Nel Triangolo del litio, in Argentina, si continua ad estrarre senza il consenso delle comunità locali 

Un reportage da una delle zone di sacrificio del mondo, la Puna argentina, per vedere gli effetti dell’“estrattivismo verde”, sull' ambiente e sulle comunità, analizzando le complessità e i rischi di un modello "nuovo" che non mette in discussione dinamiche di sfruttamento e colonialismo. C’è anche lo zampino di una multinazionale italo-argentina.

In dialetto quechua andino, Puna significa “terra di altura”, ed è il nome che viene dato alla macro-regione dell’altopiano andino che si estende tra Cile, Argentina e Bolivia. Questa zona è oggi conosciuta nel mondo più per il suo valore minerario che per quello storico-culturale, prendendo il nome di  “Triangolo del Litio”.

Il litio è un minerale strategico e imprescindibile per la transizione energetica dei paesi del “nord del mondo” e la Puna contiene circa il 59% delle risorse globali fino ad ora conosciute e rendendola di fatto un‘area di incredibile interesse geopolitico e commerciale.  A differenza di altri paesi ricchi di questa risorsa, come l’Australia, qui il litio si estrae dalla salamoia che giace sotto i “salar”, ovvero saline, che si sono formati nella Puna nel corso delle ere geologiche.

Come ci spiega Kamal, ricercatore dell’Università del Nevada, «la salamoia nel cosiddetto triangolo possiede tra le più alte concentrazioni di litio».

Il litio che si estrae dalla profondità del lago di sale si deposita in piscine di evaporazione che permettono di massimizzare la concentrazione dell’elemento prima di un’ulteriore purificazione. Poiché la salamoia viene estratta dal sottosuolo insieme all’acqua delle falde acquifere delle saline,   lo spreco di acqua imposto da questo processo è di dimensioni enormi, in un territorio già caratterizzato da una scarsità di precipitazioni e di risorse idriche. Il tentativo di comprendere la complessità e le contraddizioni della transizione ecologica e dell’estrattivismo “verde” portato avanti da politiche del “nord del mondo” come soluzione per fermare il riscaldamento globale, ci ha portato nel cuore di una delle zone considerate “di sacrificio”.

Quando parliamo di “estrattivismo” è bene comprendere la natura neocoloniale del fenomeno. Secondo il ricercatore e biologo Uruguaiano Eduardo Gudynas tre sono le caratteristiche di questo modello socio-economico: l’estrazione deve essere effettuata ad alta intensità o volume, la maggior parte delle risorse estratte non viene raffinata e il 50% o più di questa risorsa viene esportata. Anche se lo denominiamo “green” a causa del materiale che si estrae, questo modello riproduce dinamiche di sfruttamento, dominio e distruzione nei confronti dei paesi del “sud globale” come già visto in passato.  

Nella Puna le altitudini possono superare i 6000 metri sul livello del mare rendendo impossibile alla vegetazione di crescere, favorendo invece un paesaggio secco e desertico. Per giungere alle zone abitate della puna sono necessarie diverse ore di viaggio tra deserti costellati da vette innevate, immense saline e greggi di vicuñas. Chi vive quassù appartiene ai popoli Kolla e Atacama, che abitano queste terre da tempo indefinito. Sono perlopiù pastori di lama e capre, tessitrici e minatori. Abitano questo territorio ostile anche fenicotteri, ñandues, puma e una grande quantità di uccelli, che si concentrano intorno a oasi conosciute come “vegas”, dove si concentra l’acqua.

Intorno alle saline invece dominano le imprese minerarie. Sul bordo della strada si scorge il cartello Olaroz – Cauchari, il più grande “salar” della provincia argentina di Jujuy. Qui due mega progetti di estrazione di litio hanno la loro sede operativa: Arcadium RioTinto ed Exar.

Dalla statale si riesce a vedere l’enorme impianto di piscine di evaporazione e la raffineria di Arcadium da un lato, mentre dall’altro si vedono lo stabilimento e gli scavi di Exar con il suo sistema di tubi di pompaggio dell’acqua dolce, necessaria nel processo estrattivo. Il progetto di Exar è il terzo progetto operativo in Argentina nel settore del litio e la pianta di lavorazione, situata nel salar di Susques, nella provincia di Jujuy, è stata realizzata con importanti investimenti da parte della cinese Ganfeng Lithium.

Accedere a queste miniere non è possibile a causa delle recinzioni e dei posti di guardia che monitorano costantemente il perimetro della miniera. «Non è sicuro avvicinarsi alle imprese!», avverte Jorge Mamanì, attivista e militante contro l’estrattivismo originario della Puna, quando lo incontriamo nel villaggio di Santuario de Tres Pozos, vicino alla salina di “Salinas Grandes”. 

Sono più di 10 anni che protesta contro l’estrattivismo minerario nella regione e conosce bene i pericoli a livello sociale e ambientale. «Qui le comunità originarie si sono unite per dire no al litio formando un’assemblea comunitaria con l’obiettivo di difendere le scarse risorse idriche della zona» – racconta Jorge – «ora la Banca Mondiale ha sembra voler riconoscere i diritti delle popolazioni indigene di Salinas Grandes mettendo in alt tutti i progetti di esplorazione attivi fino a che non venga instaurato un dialogo con tutte le comunità interessate e garantito che le decisioni riguardanti l’uso del territorio vengano prese insieme a queste». La Banca Mondiale, che elargisce finanziamenti ai progetti estrattivi in cambio del rispetto di standard minimi ambientali e sociali, ha un grande potere di pressione sulle imprese ed ha dichiarato di volerle fermare temporaneamente. Molti sono i dubbi sull’effettivo riscontro pratico di questa presa di posizione, dal momento che sul territorio i progetti non sembrano aver fermato le loro operazioni.

«Qui le comunità originarie si sono unite per dire no al litio formando un’assemblea comunitaria con l’obiettivo di difendere le scarse risorse idriche della zona», ci racconta Jorge.

Una grande vittoria per le comunità originarie della Puna, reduci dal fallimento della resistenza contro una riforma costituzionale, promulgata dall’ex governatore Gerardo Morales nel 2023, che comportava un arretramento considerevole in materia di diritti indigeni e negava il riconoscimento della proprietà comunitaria delle loro terre. La riforma, in questo modo, mirava a favorire l’ingresso di investimenti minerari e, come vedremo, a dividere le comunità.

«Le imprese fanno leva sulle scarse opportunità economiche della zona senza realmente avviare processi di consulta», racconta Marcelo Sticco, geologo del FARN (…) e attivista che lavora al fianco delle comunità originarie della Puna Jujena: «alcune comunità, situate più vicine alla salina, possono sfruttare il turismo e l’estrazione del sale, mentre le comunità più lontane ne restano inevitabilmente escluse. Proprio su queste comunità fanno pressione le imprese, offrendo lavoro, servizi di base e corsi di formazione in cambio di firme usate per ottenere la licenza sociale dallo stato, prerequisito per dare vita a qualsiasi progetto minerario».

Tra i progetti che dovrebbero essere messi in stallo dalla decisione della Banca Mondiale c’è quello di TECPETROL, filale dell’italo-argentina TECHINT, che da poco aveva iniziato la fase di esplorazione avanzata nella zona prossima alla laguna di Guayatayoc, vicino al villaggio di Rinconadillas. «Il progetto ha ottenuto il “si” della comunità per la fase esplorativa di 6 mesi», spiega Marino Callata, leader comunitario di Rinconadillas, abbiamo deciso di negoziare con l’impresa perché ci ha promesso lavoro, sviluppo delle nostre attività di artigianato e corsi per guidare i camion e ottenere la patente, così come un nuovo impianto di approvvigionamento dell’acqua per tutto il villaggio. Ad oggi beviamo solo acqua ipersalina che ci provoca danni ai denti».

Di fatto, parlando di queste promesse con altri membri delle comunità limitrofe, emerge un quadro diverso: per quanto l’impresa  possa apportare delle migliorie (ad esempio al campetto del villaggio), o per quanto si dica pronta a supportare iniziative di micro-imprenditoria, restano i dubbi sia sul futuro a lungo termine dell’ecosistema della laguna di Guayatayoc e di tutti gli esseri viventi che ne dipendono, sia sulla stabilità economica del villaggio. La sua popolazione, anziché ricevere una giusta compensazione per lo sfruttamento delle sue terre, è costretta ad indebitarsi a causa delle linee di credito che l’impresa apre loro per le iniziative della comunità.

«Se lo stato svolgesse il proprio ruolo, le imprese non avrebbero vita così facile» ci riferisce un membro della comunità di Santuario de Tres pozos che ha preferito rimanere anonimo, “ qui manca tutto: sanità, educazione, acqua potabile, lavoro, internet. È ovvio che la gente si lascia convincere quando gli viene offerto tutto quello che gli manca».

 

A questa condizione di precarietà dovuta all’assenza delle istituzionie alla geografia del luogo, si aggiunge la mancanza di accesso alle informazioni riguardanti i progetti da parte delle comunità e oltre che dei processi di consultazione preventiva, libera e informata. Tutto ciò lascia dei seri dubbi sul reale interesse dell’impresa di aprire un dialogo con gli abitanti delle diverse comunità di Salinas Grandes. «L’impresa non è mai venuta a parlarci del progetto, perché sa che non vogliamo le miniere. I loro rappresentanti sono andati direttamente a Rinconadillas, i cui abitanti erano alleati alla lotta contro il litio, ma che hanno meno accesso al mercato del turismo e quindi sono in una condizione economica più precaria», spiega Elvira Chavez attivista e giornalista della “Mesa de  la Cuenca de Salinas Grandes”, l’assemblea locale nella quale siedono i referenti delle comunità che costeggiano il salar. In una mattina piovosa e fredda, cosa rara nella Puna, Elvira ci accoglie nella sua casa costruita con mattoni di sale e ci serve un tè caldo con pane e formaggio. Attorno a noi il bianco del Salar si fonde con le nuvole nel cielo creando un’atmosfera soprannaturale. Intanto, Elvira e altri parenti iniziano con i preparativi per i prodotti da vendere ai turisti e raccontano della resistenza all’estrattivismo che portano avanti insieme ad  altri giovani.

«La decisione della Banca Mondiale è una grande vittoria per noi, ma ora vogliamo vedere le imprese fermare veramente le loro operazioni! Vogliamo preservare il futuro della cuenca e conservarne l’acqua»,  spiegano mostrandoci uno dei cartelli affissi davanti alla Salina: “El litio es pan para hoy y hambre para mañana”, “Pane per oggi e fame per il domani”.

Ci raccontano anche delle promesse di lavoro delle imprese che si rivelano inconcludenti data la grande necessità di lavoro specializzato iniziale, che non consente ai cittadini delle comunità di poter lavorare, e della scarsa necessità di lavoro comunitario una volta che l’accampamento è stato costruito.  

La lotta portata avanti dalle comunità è connessa al territorio, elemento simbolico, spirituale e storico: la resistenza contro la miniera è una battaglia di significato nella quale le comunità combattono contro chi afferma che nella Puna non vi sia nulla al di fuori delle risorse minerarie, giustificando così la sacrificabilità della zona.

Poche decine di chilometri più a sud, nella regione di Salta, lo scenario intorno alle miniere di litio è molto diverso. Fino al 2023, anno del boom del litio nella regione, queste zone erano rimaste pressoché inesplorate da parte delle grandi imprese minerarie. Oggi 33 progetti incombono sui salar e sulle poche comunità che vivono sull’altopiano.

Tra questi, l’unico che ad oggi si trova in fase di produzione è quello della multinazionale francese ERAMINE nel Salar di Centenario Ratones. La multinazionale cinese Ganfeng Lithium ha confermato un investimento di 2,7 miliardi di dollari per produrre 74.000 tonnellate annue di carbonato di litio. L’azienda controlla il progetto Mariana a Salta, che dovrebbe entrare in produzione nel 2024, ed è coinvolta nel progetto Cauchari-Olaroz in Jujuy, che ha iniziato a esportare litio nel terzo trimestre del 2023. Un altro progetto, quello dell’anglo-australiana Rio Tinto nel salar de Rincon, sta costruendo un impianto che dalle iniziali tremila tonnellate l’anno, passerà ad estrarne 50 mila annue per i prossimi 40 anni. Se consideriamo che per ogni tonnellata sono necessari fino a 800 metri cubici di acqua, e moltiplichiamo questo numero per tutti progetti destinati ad avviarsi nei prossimi anni, è facile capire quanto sia alto il rischio di causare una  crisi idrica in una zona già per natura desertica.

Inoltre, spiega Enrique Derlindati, biologo della città di Salta «i rischi ecologici del boom del litio qui nella regione sorgono in relazione al fatto che la Puna verrà completamente industrializzata, sovvertendo quindi gli equilibri ecosistemici che si sono preservati per migliaia di anni. È difficile prevedere gli impatti di tale trasformazione, ma sicuramente saranno visibili nei prossimi 10 anni».

Già oggi è di fatto possibile notare dei segnali di quello che racconta Enrique: i mezzi pesanti che trasportano materiale sono numerosissimi, così come le scavatrici che allargano le strade, i pick up e i bus che trasportano il personale, gli animali selvatici morti a bordo strada, gli accampamenti di minatori e i parchi eolici che si estendono per decine di chilometri. La continua necessità di acqua da parte dei siti estrattivi, inoltre, porta alla costruzione di acquedotti per raggiungere corsi d’acqua lontani, danneggiando l’ambiente e coinvolgendo comunità che non sono state consultate in quanto non abbastanza vicine al sito estrattivo.

Tuttavia, nella provincia di Salta, le comunità locali non hanno ancora preso una posizione contro il litio, attratte sicuramente dalla possibilità di guadagno economico a breve termine che si prospetta con l’attuale boom. «Qui le comunità sono più piccole, più distanti l’una dall’altra e senza alternative alle miniere come fonte di guadagno», spiega Miguel, leader della comunità di San Antonio de Los Cobres «nessuno pensa al lungo termine qui, non fa parte della nostra cultura, siamo abituati a vivere alla giornata, a lavorare per mangiare, è difficile far capire i rischi dell’attività mineraria sul futuro della nostra terra».

Il nord dell’Argentina, ora nel mirino di decine di imprese transnazionali pronte a prendersi una fetta di torta della grande ricchezza della Puna, si trova di fronte a un momento storico che potrebbe cambiare le sorti delle regioni di Salta e Jujuy. Se non è possibile pensare ad una transizione ecologica che avvenga nel pieno rispetto delle comunità locali e degli ecosistemi che abitano, forse è necessario interrogarsi sui reali benefici di tale transizione. Se il litio è il pane di oggi e la fame di domani, come inneggiavano i cartelli affissi ai bordi della salina di Salinas Grandes, è importante che i veri promotori della transizione verde, ovvero i governi del nord globale, si preoccupino di garantire un modello estrattivista che non ricada negli errori del passato: saccheggiare lasciando terra bruciata.

di Manuel Nunez Fernandez (Manuel Nuñez Fernandez),Francesco Torri (Francesco Torri)

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