Hai veramente bisogno di tutto ciò che acquisti?

Vivere in una società capitalista ci ha abituati a credere che la tendenza al consumo spropositato di risorse ed energie sia la normalità, che sia accettabile. Basti pensare che lo scorso anno, nel 2024, l’Earth Overshoot Day è stato l’1 agosto e che nel 2025 il Global Footprint Network prevede che le risorse energetiche e rigenerative sulla Terra saranno destinate a raggiungere il limite annuale addirittura entro il 27 Maggio. Questi dati risultano essenziali per comprendere il quadro generale di sfruttamento ambientale entro cui non solo si sviluppano le grandi filiere del settore tessile, ma anche la crescente esigenza diffusa di dover consumare, partendo da una questione prettamente energetica per arrivare ai veri e propri beni materiali.

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a cura di Caterina Ostuni Minuzzi, Anna Giulia Guarisco, Mariana Rotari, Andrea Guidoboni

31 dicembre 1989, New York – Sul New York Times appare per la prima volta il termine fast fashion in occasione dell’apertura del primo negozio di Zara a New York.
Ma che cos’è il fast fashion? Un modello di business coniato da Amancio Ortega – fondatore di Zara e del gruppo Inditex, oggi colosso della moda istantanea – caratterizzato da un ciclo di produzione rapido, da una bassa qualità delle materie prime e dallo sfruttamento dei lavoratori, con l’obiettivo di massimizzare il profitto.

La storia della moda istantanea ha radici lontane: siamo nel 1600, in America e in Europa nascono gli Slop Shop, negozi di abbigliamento da lavoro che vendono prodotti preconfezionati a prezzi inferiori rispetto ai capi cuciti su misura, diventati un costo oneroso e insostenibile per la classe lavoratrice. Con la seconda rivoluzione industriale e il modello fordista, nascono le fabbriche tessili e la produzione in serie si diffonde anche in questo settore. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati impongono il razionamento dei tessuti alle fabbriche, facendo sì che i capi di abbigliamento cambino forma e acquisiscano tagli più semplici ed essenziali. Già nel 1947 si riscontrano molte delle caratteristiche che definiranno la moda fast fashion: proprio in quell’anno, infatti, nasce in Svezia il primo negozio di Hennes, oggi conosciuto come H&M, sebbene i capi fossero per la maggior parte ancora prodotti da piccole aziende locali.

È però Zara, nel 1975, a dare vera e propria vita al fast fashion. Ortega affermò che il successo delle sue attività si basava sull’idea di offrire le ultime tendenze a prezzi bassi, creando una formula per ridurre i costi. Questa strategia è stata resa possibile attraverso la delocalizzazione del processo produttivo negli Stati e regioni più povere del mondo in cui lo sfruttamento in ambito produttivo di donne e bambini è all’ordine del giorno. Tra gli anni ’90 e 2000, la moda veloce conosce una crescita esponenziale. Sono gli anni in cui nascono i primi e-commerce, gli acquisti diventano sempre più impulsivi e inconsapevoli e tutti cercano di stare al passo con le nuove collezioni, che si moltiplicano di anno in anno. Le stagioni non sono più solo primavera/estate e autunno/inverno. Inizia a emergere un ritmo frenetico, con le stagioni che passano da due a quattro, otto. 

È proprio in questo periodo che, parallelamente all’espansione della moda veloce, prende forma l’inquietante deserto dell’Atacama, in Cile, una delle discariche tessili più grandi del mondo. Con l’aumento delle stagioni della moda cresce anche la produzione di rifiuti tessili, con un impatto diretto sull’ambiente. In Cile, infatti, si formano vere e proprie dune di vestiti scartati dagli occidentali per fare spazio ai nuovi acquisti. Ogni anno, vengono prodotte circa 40.000 tonnellate di rifiuti tessili, di cui il 40% sono abiti che non sono più utilizzabili. La maggior parte di questi capi arriva a Iquique, una zona franca nel nord del Cile, dove si trova Zofri, un quartiere industriale che ospita enormi quantità di vestiti provenienti dall’Europa, America e Australia.

In Ghana i vestiti scartati vengono definiti “Obroni Wawu”, che in lingua Akan significa “I vestiti dell’uomo bianco morto”. Il concetto deriva dall’idea iniziale che questi abiti venissero gettati a causa della morte dei proprietari, non per il loro superamento della moda. Per noi invece la moda passa, cambia e cerchiamo a tutti i costi di seguirla. Viviamo immersi in una bolla mediatica, completamente inconsapevoli delle reali conseguenze delle nostre azioni quotidiane. Molti di noi credono che i vestiti che restituiamo ai negozi o che doniamo nei bidoni di raccolta trovino una nuova vita, ma la realtà è ben diversa: questi capi finiscono dall’altra parte del mondo, dove vengono trattati come rifiuti.

La maggior parte dei nostri vestiti è realizzata in poliestere, una fibra sintetica che contiene polietilene tereftalato. Ma c’è un altro materiale che, pur essendo considerato più “naturale”, non è altrettanto sostenibile: il cotone. Nonostante sia una fibra tessile di qualità superiore e non derivante dal petrolio, la sua coltivazione presenta impatti ambientali enormi, tanto quanto quelli del poliestere. Infatti la produzione di cotone in Brasile è legata a gravi pratiche illegali. Un’inchiesta dell’associazione britannica Earthsight ha rivelato che il gruppo Inditex e H&M Group utilizzano cotone che proviene dalla deforestazione illegale, dall’appropriazione di terre e dalla violazione dei diritti delle comunità locali.

Tra consumi e consumatori: sappiamo davvero cosa si cela dietro i nostri acquisti?

Vivere in una società capitalista ci ha abituati a credere che la tendenza al consumo spropositato di risorse ed energie sia la normalità, che sia accettabile. Basti pensare che lo scorso anno, nel 2024, l’Earth Overshoot Day è stato l’1 agosto e che nel 2025 il Global Footprint Network prevede che le risorse energetiche e rigenerative sulla Terra saranno destinate a raggiungere il limite annuale addirittura entro il 27 Maggio. Questi dati risultano essenziali per comprendere il quadro generale di sfruttamento ambientale entro cui non solo si sviluppano le grandi filiere del settore tessile, ma anche la crescente esigenza diffusa di dover consumare, partendo da una questione prettamente energetica per arrivare ai veri e propri beni materiali. 

Come presentato in un’ampia e dettagliata panoramica di LifeGate nel 2022 sul problema delle filiere del fast fashion nel mondo, il Burkina Faso, in Africa, si configura come il maggior produttore ed esportatore a livello mondiale di cotone assieme alla Cina. Gli agricoltori devono cavarsela con stipendi annui di appena circa 360 dollari. Da qui poi il cotone solitamente viene imbarcato dalla Costa d’Avorio per essere lavorato e confezionato in Asia, come per esempio in Cina o in Bangladesh, in cui le sarte, con uno stipendio mensile che si aggira intorno ai 90 dollari, hanno ben poco di cui vivere finite le dodici, tredici ore al giorno passate in fabbrica. 

Organizzazioni di organi sindacali vengono in principio disincentivate a protestare in questi luoghi e talvolta addirittura represse dai governi locali.  Questo tipo di repressione delle proteste e delle voci critiche non è limitato ai Paesi in via di sviluppo, ma si estende anche a contesti più vicini a noi, dove anche i marchi di lusso sembrano fare fronte comune contro qualsiasi forma di dissenso. È il caso verificatosi da poco in Italia a Firenze, durante lo scorso mese di gennaio, in cui Montblanc ha chiesto al Tribunale di Firenze di disporre veri e propri “daspo antisindacali” per impedire proteste nell’arco di 500 metri dal negozio presente in città. Tutto questo, come spiegato da Sudd Cobas, per mettere strategicamente a tacere le voci riguardo la scoperta dello scandaloso sfruttamento e della delocalizzazione della filiera.

Non è un caso che negli ultimi anni sia stata data sempre più rilevanza ai cosiddetti rating ESG, indicatori che, a partire dalla presa di coscienza sull’importanza di compiere investimenti socialmente responsabili sviluppatasi già dai primi anni ‘60, misurano la percezione di sostenibilità di determinate compagnie e aziende offrendo certificazioni etiche da esporre con orgoglio agli stakeholder, invogliati di conseguenza a investire nei progetti. Ma tra sostenibilità e percezione di sostenibilità c’è ovviamente una profonda differenza. I dati vengono spudoratamente falsati in modo che le aziende di grandi marchi acquisiscano più appetibilità in un mercato che sembra voler rimanere cieco anche di fronte a eclatanti tragedie. Il crollo nel 2013 dell’edificio commerciale del Rana Plaza, in Bangladesh, ospitante ben cinque fabbriche, e l’incendio all’interno di Ali Enterprises solo un anno prima, nel 2012, in Pakistan, sono senz’altro i due più grandi disastri umani dell’industria del filato. Nonostante le vittime siano rimaste perlopiù senza giustizia, questi eventi hanno portato alla luce le enormi criticità attorno al tema della giustizia sociale in ambito lavorativo nelle fabbriche del fast fashion.

Dai governi agli individui: di chi è la colpa? 

Attribuire la colpa a una sola parte è sempre riduttivo e deresponsabilizzante, è invece necessario analizzare il sistema nel quale operano le diverse parti coinvolte, dai governi agli individui. Abbiamo approfondito la questione insieme a Priscilla Robledo, Policy e Advocacy Officer di Campagna Abiti Puliti, realtà che fa parte del network internazionale della Clean Clothes Campaign e lavora facendo lobbying e advocacy per migliorare le condizioni di lavoro sulle filiere tessili globali, esercitando pressione sui brand e altre strategie di campagna per ottenere cambiamenti significativi per lavoratrici e lavoratori tessili, anche insieme ai sindacati. 

Robledo ci racconta che «alcuni Paesi di produzione, ad esempio in Africa e nel sud est asiatico, sono stati per secoli colonizzati e sfruttati dai Paesi europei, ed è necessario partire inquadrando il problema anche dal punto di vista neocoloniale. In altri, ad esempio quelli del centro est Europa, la produzione manifatturiera è al servizio dei brand europei che sfruttano il basso costo della manodopera e più in generale le condizioni di dipendenza economica del sistema che si è strutturato dopo la caduta dell’Unione sovietica. […]». Robledo ci spiega che i Paesi di produzione sono quelli maggiormente colpiti dai disastri climatici, sia per la loro posizione geografica sia per la  sovrapproduzione, che richiede l’impiego di risorse spropositate – acqua, fibre, energia – e l’utilizzo e sprigionamento di sostanze tossiche come coloranti, solventi e plastiche. «Le fabbriche che chiudono creano disoccupazione, sfollamenti e migrazioni forzate, con il conseguente aumento dell’inurbamento non pianificato e una ulteriore esposizione ai rischi ambientali e sociali». La sovrapproduzione ha costi sociali enormi, poiché sfrutta la povertà anziché alleviarla: «il lavoro nel tessile è fatto di salari da fame, ritmi massacranti, abusi e molestie, precarietà e mancanza di ammortizzatori sociali, fabbriche malconce e insalubri. Secondo molte stime il settore tessile dà lavoro a oltre il 12% della popolazione mondiale, configurandosi come il terzo datore di lavoro al mondo». Di fronte a questa situazione, Robledo suggerisce che i governi dovrebbero introdurre leggi efficaci che impongano alle aziende di prevenire e mitigare i propri impatti, rinforzare i controlli di sicurezza sul lavoro, approvare obiettivi climatici ambiziosi, alzare i salari minimi legali a livello di salari dignitosi, rinforzare le protezioni sociali e non indulgere in politiche di sconti e ribassi sui diritti sociali che incentiva un modello di business che gioca al ribasso in una spirale competitiva perversa. «Finché i grandi gruppi di investimento e le grandi aziende multinazionali avranno più potere dei governi, non ci sarà nessun argine alle conseguenze della sovrapproduzione tessile».

Le alternative esistono

Spostare il focus sulla responsabilità individuale  «non è solo ingenuo, ma politicamente folle» ci dice Robledo. Fare qualcosa è possibile: occorre una presa di coscienza collettiva e una profonda riflessione critica sul proprio approccio al consumo e al modo di fare impresa.

Le alternative esistono: ne abbiamo parlato con Gabriella Sisinni e Chiara Pieri, fondatrici di Declout, un’app nata nel 2023 che consente lo scambio e regalo di capi d’abbigliamento e accessori. Attraverso l’app e gli eventi swap party e workshop che tengono in giro per l’Italia, creano opportunità concrete per dare nuova vita ai vestiti, riducendo sprechi e incentivando un consumo più consapevole. L’obiettivo è valorizzare ciò che esiste già, rendendo il riuso un’abitudine semplice, accessibile e a impatto zero. «La principale [sfida] è il cambio di mentalità: molte persone sono abituate a comprare nuovo piuttosto che scambiare o riutilizzare, quindi sensibilizzare su un modello di consumo più circolare richiede tempo ed educazione.». Vendere vestiti online, raccontano, è diventato un vero e proprio business, perciò l’idea di scambiare o regalare qualcosa che forse potresti vendere è meno allettante. 

«Oggi esistono tante alternative valide al modello di consumo tradizionale, come il riutilizzo, il riciclo, l’upcycling o il noleggio di abiti, ma spesso queste soluzioni non sono ancora ampiamente accessibili per tutti». La difficoltà principale riguarda l’accessibilità in termini di informazione: spesso le realtà sono ancora poco conosciute perché piccole o locali. «Le piattaforme online di compravendita second-hand e i negozi fisici second-hand, così come le fiere e i mercatini, sono ottime alternative, ma non tutti hanno il tempo o la voglia o le risorse per accedervi facilmente. […]  Probabilmente abbiamo già tutto quello di cui abbiamo bisogno, solo che ci convinciamo di volere sempre altro, sempre di più.». Tuttavia bisogna porre attenzione al fatto che l’esistenza di piattaforme di compravendita second-hand e di negozi che trattano il second-hand non sempre spingono all’assunzione di posture consapevoli ed etiche: il fatto di avere la possibilità di rivendere facilmente ciò che si è comprato, può far ricadere in dinamiche consumistiche che non fanno in alcun modo bene al pianeta. Inoltre su queste piattaforme gli utenti hanno spesso l’opportunità di comprare capi a prezzi irrisori e farli arrivare da altri Paesi: se non si presta l’attenzione alla provenienza del capo, si finirà per acquistare a basso prezzo creando un impronta di carbonio non indifferente. Vale davvero la pena di farsi arrivare una maglietta da 3$ dall’altra parte dell’Europa? È sempre meglio cercare soluzioni locali. 

«La sensibilizzazione e la responsabilizzazione delle collettività sono fondamentali per innescare il cambiamento». Senza consapevolezza, le persone continueranno a seguire i modelli di consumo più facili e accessibili. Le nostre scelte sono sempre politiche e attraverso la realizzazione del nostro essere una collettività di corpi politici possiamo portare avanti ed esigere un cambiamento del paradigma.

«Il consumo critico deve essere in primo luogo critico verso il proprio comportamento di consumo,» conclude Robledo.

Contenuto realizzato con il contributo di Campagna Abiti Puliti

di Beatrice Puglisi (Beatrice Puglisi)

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