«Chi dovrebbe pagare?», «Chi ha la colpa?» sono solo alcune delle domande delle vittime delle alluvioni in Emilia-Romagna del 2023 e del 2024.
Da queste voci parte il viaggio de Il prezzo che paghiamo, documentario prodotto da Greenpeace Italia e ReCommon e realizzato da FADA Collective. Un viaggio che restituisce risposte sulle responsabilità di quelle che sono le colpe ambientali di cui vediamo ogni giorno sempre di più le conseguenze nei territori in cui viviamo.
“Stiamo bruciando” non è solo uno slogan che sentiamo nelle piazze dalle voci di persone che fanno attivismo climatico, ma sono parole coerenti con quello che il mondo accademico e scientifico ci sta dicendo da tempo. Se negli anni Settanta parte della comunità scientifica ha cercato di calcolare i rischi del cambiamento climatico, negli ultimi anni questa stessa comunità sta cercando di capire quanto velocemente le conseguenze di questi rischi ormai certi stanno correndo.
Una cosa è chiara, se stiamo mettendo a rischio il benessere della nostra esistenza su questo pianeta è in nome del dio del progresso: l’energia. Secondo il direttore di Centre national de la recherche scientifique (CNRS) Davide Farande, «la ragione principale del fatto che facciamo fatica a prendere coscienza della crisi climatica è la nostra dipendenza dall’energia in generale, abituati a pensare che l’energia sia infinita per noi».
Su questo tema dell’energia, c’è ovviamente un legame indissolubile tra la crisi climatica in atto e l’industria fossile. Viene spontaneo chiedersi come abbiamo fatto a non accorgerci di tutto questo, se da anni ecologi di tutto il mondo ci raccontano di come stiamo attraversando “primavere silenziose” in cui la natura, ormai ammalata, sta cambiando faccia e umore. Una domanda risulta spontanea: da quando chi sta compiendo questo olocausto ambientale, estraendo petrolio e gas, è consapevole dei danni provocati dal loro business?
La stessa domanda, come ci raccontano nel documentario il Ricercatore Senior in Climate Litigation Oxford Sustainable Law Programme Benjamin Franta e la giornalista freelance e autrice di “I bugiardi del clima” Stella Levantesi, compare in molte ricerche storiche che sono state condotte negli ultimi dieci anni per indagare cosa sapessero le aziende dei combustibili fossili in merito al cambiamento climatico in passato. Alcune ricerche «hanno dimostrato che le grandi compagnie petrolifere come la ExxonMobil avevano programmi di ricerca interni sul cambiamento climatico fin dagli anni 70» afferma Franta.
Il ritrovamento di documenti interni da parte di alcuni giornalisti investigativi ha messo in luce come molte altre aziende, tra cui anche Shell, Total ed Eni – spiega Levantesi nel documentario – sapessero già tutto da tempo: che il cambiamento climatico era causato principalmente dai combustibili fossili e dell’impatto catastrofico che avrebbe avuto per le persone e l’ambiente in tutto il mondo.
Myriam Duo, Senior Campaigner di Oil Change International, ha analizzato i programmi di Chevron, BP, Equinor, e delle già sopracitate major del petrolio e del gas, mostrando che nessuna di loro «sta facendo il minimo sforzo per allinearsi all’Accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 C», hanno anzi la speranza di far lievitare la loro produzione. “La sola vergogna è non provarne”, tuonerebbe Primo Levi.
Il re è nudo. Ma neanche la paura di perdere il proprio futuro ha impedito per anni a questi attori di nascondere al mondo i danni che stanno perpetuando verso l’ambiente, questo ci aiuta a capire perché ancora oggi non siano stati diffusi i dati su tutte le materie prime che utilizzano, ad esempio il grande consumo di acqua.
Il viaggio del documentario però, non restituisce solo risposte. Dà voce alle uniche narrazioni meritevoli di essere ascoltate nel caotico discorso pubblico relativo alla crisi climatica: quelle delle vittime. Non solo le vittime di fenomeni atmosferici estremi, ma anche quelle che vivono nelle “periferie degli idrocarburi”, definiti dalla regista, Sara Manisera, «margini svuotati, trasformati in luoghi da recintare, sfruttare ed estrarre, «natura trasformata in merce».
Scenari fissati dal documentario nella memoria collettiva.
Alluvioni, come quelle in Emilia-Romagna, case distrutte, macchine trascinate dall’acqua, sono immagini che vediamo, come spettatori, sempre più spesso nella cronaca nazionale e internazionale. Tratteggiano il quadro complesso della crisi climatica. Una crisi che, le storie di vita raccontate nel documentario ci ricordano, stiamo vivendo, oltre che vedendo. Ad essere stati sommersi dall’acqua impetuosa di un fiume tracimato non sono solo la casa, la macchina di Maria Gordini, un’agricoltrice emiliana e una delle tante storie raccontate, ma anche la sua vita, i suoi campi, la voglia di ricostruire nell’insicurezza. La stessa complessità climatica in Basilicata è offuscata dal fumo degli idrocarburi prodotto dal sedicente sistema di sicurezza del “Centro Olio di Val d’Agro”. Non si riesce a riconoscerlo ad occhio nudo, serve munirsi di un sensore, così “riusciamo a dare una forma pure alla puzza” dice Giorgio Santoriello, dell’associazione Cova Contro, che vede e vive l’inquinamento del Centro, come Isabella Abate, guida ambientale del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, Camilla Nigro, esponente dell’ Osservatorio Popolare di Val d’Agri e sua figlia. Non è un caso che la crisi climatica sia una delle preoccupazioni più imponenti delle nuove generazioni, perché non solo incide sul presente delle persone ma sulla loro capacità immaginativa e sulla loro capacità di progettare per il futuro.
Alla difficoltà di mettere a fuoco questo quadro climatico il documentario cerca di rispondere con l’aiuto di ricercatori, giornalisti, attivisti e con il supporto di fonti scientifiche, traccia una linea diretta che lega l’inquinamento e i fenomeni climatici estremi ai combustibili fossili e alle relative aziende. Se è necessario un sensore per poter vedere il fumo degli idrocarburi emesso dal Centro Olio in Basilicata, è altrettanto necessario uno strumento che ci aiuti ad individuare le responsabilità e le azioni delle compagnie fossili nel loro fumo di greenwashing e disinformazione.
L’ENI, in Italia, non fornisce dati completi sul suo inquinamento, promette e pubblicizza una transizione energetica per cui, in realtà, non si sta impegnando sufficientemente (come possiamo apprendere dal loro piano strategico 2025-2028, ancora basato quasi completamente su gas e petrolio). Intimidisce, con cause legali, chi danneggia la sua immagine. Un’immagine che cura, controllando l’informazione e associandosi a spazi importanti per la società. Finanzia università, eventi culturali e sportivi. È presente sui social, nei videogiochi, in televisione e nei giornali.
La sua invadenza dello spazio pubblico è pervasiva. «Hanno occupato tutto», sono le parole di persone in Basilicata, si sono appropriati della terra, oltraggiando i boschi vetusti dell’Appennino lucano e dell’acqua che inquinano e sfruttano, senza fornire dati. Si sono impadroniti di molto altro ancora. «Loro comandano tutti quanti. Bastano soltanto le royalties che finanziano qualsiasi cosa: la sanità, il pubblico impiego, la scuola, l’università…», dichiara Camilla.
Le storie del documentario raccontano il prezzo che paghiamo, le conseguenze democratiche di decisioni lobbiste di aziende profondamente inquinanti. In questo quadro, il governo non c’è, o meglio, non c’è nella sua carica istituzionale e di tutela delle persone da danni legati causati da industrie fortemente inquinanti. Non governa la crisi che vediamo e viviamo, rimane inerte davanti agli abusi delle campagne fossili, davanti alla desolazione dei fenomeni climatici estremi. Al contrario, è presente come azionista, possedendo il 30,50% delle quote di ENI.
E noi dove siamo? Facciamo fatica a riconoscerci, ma ci siamo anche noi. Voi che leggete l’articolo dal vostro dispositivo, noi che lo stiamo scrivendo dai nostri pc, alimentati dalla stessa energia delle compagnie fossili. Ma possiamo essere molto altro. Di questo documentario non siamo solo gli spettatori, ma anche i cittadini.
La lotta di Maria, Camilla, Isabella e Giorgio è la nostra lotta, la loro privazione di democrazia è anche la nostra. Quando Maria cammina nella devastazione dei suoi campi colpiti dalle alluvioni si commuove. Gli alberi da frutto sono quasi tutti crollati, pochi sono i sopravvissuti. Un rametto però spunta dal terreno. Maria racconta, che nonostante tutto, le radici sono vive. Nonostante la rabbia, la rassegnazione, Camilla, Isabella e Giorgio continuano a narrare le loro radici di battaglie, soprusi e ingiustizie e a germogliare, cercando di essere, dichiara Camilla, «i promotori di una reale transizione energetica, affidata ai cittadini».
Si può germogliare anche nella devastazione, ma attraverso una lotta che parta dalla consapevolezza di quale sia il prezzo che stiamo pagando.