Agricolture alternative in Brasile e Italia. Come (non) viene prodotto il nostro cibo

In che modo la produzione di cibo ha un impatto sulle politiche nazionali e globali e viceversa? Un racconto delle differenze tra l’approccio agricolo industriale e quello familiare, con un confronto tra il contesto italiano e quello brasiliano.

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Mangiamo tutti i giorni, più volte al giorno – in normali condizioni di pace e in assenza di carestie o violazioni di diritti umani – e ogni boccone deglutito si inserisce in una fitta trama di relazioni tra esseri umani e più che umani. Possiamo anche essere indifferenti rispetto alla storia che porta con sé un pezzo di pane, ma non per questo essa cessa di essere significativa, ovvero portatrice di senso. Per esempio, possiamo chiederci chi detiene la proprietà della terra in cui è cresciuto il grano che è stato utilizzata per realizzare quel pane. Le risposte possono variare. Le modalità di gestione della terra più conosciute sono le piccole proprietà a condizione familiare, le aziende di medie dimensioni e le grande aziende nazionali e internazionali, ma esistono anche tipi di proprietà che non sono connotate in modo esplicito dalla privatizzazione, come ad esempio le terre abbandonate, quelle la cui gestione è a cura dei comuni (come i boschi in cui si possono raccogliere funghi ed erbe selvatiche oppure cacciare selvaggina) e i progetti o le pratiche di collettivizzazione della terra all’interno di un gruppo più o meno ristretto di persone. Dei confini tracciati su delle mappe, dei limiti esplicitati da muri, reti e staccionate o anche delle semplici tracce tramandate di generazione in generazione determinano la fine di una terra e l’inizio di un’altra e ciascun tipo di proprietà porta con sé differenti presenze e relazioni, paesaggi e composizioni chimiche del suolo. La questione della proprietà è quindi intimamente legata a quella del cibo.

Agroecologia e agroindustria: approcci con motivazioni e conseguenze differenti

I diversi modi in  cui viene gestita la terra sono, a loro volta, in relazione tra loro, integrati uno all’altro nel “sistema mondo”. Gli elementi, i prodotti, le materie prime, viaggiano da un luogo all’altro tramite il commercio e lo scambio umano, ma non solo, contribuiscono a questi spostamenti anche gli insetti, gli escrementi, le acque e i venti. Affrontare questa complessità richiede attenzione e ascolto, qualcosa che può essere appreso, ma che può essere anche facilmente dimenticato. Parlare di cultura e di tradizione in una parte del pianeta, non ha lo stesso significato da un’altra parte. E anche all’interno dello stesso Paese la questione agricola può colorarsi di diverse sfumature: ritorno ai bei tempi antichi in stile fascista, “agende green” della sinistra liberale, lotte per la difesa di un territorio e autogestione come pratica di indipendenza. Il concetto di sovranità alimentare, in questi contesti, può riguardare dalla più piccola unità di persone riunite attorno ad un orto comunitario fino ad estendersi agli interessi di una intera nazione.
Ricorrendo alle definizioni di La Via Campesina, la coalizione globale di lavoratrici e lavoratori agricoli fondata nel 1993, si intende la sovranità alimentare come una pratica collettiva orientata a mantenere accesso alla terra, unendo responsabilità per le risorse naturali, accesso ai semi e controllo sui metodi di produzione nel rispetto delle culture (indigene e contadine), saperi tradizionali e alla diversità ecologica, culturale e sociale. Secondo le linee guida del Consiglio Nazionale per la Sicurezza Alimentare e Nutrizionale (CONSEA) del Brasile, la sovranità alimentare è il diritto dei popoli di definire le proprie politiche e strategie di produzione sostenibile, distribuzione e consumo alimentare, dando priorità all’autonomia locale, all’agroecologia e all’agricoltura familiare e garantendo un’alimentazione adeguata senza dipendere esclusivamente dal mercato globale. Considerando queste definizioni, è possibile interrogarsi sullo stato della sovranità alimentare di Brasile e Italia in relazione mettendo a confronto esperienze diverse in questi due Paesi.

Per capire meglio cosa si intende per agroecologia è utile citare un estratto del documento pubblicato dal collettivo “Cambiare il Campo!”. L’agroecologia a cui guardano le attiviste ha un “carattere fortemente trasformativo” e viene descritta come “un approccio multidimensionale che, pur muovendo dall’applicazione di principi ecologici alla produzione agricola e alla progettazione degli agroecosistemi, arriva in realtà a coinvolgere tutte le componenti dei sistemi alimentari (mercati, sistemi di conoscenza, processi economici, modelli di consumo, governance, ecc.)”.

L’alimentazione, dalla produzione al consumo, è un tema profondamente legato alla politica. Un esempio significativo è fornito dall’abolizione del CONSEA nel 2019, durante il governo di Jair Bolsonaro, con la conseguenza di ridurre uno dei principali canali di dialogo con la società civile sulla sicurezza alimentare. Nel frattempo, nel 2021, il comune di Roma istituisce il Consiglio del Cibo, una consulta (senza potere decisionale) che riunisce chi lavora nel campo della produzione e distribuzione alimentare con l’obiettivo di lavorare ad un “piano del cibo” per la capitale con particolare attenzione alla povertà alimentare.

Il cibo che mangiamo costruisce il contesto e il paesaggio in cui viviamo. Sistemi sociali e sistemi alimentare si costituiscono all’unisono – determinandosi a vicenda – e in questo presente produrre e consumare cibo è quasi impossibile senza presupporre un coinvolgimento parziale o totale dell’intero sistema globale estrattivista, dove i ruoli da protagonisti sono giocati dall’agroindustria, dalle monoculture intensive e dall’energia fossile. Inseguire un ideale di purezza – di cibo “incontaminato” – si può trasformare in un frustrante percorso fatto di contraddizioni irrisolvibili, più o meno consapevoli. Ma agire secondo risposte collettive a necessità individuali è una eventualità ancora percorribile.

"Cambiare il Campo", tavolo di lavoro, Roma, 2022

Produrre il cibo in modo alternativo

Le organizzazioni sociali indigene sono spesso esempi concreti di collettivizzazione della gestione di un territorio per il proprio fabbisogno alimentare. Queste esperienze, in un Paese come il Brasile, hanno la forza di risignificare la parola “estrattivismo”. Se, infatti, nel discorso occidentale il termine si utilizza per indicare un’azione predatoria e di accaparramento nei confronti delle “risorse naturali” da parte di aziende e governi, in Brasile sono dichiarate estrattive le pratiche e i territori indigeni, ovvero quei contesti in cui le comunità estraggono dalla selva frutti, ortaggi e animali allo scopo di nutrirsi.
Il Brasile, un paese dalle dimensioni continentali, ha contestualmente una vasta produzione agricola e si è affermato come grande produttore ed esportatore di materie prime. Non a caso i principali prodotti brasiliani esportati, in volume e valore, sono prodotti agricoli. Nel 2025 questa categoria rappresentava il 48,5% (169,2 miliardi di dollari) delle esportazioni totali. In questo scenario è possibile notare che l’occupazione della terra è direttamente associata all’agricoltura industriale: l’agricoltura familiare occupa, infatti, il 23% della superficie totale delle aziende agricole brasiliane (circa 81 milioni di ettari), ma rappresenta il 77% delle aziende agricole [fonte: Censo Agropecuário, 2017 dell’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística, ndr]. In altre parole, nel Paese esiste una forte concentrazione fondiaria.

Questa sproporzione è un retaggio storico del periodo coloniale ed è stata rafforzata dalle politiche di modernizzazione agricola del XX secolo che hanno privilegiato le grandi proprietà e incentivato le esportazioni. In questo modo, milioni di famiglie hanno avuto un accesso limitato alla terra a scapito dei grandi latifondisti. I movimenti sociali, come il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), sono protagonisti nella lotta per la democratizzazione fondiaria. Nei suoi quasi quarant’anni di vita, il movimento ha organizzato occupazioni, ha fatto pressione sullo Stato per l’espropriazione di terreni improduttivi e ha strutturato insediamenti in tutto il paese. Wyllian Torres, giornalista e membro del team del Progetto delle Unità di Produzione Agroecologica della COOPERAR (Cooperativa di Lavoro in Consulenza a Imprese Sociali negli Insediamenti della Riforma Agraria) a Maricá (Rio de Janeiro), ricorda dialogando con noi che “è impossibile parlare di sovranità alimentare senza riforma agraria”. Secondo Torres, finché la terra sarà concentrata e destinata principalmente alla produzione di materie prime, “non potremo garantire cibo sano, diversità produttiva e autonomia al popolo brasiliano”. La riforma agraria è quindi una condizione essenziale per la costruzione di un sistema alimentare sovrano – autonomo, territorializzato e autodeterminato – e per garantire la sicurezza dei piccoli agricoltori.

Il MST ha le sue radici tra il 1979 e il 1984 in Brasile, contestualmente al consolidamento del movimento indigeno. Nei mondi bianchi del Nord globale, la sensibilizzazione ecologica comincia negli anni ‘60 e si sviluppa in diversi approcci, stili di vita, metodologie agricole e contesti sociali. Mentre, da un punto di vista politico, l’Unione Europea regolamenta la problematica definizione di agricoltura biologica nel 1991. Nel frattempo, in Asia, America del Nord, Australia e Europa, a partire dagli anni ‘70 si sono consolidate pratiche comunitarie come quella delle Community-Supported Agriculture (CSA – agricoltura sostenuta dalla comunità). Le CSA nascono dalla necessità e dal desiderio di organizzare in modo comunitario e dal basso l’approvvigionamento di ortaggi, frutta e cereali. In questo modello, che unisce la gestione collettiva di un terreno alla pianificazione delle spese annuali, un gruppo eterogeneo di persone, con o senza esperienza agricola, “si pone ai limiti” della filiera produttiva tradizionale basata sull’economia di mercato. Dalla necessità di nutrirsi nasce la possibilità di trasmettere e di condividere saperi attraverso un’”attitudine pedagogica informale” (Davide, semi di comunità) e la partecipazione volontaria nelle attività sui campi, mentre le spese vengono sostenute dai soci in modo equo: “chi sa che può dare di più andrà possibilmente a colmare i vuoti di chi ha meno da elargire”, come si legge neldocumento di presentazione della CSA romana semi di comunità.

Per quanto riguarda le CSA, così come in altri contesti che tengono insieme lavoro agricolo e coesione sociale, la maggiore criticità che emerge,in Italia come in Brasile, sono problematici vuoti normativi. Le pratiche alternative di gestione delle terre a scopo di sussistenza alimentare e quello che si portano dietro in termini culturali e sociali, se non sono riconosciute a livello legislativo, non sono tutelate e questo è un rischio per chi ne prende parte. A proposito della forma giuridica delle CSA, Davide di semi di comunità ci spiega che il quadro normativo attuale «non ci rispecchia completamente», perché «quello che facciamo è produzione di cibo non per la vendita, ma per il consumo interno».

Lavorare la terra richiede tempo ed energie. Un ritmo che sono le piante, le stagioni e gli eventi atmosferici a dettare e che a volte non coincide con i tempi umani dell’organizzazione politica. Per questo fatto pratico la contadinanza fa spesso fatica ad organizzarsi in modo solido ed efficace sul lungo termine attorno a una messa a sistema delle proprie rivendicazioni. A questa difficoltà nel farsi ascoltare dalle istituzioni, si aggiunge, secondo Alessandra Maculan dell’azienda agricola Tularù di Cittaducale(RI), «l’ignoranza dei legislatori, incapacità di leggere il territorio e logiche di lobby».

In Brasile, il dibattito pubblico sull’agricoltura è invece fortemente influenzato dalla narrativa dell’agrobusiness come soluzione nazionale. La giornalista Catalina Leite ci spiega che dopo la pandemia c’è stato un aumento dell’interesse per il giornalismo ambientale, ma storicamente la formazione dei giornalisti brasiliani ha affrontato poco la connessione tra tematiche sociali e ambientali. «Non è raro che molti professionisti “accettino” la versione dell’agrobusiness come salvezza del mercato brasiliano, soprattutto se sono giornalisti non specializzati», afferma. Leite sottolinea inoltre la precarietà delle redazioni e la logica generalista come fattori che limitano gli approcci critici. Mentre testate indipendenti come O Joio e O Trigo approfondiscono le indagini sull’alimentazione, i grandi media tendono a riprodurre l’idea che “l’agro è pop”, espressione che è diventata uno slogan pubblicitario e la sintesi simbolica di un progetto politico-economico. Questo agro, ovviamente, non è lo stesso rappresentato dall’agroecologia, ma si riferisce all’agricoltura moderna come risultato dei processi di industrializzazione e della Rivoluzione Verde. Nel corso degli anni ’50, in seguito alla seconda guerra mondiale e allo sviluppo tecnologico che ne è derivato, sementi migliorate, meccanizzazione intensiva, fertilizzanti chimici e pesticidi sono stati intensamente incorporati nelle pratiche agricole e hanno dato il via a un importante processo di modernizzazione dell’agricoltura brasiliana e globale con un forte sostegno statale e finanziamenti internazionali. La produzione brasiliana è effettivamente aumentata e il Paese è diventato una potenza esportatrice. D’altra parte, si è assistito a un significativo aggravamento dei problemi strutturali, come la dipendenza tecnologica, la concentrazione fondiaria, gli impatti ambientali, l’esodo rurale e, controintuitivamente, l’insicurezza alimentare, come osserva la biologa e agroecologa Cler Lisot.

Aratura a Tularù, Rieti, 2024, foto di Leonardo Caldana

Secondo Lisot l’agroecologia si presenta come una forma di resistenza a questo movimento, «promuovendo sistemi produttivi sostenibili, socialmente inclusivi e basati sulla diversità, valorizzando le conoscenze tradizionali e riducendo la dipendenza dai fattori di produzione industriali». Ed è proprio nell’agricoltura familiare che si trova il maggiore campo di sviluppo dell’approccio agroecologico, specialmente nelle piccole e medie proprietà, dove, prosegue Lisot, «il lavoro familiare, il legame con il territorio e le pratiche storicamente presenti nelle comunità quilombolas e indigene svolgono un ruolo centrale». Dando priorità alla diversità produttiva, ai mercati locali e all’autonomia contadina, si creano le basi materiali affinché le comunità e i territori abbiano un maggiore controllo sui propri sistemi alimentari.

Alimentarsi è un atto politico

Mentre le lotte per i diritti alla terra e alle sementi attraversano un percorso difficoltoso e spesso stagnante nei singoli contesti nazionali, hanno acquisito nel corso degli ultimi anni riconoscimento e legittimazione da un punto di vista internazionale. Sono significative due dichiarazioni delle Nazioni Unite, la UNDRIP [Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni] del 2007 e la UNDROP [Dichiarazione sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali, ndr] del 2018. La UNDRIP afferma che “le popolazioni indigene hanno il diritto di mantenere, controllare, proteggere e sviluppare […] le manifestazioni delle loro scienze, tecnologie e culture, comprese le risorse umane e genetiche, le sementi, i medicinali, la conoscenza delle proprietà della fauna e della flora, […]”. Mentre la UNDROP definisce cosa si intende con la parola contadino: “una persona qualsiasi che esercita, o mira a esercitare da solo o in associazione con altri o come comunità, attività di piccola produzione agricola, di sussistenza e/o per il mercato, e che si affida significativamente, per quanto non necessariamente in modo esclusivo, al lavoro familiare e ad altri modi non monetizzati di organizzare il lavoro, e che dipende in maniera particolare dalla terra ed è attaccata ad essa”. Grazie queste cornici di senso, ad esempio, si possono intendere i sistemi sementieri contadini ed Indigeni come diritti collettivi, basati su regole collettivamente definite e sistemi di conoscenza collettivamente custoditi e tramandati [Fonte: DIRITTO ALLE SEMENTI. Come restituire ai contadini la gestione collettiva dell’agrobiodiversità pubblicato dal Comitato Internazionale di Pianificazione per la Sovranità Alimentare, FIAN International e Centro Internazionale Crocevia, ndr].

Festa della Mietitura a Tularù, Rieti, 2023, foto di Chiara Sansoni

La questione rimane la divergenza tra la teoria e la pratica. Come spiega Andrea Ferrante del centro di formazione Schola Campesina di Gallese (VT) in merito alle dichiarazioni delle Nazioni Unite, al momento c’è “una distanza tra quello che c’è scritto e quello che avviene, […] da una parte le regole del commercio internazionale che sono obblighi di legge, mentre dall’altro i diritti, che sono di attuazione volontaria, la cosiddetta soft law». Lavorare su queste contraddizioni – mettendo in dialogo realtà agricole e enti comunali – è uno degli obiettivi di Schola Campesina, la quale agisce come centro di formazione e ricerca partecipativa radicata nel biodistretto della Via Amerina e delle Forre e ispirata dall’approccio alla pedagogia popolare del pedagogista brasiliano Paulo Freire. L’obiettivo è rafforzare le organizzazioni di agricoltori e, con le parole di Andrea, lavorare «sui modelli organizzativi e il loro impatto trasformativo sulla società». Un lungo percorso di rafforzamento reciproco volto a determinare le condizioni in cui possa svolgersi una trasformazione. La visione pedagogica di Freire, per una comprensione critica e «problematizzante» della propria realtà attraverso il dialogo e il confronto, è un tassello fondamentale di questo processo.

Rimanendo in Italia, ci sono esperienze agricole che non ritengono necessario interfacciarsi in cornici di senso istituzionali globali, come quelle offerte dalle Nazioni Unite o dall’Unione Europea, ma rivendicano piuttosto la “costruzione di un percorso di autonomia reale dal basso”, come ci racconta Valerio Sputnik della PanchoVilla di Casperia (RI). Riappropriarsi di pratiche contadine antiche, come i “scagni” [scambi di lavoro in dialetto asprese, ndr] o ricorrere all’utilizzo di forme di economia alternativa come le monete sociale,  aprirebbe alla possibilità di «avviare percorsi di liberazione a partire dai singoli comuni e istituzioni di prossimità». Il desiderio è la costruzione di un blocco sociale internazionale che parta dal cibo, mentre la richiesta al demanio e ai comuni è il libero utilizzo degli spazi pubblici per attività rilevanti da un punto di vista agroecologico e culturale.

Un’esperienza italiana come quella di “Cambiare il Campo!” esemplifica bene le difficoltà di far convergere una serie di approcci all’apparenza affini sotto la stessa agenda. “Cambiare il Campo!” nasce nel marzo 2022 a seguito di una conferenza pubblica a Roma a cui parteciparono in centinaia, tra contadine, militanti, ricercatrici e comuni cittadine. L’obiettivo, tra gli altri, era quello di costituire un Congresso Agroecologico annuale in cui le istanze del variegato ma frammentato mondo dell’agroecologia in Italia potessero esprimersi e confrontarsi, per giungere a strategie politiche comuni. Dopo l’entusiasmo iniziale e con il passare del tempo sono però emersi problemi strutturali che hanno ostacolato una vera rivoluzione in senso agroecologico in Italia. Tra questi, una diffusione frammentata dei saperi agroecologici [i quali, lo ricordiamo, non includono semplici tecniche agricole, ma modalità nuove di distribuire il cibo e di organizzarsi collettivamente, ndr], la difficoltà di mettere in dialogo posizionamenti politici differenti, la mancanza di unità e solidità nel passaggio dalla teoria all’azione e l’assenza di una infrastruttura di riferimento per la sperimentazione dei saperi trasformativi dell’agroecologia.

CSA Semi di Comunità, Roma, momento di semina

Non tutto può convergere, alcune cose confluiscono, altre rimangono radicate e radicali. La “biodiversità agricola” può infatti essere descritta come “una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere” (cit. Chiara Brusatin, Notiziario 43, Rete Semi Rurali). Mentre Wyllian Torres sottolinea come l’agroecologia non solo orienta delle pratiche produttive, ma anche un progetto politico di società. In questo intreccio, uno dei tentativi di chi rimane con un piede nella terra e l’altro nell’impegno sociale è quello di «far percepire la consapevolezza dell’equilibrio da individuo e collettivo», utilizzando le parole di Miguel Acebes di Tularù. Lo stesso che la Terra mantiene attraverso «un complesso, preciso ed unitario sistema di correlazione tra tutti gli esseri viventi», come lo descrive la biologa e zoologa Rachel Carson. Ma anche lo stesso – è importante non dimenticarlo – che le cosmologie indigene vedono e mettono in pratica senza bisogno di letture, centri di ricerca e laboratori, mentre nel mondo accademico bianco inizia ad essere riscoperto a partire dagli anni ‘70 grazie al lavoro di scienziate come James Lovelock e Lynn Margulis. In Primavera Silenziosa (1962), uno dei primi libri che portano l’attenzione generale sulle problematiche relative all’utilizzo dei pesticidi e erbicidi in agricoltura, Carson scrive: «l’acqua va anche considerata dal punto di vista di tutta quella catena di esseri viventi che da essa trae nutrimenti […] e si snoda in un ciclo continuo di dare e avere da un individuo all’altro».

Cucina comunitaria radicata, Nottingham, 2025, foto di Chiara Tornaghi

Oggi, parlare di nutrimento dal punto di vista del pianeta significa mettere in discussione le regole del sistema attuale per cercare nuovi modi di sopravvivere. Un esempio pratico possono essere le Landed Community Kitchen, traducibili come cucine comunitarie radicate e studiate in modo approfondito da Chiara Tornaghi, critical human geographer e attivista. La cucina comunitaria radicata è uno spazio sociale auto-organizzato, e allo stesso tempo un progetto politico che mira a trasformare le condizioni di vita e le opportunità di scelta legate al sistema alimentare, operando al contempo sulla dimensione della produzione, del consumo, e di tutto ciò che ci sta in mezzo. Nella cucina comunitaria radicata la strategia centrale è quella di creare solidarietà tra i segmenti più economicamente svantaggiati sia dei produttori sia dei consumatori, scontrandosi con l’arduo compito di ricreare solidarietà e processi di fiducia a partire dalla prossimità. Usando diverse forme di solidarieta’ sociale e modelli economici non ortodossi (banche del tempo, monete sociali, prezzi a finestra, fondi di equità…), le cucine cercano poi di rendere i prodotti accessibili a tutti, e soprattutto a chi normalmente non se li può permettere. Sono distinte da altre altre iniziative contro la povertà alimentare perché offrono un insieme di attività politiche, di emancipazione sociale, trasformazione personale e collettiva: un contesto dove l’auto-organizzazione permette autonomia di azione e la capacità di adattare progetti ai soggetti che vivono in tali comunità, nella loro diversità e fluidità. Chi ha il potere di attivare questi processi? I gruppi e le realtà di movimento che si riconoscono all’intersezione tra la sovranità alimentare, la giustizia sociale e l’agroecologia e che reclamano la centralità di tutto il lavoro politico oltre-il-cibo che dà senso e orienta l’intero progetto.

Un’altra questione, in Europa e nei mondi occidentali bianchi, è che il cibo organico-biologico-naturale non ha prezzi accessibili ed è quindi diventato un prodotto privilegiato che determina esclusività ed esclusione. Questo accade perché non esistono infrastrutture sociali, economiche e culturali attraverso le quali la produzione di cibo possa occupare uno spazio-tempo centrale nella quotidianità umana. Al contrario, questa è da una parte invisibilizzata, ossia “non so da dove viene il mio cibo”, e dall’altra spettacolarizzata,tramite programmi televisivi e social network. Per questo si sta delineando la necessità di un percorso concreto per riterritorializzare le decisioni e rafforzare l’autonomia locale, di fronte alle catene globali delle materie prime e alla subordinazione alle grandi multinazionali che determinano ciò che viene prodotto e consumato.

Lavorazione della mandioca, Amazzonia, 2025, foto di Leonardo Caldana

Nel comune di Maricá, nello Stato di Rio de Janeiro, sebbene esistano progetti strutturati di produzione agricola familiare orientati alla lotta contro la fame, non esiste una legislazione per il consolidamento di queste iniziative in quanto politiche pubbliche permanenti, continuative e scalabili. L’assenza di regolamenti volti a rendere strutturali la permanenza e l’espansione dei programmi fa sì che le esperienze dipendano da volontà politica contingenti.
Tuttavia, anche se su scala limitata, è importante considerare il successo di queste iniziative sociali: «non solo consegniamo il cibo, ma promuoviamo il pensiero critico», afferma Torres in merito al progetto di MST che assiste le popolazioni in condizioni di insicurezza alimentare. Un percorso che supporta l’autogestione delle le persone coinvolte in modo che non debbano aspettare iniziative governative o istituzionali, ma possano organizzarsi per lavorare autonomamente alla ridistribuzione del cibo negli insediamenti. In questa proposta, gli spazi produttivi funzionano come ambienti pedagogici ispirati all’approccio di Paulo Freire, garantendo non solo la protezione della sovranità alimentare, ma anche l’autonomia di pensiero.

Tornando in Europa, nelle periferie di Parigi, si può trovare una testimonianza di lavoro politico e sui sistemi alimentari a partire da una riflessione ecologica nel lavoro di Fatima Ouassak, attivista e saggista di origine marocchina. In “Per un’ecologia pirata. E saremo liberi” Ouassak porta l’attenzione sull’urgenza di progettare e attivare dal basso luoghi per dare spazio alla socializzazione “in-produttiva”, insieme a un’educazione ecologica popolare. Progetti pensati dal punto di vista delle bambine e dei bambini che vivono le periferie delle metropoli.

Marina Monteiro è una fisica e divulgatrice scientifica. In particolare si occupa di cambiamento climatico in podcast e rubriche giornalistiche brasiliane. Inoltre, è dottoranda in un ambito transdisciplinare che coinvolge l’intelligenza artificiale e l’edilizia popolare.

Leonardo Caldana vive e lavora nella realtà agricola Tularù, come agricoltore e coordinatore di progetti. Approfondisce le relazioni tra umani e più che umani, combinando la formazione in antropologia con l’osservazione dei cicli agricoli.

Chiara Tornaghi è una ricercatrice e attivista italiana che vive nel Regno Unito dal 2006. Ha conseguito un dottorato in Sociologia applicata, una laurea in Scienze politiche e un PgCert in Pianificazione territoriale europea. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra i movimenti degli agricoltori agroecologici e i movimenti per la giustizia e la sovranità alimentare urbana.

Diego Renzi è un antropologo culturale specializzato in questioni ambientali e diritti dei popoli indigeni. Nella sua attività giornalistica, ha realizzato reportage con i pastori appenninici, presso i centri di accoglienza e documentato il terremoto di Amatrice ed il processo di ricostruzione dell’Aquila. Oggi si interessa di agroecologia e di verde urbano.

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