reflue e degli scarichi in mare.
Secondo la normativa in vigore uno scarico è (art. 74 del D.Lgs. 152/2006): «qualsiasi immissione effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione».
I pilastri su cui si basa la regolamentazione degli scarichi sono l’obbligo di autorizzazione e il rispetto dei limiti di emissione, fissati in funzione degli obiettivi di qualità dei corpi idrici. Risulta inoltre di fondamentale importanza l’adeguamento dei sistemi di fognatura, collettamento e depurazione degli scarichi nell’ambito del servizio idrico integrato.
Nell’Isola sono presenti oltre 460 impianti di depurazione, ma solo circa 380 risultano formalmente attivi e, tra questi, meno del 20% è in possesso di un’autorizzazione allo scarico pienamente valida. Inoltre, molti impianti attivi sono obsoleti, sottodimensionati o funzionano in modo discontinuo, risultando incapaci di trattare adeguatamente i reflui urbani e industriali. Secondo i dati dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente), complessivamente solo circa il 60–61% della popolazione siciliana è servita da un sistema di depurazione efficiente, una percentuale inferiore alla media nazionale e insufficiente a garantire una reale tutela dei corpi idrici superficiali e delle acque marine.
A peggiorare ulteriormente il quadro contribuisce il fenomeno dell’abusivismo edilizio, particolarmente diffuso lungo le coste. La Sicilia è tra le regioni italiane con il più alto numero di costruzioni abusive, molte delle quali non sono allacciate alle reti fognarie pubbliche. In questi casi, i reflui domestici vengono smaltiti tramite scarichi diretti o sistemi improvvisati, aumentando il carico inquinante delle acque costiere. Secondo i dati elaborati nel report Mare Monstrum di Legambiente, una parte significativa degli sversamenti irregolari in mare è collegata proprio a edifici privi di collegamento a impianti di depurazione.
Come dichiarato sul sito di ARPA Sicilia «La regione Sicilia sconta forti ritardi nel settore della depurazione a causa di impianti di depurazione rimasti incompleti, mai attivati o divenuti nel tempo sottodimensionati o tecnologicamente vetusti. Le necessarie opere di manutenzione straordinaria e di completamento necessitano di un intervento di tipo strutturale. Al momento, la Regione Siciliana continua a non rispettare le Direttive europee di settore ed è, quindi, coinvolta in 3 procedure di infrazione.»
In Sicilia le normative risultano quindi spesso disattese a causa di ritardi amministrativi, carenze strutturali e controlli insufficienti. Il risultato è un inquinamento diffuso che danneggia l’ambiente marino, mette a rischio la salute pubblica e compromette settori economici fondamentali come il turismo e la pesca.
La geografia di un disastro ambientale
Provincia di Agrigento: dei tre punti costieri campionati, due foci risultano inquinate. Provincia di Palermo: i cinque campioni del mare sono entro i limiti, i tre campioni delle foci risultano fortemente inquinati. Provincia di Ragusa: un solo campione, è inquinato. Provincia di Trapani e Catania: diversi punti fortemente inquinati. Questo è il tratteggio della critica situazione delle acque dell’isola siciliana, restituito dalle analisi di Goletta Verde dell’estate 2025. «Monitorare tutta la costa siciliana è abbastanza complesso, perché la Sicilia è la regione con più coste in assoluto in Italia, anche a livello interno (fiumi e laghi)», ci spiega Aurelio Sanguinetti di Legambiente Palermo, «per queste difficoltà geografiche e di chilometraggio, non riusciamo a monitorare tutta la costa della regione e preferiamo scegliere per provincia alcuni siti di maggiore interesse in cui facciamo le nostre analisi e valutazioni».
Il tratteggio di questo monitoraggio delinea ulteriormente la geografia di un disastro ambientale storico, cronico, per alcuni punti, che coinvolge tutta la regione, seppur in maniera disomogenea. Una geografia di diverse conformazioni, quante sono le cause dell’inquinamento. Tra queste spicca certamente la difficoltà diffusa e strutturale della depurazione delle acque specialmente di origine contadina e urbana, ma non è la sola.
Le “dune di plastica” sono, ad esempio, le conformazioni dell’inquinamento della “fascia trasformata” della costa ragusana, da Acate a Pachino, così nota a causa dell’intensiva coltivazione in serra che ha alterato il paesaggio. Purtroppo, l’inquinamento da plastiche e microplastiche non si limita solo a questo «profondo disagio legato allo smaltimento di plastica derivante dal settore dell’agricoltura» come ci rivela Dario Scalia, vice referente della regione Sicilia per Plastic Free – organizzazione di volontariato apartitica, indipendente e senza scopo di lucro, dal 2019 impegnata nella salvaguardia del pianeta dall’inquinamento da plastica. Tra i rifiuti raccolti dall’associazione nelle zone costiere, più della metà provengono dal settore della pesca, ma numerosi sono anche i rifiuti più comuni – bottigliette, buste – provenienti da territori prossimi e lontani. Sono poi stati individuati, in prossimità dei porticcioli, anche dei fusti, sia in latta che in plastica, di olio esausto, usato per il motore dei pescherecci, altamente impattante sull’ecosistema marino. «I mezzi di trasporto dei pescherecci locali spesso effettuano il tagliando dei motori quando le barche sono in movimento, quindi scaricano l’olio in acqua e rimettono il nuovo» ci spiega il vice referente «in questo modo risparmiano sui costi, altrimenti dovrebbero tornare a terra ogni volta».
Spesso le coste soffrono poi di un ulteriore inquinamento proveniente da fonti più specifiche, dovuto alla presenza di aziende, gassificatori o impianti industriali petroliferi, come nel caso del polo petrolchimico di Siracusa, tristamente noto per i suoi sversamenti altamente inquinanti.
I dati, i monitoraggi, si fanno portavoce delle continue e numerose denunce delle comunità locali, delle persone che vivono nella geografia di questo disastro ambientale, che, nonostante tutto, amano questo luogo geografico. Le loro denunce troppo spesso rimangono senza una risposta risolutiva istituzionale, un silenzio che alimenta lo sconforto.
Intanto, un articolo pubblicato su Nature Medicine nel febbraio 2025 ha rilevato un’accumulazione crescente di nanoplastiche nel tessuto cerebrale umano negli ultimi otto anni, individuando casi in cui la presenza di plastica era pari allo 0,5 % dell’intera massa di tessuto cerebrale analizzato: l’equivalente, a livello macroscopico, di un cucchiaino. Questi dati hanno fatto emergere l’urgenza di condurre ricerche più approfondite, come quelle guidate dal professore Ennio Tasciotti, direttore del comitato scientifico di Plastic Free, che mirano a capire in che modo le nanoplastiche riescono a superare la barriera ematoencefalica e ad analizzare gli effetti che queste particelle hanno sul funzionamento dei neuroni, indagando la relazione tra la loro presenza nel cervello e lo sviluppo di processi infiammatori alla base di patologie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson. Per essere pienamente operativa, quest’attività di ricerca necessita di 100mila euro, soglia che si sta cercando di raggiungere attraverso una raccolta fondi. Oltre al sostegno morale, c’è sempre bisogno di un contributo economico a ricercatori e dottorandi.
Ridisegnare la propria geografia ambientale sembra un percorso ancora lungo, ma è già avviato. Sanguinetti riconosce una «sempre maggiore volontà da parte dei cittadini di tutelare la costa, di combattere contro l’inquinamento» proveniente da «una maggiore consapevolezza e crediamo che questa sia dovuta ai movimenti globali come Fridays for Future o Greenpeace». Anche Fabio Pipitone, referente di Plastic Free, ha un messaggio di speranza: sempre più comuni in Sicilia si candidano al Comuni Plastic Free, concorso indetto dall’associazione con il patrocinio del Parlamento Europeo, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, volto all’intesa e all’accompagnamento dei comuni più virtuosi nel percorso verso una gestione ambientale più sostenibile dei centri urbani attraverso un sostegno economico di 300mila euro a fondo perduto da investire in tecnologie e misure di prevenzione.
Lo sconforto c’è, ma non ferma la rabbia, l’amore verso il proprio territorio, le persone che lo abitano e abiteranno. Così le denunce continuano, una domanda di giustizia, di speranza e di futuro. Futuro, quello che le nuove generazioni hanno spaventosamente davanti, un fardello che sembra ancora più pesante quando si cresce in questa geografia, ma di cui i giovani si fanno carico: «I bambini delle elementari sono i più sensibili e vedono l’impegno per l’ambiente come una missione, a volte sollecitano gli adulti a essere più attenti», evidenzia Pipitone. «Da piccoli noi avevamo nelle aule e nei corridoi cartelloni contro la mafia perché era un periodo particolarmente critico in cui si denunciavano le stragi e si cercava di cambiare la mentalità delle nuove generazioni siciliane» ci racconta Dario Scalia, 35 anni, «oggi i cartelloni e i progetti scolastici raccontano soprattutto il cambiamento climatico. (…) I ragazzi si preoccupano molto per l’ambiente e per il loro futuro perché ne colgono il legame imprescindibile».
In seguito alla tragedia provocata dal ciclone Harry tra il 19 e il 21 gennaio 2026, nel messinese da Giardini-Naxos a Roccalumera la situazione degli impianti fognari è ancora più preoccupante: molti collettori posti sul lungomare sono stati distrutti e dunque le acque reflue, anziché essere convogliate verso i depuratori, sono state riversate in mare. Il violento disastro idrogeologico delle scorse settimane è solo la punta dell’iceberg, ma ci sono cause remote e problemi strutturali che vanno ben oltre le responsabilità dei siciliani, l’abusivismo edilizio e l’imprevedibilità di certi fenomeni naturali. Ancora una volta è stato recuperato lo stereotipo del Sud corrotto e irrimediabilmente refrattario a leggi, regole e morale. Eppure l’inquinamento e il cambiamento climatico sono problemi collettivi, che necessitano di interventi plurali, sistematici e nel caso italiano, tanto regionali quanto nazionali. Piuttosto che considerare il ciclone Harry come rara avis, la catastrofe che ha provocato dovrebbe risvegliare la coscienza civile e politica della Sicilia e di tutta la penisola italiana, entrando in un’ottica di prevenzione e sensibilizzazione.
