«La prima difficoltà è stata dal punto di vista economico», racconta G. a Scomodo, «con una borsa di 1200 euro mensili. Nei primi anni, quando avevo iniziato il dottorato, nel 2019, era una borsa che a malapena consentiva di arrivare a fine mese[…]. Anzi, era quasi impossibile arrivare a fine mese e mettere da parte qualcosa. Se fossi dovuto andare dal dentista, sarebbe stato un problema perché non avevo le risorse per andarci. Voleva dire che spesso dovevo rinunciare alle vacanze».
A. ci dice, invece, di essere «stata fortunata, perché la mia supervisor ad un certo punto aveva un progetto collaterale […] e quindi molte conferenze mi sono state pagate da lei. Ad esempio, i giorni di una conferenza sono costati più di 1000 euro e […] non sarei riuscita a farlo con i miei fondi normali […] circa 1200 euro il primo anno».
Tutte queste dinamiche, come l’assenza di indipendenza, portano la maggior parte di coloro che lavorano nell’ambito della ricerca a un notevole carico di stress e altre tipologie di problematiche psicologiche e sociali, ma non solo. S. ci ha riportato la sua esperienza in merito: «Essendo una forma lavorativa estremamente precaria che non ti permette di fare progetti a lungo termine, un ambiente estremamente competitivo in cui devi sottostare a delle gerarchie che alcune volte non ti permettono di esprimerti come vorresti in vari contesti, chiaramente dal punto di vista dello stress può essere molto pesante. […] Senza scendere nei dettagli, ho avuto vari problemi di natura psicologica, ho anche richiesto in alcuni momenti degli interventi con degli aiuti farmacologici».
Circa un terzo dei dottorandi non riesce a risparmiare senza ricorrere a lavori extra, il 35,7% soffre di depressione
Una condizione certificata dalla recente indagine nazionale dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, ADI, che denuncia le difficili condizioni dei dottorandi italiani, un lavoro non riconosciuto come tale, instabile e con impatti negativi sul benessere mentale. Precarietà e isolamento compromettono il futuro dei giovani ricercatori, rendendo urgenti riforme strutturali. Il 27,1% non riesce a sostenere spese impreviste di 200 euro e solo il 25,9% può affrontarne una di 800 euro. Disuguaglianze socio-economiche e variabili come genere, origine familiare, regione e settore di studi acuiscono la precarietà e il rischio di esclusione sociale. Il quadro economico e psicologico emerso dal report, infatti, è preoccupante, e racchiuso anche nelle diverse testimonianze anonime raccolte da Scomodo: un’incidenza elevata di vari fattori di malessere come depressione e tristezza, ansia e nervosismo, senso di inutilità e pessimismo verso il futuro, combinata a percentuali rilevanti di dottorandi e dottorande che faticano ad arrivare a fine mese e si trovano costretti a chiedere aiuto alla famiglia. Oltre a ciò molti sono privati di tutele contrattuali, lavorano spesso oltre 40 ore settimanali (51,4%), con salari netti tra 6 e 8 euro l’ora. La borsa media di 1300 euro non è uno stipendio fisso: varia per area di ricerca, dipartimento e accesso ai fondi privati, aggravata dai tagli alla ricerca pubblica. Il 27% non riesce a risparmiare senza ricorrere a lavori extra. Lo spaccato più grave e allarmante riguarda la salute mentale: il 35,7% soffre di depressione grave e il 26,5% di ansia severa, con impatti maggiori sulle donne. Chi lavora in isolamento registra un disagio critico (30,4%) contro il 16,7% di chi collabora attivamente. Solo il 15% pensa di poter continuare in ambito accademico, frenato oltre che dall’incertezza della riduzione delle posizioni post-doc, anche dalla precarietà e dalla scarsa informazione sulla riforma del preruolo (sconosciuta al 35%).
«Sapevo che, se non avessi pubblicato durante il dottorato, difficilmente avrei potuto accedere a un assegno di ricerca» ci dice F.
“Publish or perish”
Recentemente, infatti, la mobilitazione nel mondo accademico è saltata all’occhio (alla Sapienza è anche nata un’assemblea di dottorand*, assegnist*, ricercator*, professor* a contratto e student* contro i tagli all’Università e la riforma del preruolo) a causa delle nuove riforme previste in ambito universitario. Come racconta a Scomodo G. «A partire dal 2009, c’è stato un cambiamento strutturale per quanto riguarda i percorsi di carriera dentro l’università, che hanno accelerato le mobilitazioni. Tutto nasce con la riforma Gelmini, che va ad introdurre il precariato sistemico dentro il sistema universitario. È un lavoro precario dove non si è stabili». Gli assegni, inoltre, non danno nessun tipo di tutela, aggiunge G.: «non c’è maternità, non ci danno ferie. È tutto all’interno di una situazione di ricatto dove, nella promessa di avere un contratto stabile dentro l’università, ci si deve sottoporre a delle tempistiche di lavoro che spesso non sono umane». Tra le attività che richiedono tempi più compatibili con la produzione industriale che con la restituzione di un prodotto intellettuale vi è la pubblicazione di articoli scientifici. «Sapevo che, se non avessi pubblicato durante il dottorato, difficilmente avrei potuto accedere a un assegno di ricerca» ci dice F., che quindi ha sentito «una forte pressione per raggiungere degli obiettivi che non erano in linea spesso con gli obiettivi scientifici, ma erano semplicemente in linea con quelli che erano i requisiti del mercato del lavoro». Ciò ci è stato confermato anche da A.: «questa pressione del publish or perish [“pubblica o perisci”, un aforisma che descrive la pressione a pubblicare lavori accademici per avere successo in una carriera accademica, ndr] è ovunque. Specie per una persona che è appena entrata in queste logiche [dottorali, ndr], pensare che, se non riesce a pubblicare entro la fine del dottorato almeno tot di paper, allora non riuscirà a trovare una posizione buona […]. Io inizio a sentirla, sono all’ultimo anno […]. Quest’anno ho tutti i paper mandati a delle riviste ma probabilmente non riuscirò a pubblicare niente e questo fatto che quest’anno ho un buco [di pubblicazioni, ndr] comunque mi è stato posto un po’ di volte». A. inoltre aggiunge che questo tipo di pressione non dipende esclusivamente dal proprio supervisor ma anche dal contesto lavorativo, che nel caso della ricerca accademica è altamente competitivo: «Questa pressione più che essere fatta in modo diretto dalla mia supervisor, che è molto tranquilla su questo, viene fatta soprattutto dal contesto e dal paragone con i dottorandi del passato, persone molto attive che lavoravano anche in gruppo che nel dottorato hanno pubblicato anche cinque paper. È una cosa di per sé infattibile per la maggior parte di noi perché se tu non sei in un gruppo di ricerca che lavora in modo coeso […] è molto difficile. Ad esempio, nel mio caso pubblico da sola o con la supervisor». La supervisor «mi ha detto che una volta che si è iniziato a pubblicare bisogna avere lo stesso numero di pubblicazioni se non incrementali ogni anno», conclude A.
Dal report dell’ADI emerge, infatti, che oltre alla possibilità di permettersi un’abitazione anche l’ambiente di lavoro e le prospettive future incidono sul benessere mentale e sulle scelte di carriera accademica: solo il 23,2% è soddisfatto delle richieste del dottorato. I rapporti con i supervisori, già critici, sembrano poi peggiorare nei progetti individuali.
È davvero un percorso formativo?
Un altro aspetto non marginale e tra i più sofferti legati alla scelta di intraprendere un percorso di dottorato di ricerca riguarda l’accesso e la selezione. Essere ammessi o non ammessi ad un dottorato è spesso ridotto ad una opzionalità arbitraria, non sempre attraverso call pubbliche. È il caso della storia di B., a cui durante il primo anno del suo lavoro presso un laboratorio avevano detto che ci sarebbe stata la possibilità di prendere un dottorato ma, ci racconta, «all’ultimo non c’era più il posto per me. Ho deciso comunque di rimanere lì a lavorare per un anno, perché erano sicuri che ci sarebbe stato un posto per me, fino all’ultimo». Ma dopo due anni di attesa B. si sente dire: «le cose guarda sono un po’ cambiate, forse non c’è la possibilità. Però tranquilla, semmai nel 2026 – siamo nel 2024 – puoi entrare a fare il dottorato». Potremmo riassumere questa prima problematica con le parole di G., dottorando trentaseienne che si ritiene privilegiato perché, non avendo pensato al dottorato subito dopo l’università, ha avuto modo di farsi un’idea della sua precarietà. Secondo lui, c’è «un problema di trasparenza alla base», che crea grosse difficoltà a chi con poca consapevolezza dei meccanismi sotterranei «è portato a credere che le regole della competizione siano chiare sin dall’inizio, quando in realtà non è così».
Una volta entrati poi in un programma di ricerca, le università italiane sembrano avere nella maggior parte dei casi una carente capacità di essere realmente somministratrici di formazione ai tanti e tante che stanno svolgendo un dottorato.
Un primo problema va individuato nella gestione dei tempi dei dottorandi. «Mi devo occupare della formazione – ci dice S. – portare avanti la mia ricerca, poi anche tutto il resto. Sono tutte cose non legate alla mia ricerca, che sono utili, mi vengono riconosciute e apprezzate dai docenti, però sento di togliere tempo alla ricerca pura. Questo può non essere un limite alla mia formazione, ma sostanzialmente non sto facendo quello per cui sono pagata».
L’altro problema che compromette la formazione riguarda invece la disponibilità degli insegnanti e la considerazione che hanno dei dottorandi stessi. «In tre anni di dottorato – ci dice E. – ho incontrato i miei supervisori dal vivo solo tre volte. La maggior parte dei nostri confronti sono avvenuti tramite ricevimenti online di massimo un’ora che si tenevano ogni sei mesi, di frequente mi sono trovata ad inviare e-mail in cui chiedevo chiarimenti o aiuto in merito a questioni teoriche e metodologiche e alle quali spesso ricevevo risposte inconcludenti o non ricevevo affatto risposta».
Infine, c’è il grande caos dell’offerta formativa. Nel caso di dottorati legati a un’azienda, come quello di B., «c’è il capo che ti chiede questa nuova cosa e quindi tu ti metti lì a studiare, chiedi al post doc come farla, ma non c’è formazione: noi veniamo finanziati sui progetti, i progetti ti chiedono di fare un tot di esperimenti e tu li esegui».
Nel caso di dottorati universitari, invece, rileva S “probabilmente sarà un problema di dipartimento, ma mi capita spesso di avere corsi obbligatori su discipline e competenze che non hanno nulla a che fare con l’ambito del mio progetto e del mio curriculum di dottorato. Siccome il dipartimento ha vari ambiti di dottorato su discipline differenti, inserisce nei programmi obbligatori un corso per ogni tipo di dottorato in nome dell’interdisciplinarietà. In questo modo risparmiano in soldi, ma sacrificano la formazione».
«Se tornassi indietro sicuramente ci penserei più volte prima di tentare il dottorato in Italia, scapperei all’estero senza guardarmi indietro».
La precarietà del mondo della ricerca in Italia è una condizione che non si esaurisce nel periodo trascorso nel nostro Paese, ma anche nel periodo – per molti obbligatorio – da trascorrere all’estero. Un’esperienza che porta a galla, ancora una volta, quella che E. ci ha indicato essere una delle più grandi iniquità nel percorso: «la difficoltà economica e abitativa dei dottorandi e delle dottorande». Sia la sua testimonianza che quella di S., provenienti da due università differenti, hanno denunciato come problematica la questione della maggiorazione al 50% della borsa nel caso di periodo all’estero. In sostanza «tutti i soldi vengono erogati soltanto al ritorno in Italia con tutti i titoli di spesa», ci spiega S. «Se la maggiorazione posso averla soltanto al ritorno, io non ho disponibilità economica per vivere all’estero». «I dottorandi e le dottorande – fa eco E. – si trovano quindi costretti a fare salti mortali per sostenere tutte le spese di viaggio e mantenersi in capitali europee dove il costo della vita è anche superiore a quello della città da cui sono partiti».
L’estero diventa quindi, in molti casi, il vero colpo autosabotante del sistema dei dottorati italiani, tanto che E. concluderà la sua intervista con un bilancio più che eloquente: «Nei miei quattro mesi di soggiorno all’estero ho ricevuto tutto il supporto e l’aiuto che non ho mai ricevuto in tre anni di dottorato in Italia. Ad oggi mi pento della scelta che ho fatto, tornassi indietro sicuramente ci penserei più volte prima di tentare il dottorato in Italia, scapperei all’estero senza guardarmi indietro».
Hanno collaborato Chiara De Felice e Elena De Gaudio
*(Alcune delle persone che hanno partecipato alla creazione di questo contenuto hanno scelto di restare anonime)