Parla come mangi

Questo articolo parla di:

Nelle campagne pubblicitarie di fast-food, ristoranti e aziende produttrici veniamo inondati da diciture come «carne 100% italiana», «prosciutto DOP», «polli allevati a terra», e così via. 

Cosa si nasconde dietro a tutte queste parole? Cosa ci comunicano sul cibo che stiamo per comprare e consumare?

 

Si tratta di formule consolidate ma spesso un po’ stantie, che ci vengono propinate dall’alto della loro inattaccabilità e ci ripetiamo come delle sorte di mantra, nella convinzione che possano bastare, da sole, a certificare una presunta e insindacabile eccellenza della materia prima – e insieme, magari, giustificare l’uccisione di miliardi di vite ogni anno.

C’è da dire che questo tipo di comunicazione ci ha abituati a una distorsione nella percezione della realtà, a separare l’alimento che abbiamo davanti agli occhi – il petto di pollo sul nostro piatto, la fetta di prosciutto dentro al nostro panino o il filetto di merluzzo comprato nel banco frigo del supermercato – dalla vita che lo animava. Dall’animale che ci ha fornito quel pezzetto di sé. 

Il marketing agisce in questo modo: quando guardiamo la pubblicità del nuovo panino sponsorizzato sui social non pensiamo direttamente all’animale che è stato sfruttato per ottenere quel cibo. O, quando questo accade, è perché ci viene presentata una simpatica mascotte a forma di maiale, o una locandina che raffigura una mucca serena e pascolante, lasciandoci intendere, nel migliore dei casi, di trovarci di fronte a prodotti provenienti da allevamenti contenuti e altamente controllati.

Del resto, è indicativo il fatto che, da un punto di vista meramente linguistico, in inglese si parli di pork anziché pig, o di beef in luogo di cow: come a rimarcare la distanza concettuale che si vuole mantenere tra l’animale e la sua carne, ovvero un oggetto che non dovrebbe avere nulla a che vedere con la vita. Si viene così a creare un cortocircuito tra significante e significato, tale per cui una particolare accortezza linguistica è in grado di modificare il modo in cui intendiamo il cibo e come ci rapportiamo con esso.

 

Il peso di tutte queste parole associate al mondo dell’alimentazione si converte in un impatto sull’ambiente concreto e tangibile, che ci ha portati, come società, a destinare all’agricoltura circa la metà delle terre abitabili del pianeta. L’80% di queste è rivolta all’industria zootecnica, responsabile dell’emissione di una percentuale che oscilla tra il 12 e il 14,5% di gas serra, e del macello, ogni anno, di quasi 90 miliardi di animali.

In questo quadro si inserisce il tema degli allevamenti industriali e intensivi, realtà in cui gli animali si trovano confinati in spazi minuscoli, ammassati in gabbie sovraffollate e in condizioni igieniche critiche tali da favorire, tra le altre cose, il proliferare di malattie, gravi disturbi comportamentali e pratiche come il cannibalismo.  Si stima che questi allevamenti ospitino circa ¾ del bestiame che viene allevato in tutto il mondo, e che siano responsabili di circa l’80% della carne consumata dagli Italiani. Questo significa, statisticamente parlando, che anche la scottona acquistata al supermercato di fiducia – quella sulla cui confezione leggiamo la rassicurante dicitura «carne 100% italiana» – è probabilmente stata realizzata attraverso metodi intensivi di produzione.

Ne consegue la necessità di ridefinire il concetto di “eccellenza culinaria”. Inchieste come Che porci!, realizzata da Giulia Innocenzi per Report, hanno rivelato come il marchio DOP associato a prodotti quali il prestigiosissimo Prosciutto di Parma possa essere legato a doppio filo alle realtà degli allevamenti intensivi. La denominazione di origine protetta ha la funzione di certificare che tutte le fasi di produzione di un dato alimento siano avvenute in una precisa area geografica e secondo precise regole produttive, ragion per cui è tradizionalmente considerato sinonimo di un’elevata qualità. Ma il massiccio lavoro investigativo degli ultimi anni ci insegna che i controlli sono spesso imparziali, facilmente aggirabili o manipolabili: i casi di animali filmati in condizione di grave malattia, intossicati, a contatto con topi, maltrattati o semplicemente morti e lasciati abbandonati in mezzo ai loro simili, possono improvvisamente sparire quando entrano in scena gli ispettori.  

 

Il tema interessa da vicino anche l’industria ittica. La produzione mondiale di pesce, molluschi e crostacei si aggira attorno ai 220 milioni di tonnellate ogni anno, più della metà delle quali proviene dall’acquacoltura.

Se il tema del sovraffollamento risulta urgentemente drammatico quando si parla di allevamenti terrestri, nel settore dell’acquacoltura questo raggiunge dimensioni fuori scala. La differenza rispetto a maiali, mucche, polli ed altri animali di terra è che negli allevamenti di pesce il confine tra intensivo e non-intensivo è reso ancora più labile. Questi allevamenti sono, per forza di cose, sommersi, e per questo naturalmente lontani dall’occhio umano: la nostra immaginazione tende a non soffermarsi sul fatto che possano esistere, sparsi sotto tutta la superficie acquatica del mondo, enormi reti e gabbie ospitanti centinaia di migliaia di pesci, costretti a nuotare in totale cattività in uno spazio che è tutto fuorché naturale. E poi ci sono gli antibiotici, strumenti necessari per arginare il rischio di infezioni e malattie, e inevitabilmente in grado di compromettere la salute del consumatore finale, ovvero chi alla fine si ciba di questi animali.

Un certo tipo di retorica spinge sull’idea che questo modello industriale sia l’unica soluzione contro la pesca estrema, facendo prepotentemente leva su espressioni come “alternativa sostenibile”. Ma la realtà è che “sostenibilità” è una parola forte, densamente carica di significato e fin troppo spesso sfruttata, decontestualizzata e desemantizzata dalla nostra società iper-capitalista. Un termine in grado di ripulire l’immagine di realtà altamente inquinanti e dispendiose da sostenere, nascondendo, all’occorrenza, le evidenti contraddizioni che sistemi di questo tipo si trascinano dietro. Basti pensare che, nonostante i dati in calo negli ultimi anni, il pesce allevato continua ad essere alimentato in parte da pesce selvatico, e cioè dalla pesca: nel 2021 l’11% del pesce selvatico catturato – circa 13 milioni di tonnellate sulle 109 totali catturate – veniva impiegato come mangime nell’acquacultura. Resta il fatto che, per produrre in media 1 kg di tonno allevato, servono fino a 20kg di pesce trasformato in mangime

 

In sostanza, il risultato di questo modello industriale applicato alla produzione di carne e pesce, coadiuvato da altrettanto martellanti campagne marketing, è che un hamburger ci viene raccontato come una sottospecie di prodotto in serie, al pari – a seconda del caso – di un telefono o di un capo d’abbigliamento a basso costo: un semplice oggetto di consumo, di cui possiamo usufruire in maniera illimitata e incondizionata.

di Ulisse Cavallari (Ulisse Cavallari)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Articoli Correlati

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

🎙️ Modalità di trattamento dei dati

La tua voce verrà trascritta automaticamente. Un membro del nostro team verificherà e correggerà la trascrizione per eliminare ogni possibile riferimento personale.

Il file audio verrà cancellato subito dopo la trascrizione.

Conserveremo solo il testo anonimizzato della trascrizione, l’anno di nascita e la regione di residenza, che ti chiediamo terminata la registrazione degli audio.

📋 Quali dati trattiamo

Conserviamo solo dati anonimi. Il tuo audio viene trascritto e se menzioni luoghi o persone specifiche, queste informazioni vengono anonimizzate.

🛡️ Altre informazioni utili

I dati sono completamente anonimi: non sarà possibile modificarli o cancellarli dopo l’invio.

Conserveremo le trascrizioni solo per il tempo necessario alla ricerca, sempre in forma anonima.

📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com