Ma quanto è pesante il silenzio delle nostre biblioteche? Spezzato soltanto da sospiri, sbadigli, colpi di tosse… Sinonimo di concentrazione, ma anche di pressione sociale. “Se tutti studiano, devo farlo anch’io”, anche se siamo così stanchi da non capire più le parole che cerchiamo di leggere. È un tacito accordo che nessuno osa infrangere mostrandosi vulnerabile.
“Quando arrivi all’università con quattro consegne in ritardo e vedi quella ragazza con outfit perfetto, in pari con gli esami, che scrive di getto senza usare AI…”: un’inserzione con migliaia di cuoricini che mostrano silenziosamente come un’intera generazione sta imparando a reggere il peso della performance da sola, trasformando l’università in una corsa solitaria anziché in una comunità.
Oggi questo paradosso caratterizza non solo l’università, ma la scuola in generale. In aula passiamo tante ore fianco a fianco, ma evitiamo il dialogo con l’altro per non rompere l’illusione di una produttività impeccabile, per questa paura di “essere meno”. Si profila così una crisi profonda dei legami sociali nel contesto dell’istruzione: se il successo accademico viene misurato solo sulla performance individuale, la solitudine diventa il sottoprodotto inevitabile di questo sistema.
Gli studenti e le studentesse di oggi studiano da solǝ
Per una serie di motivi, al giorno d’oggi lo studio si è trasformato in una sfida puramente individuale. Molti, forse, preferiscono studiare per conto proprio, ma il cambiamento radicale sta nella graduale rimozione del confronto costruttivo. In parte, questo è causato dalla mancanza di spazi dedicati alla condivisione, come aule studio e doposcuola. Inoltre, gli strumenti digitali offrono un’illusione di autosufficienza, per cui è più facile e veloce cercare una risposta online anziché chiedere la spiegazione a un amico/a. Di conseguenza, la relazione tra compagni diventa opzionale e viene prediletta l’interazione attraverso messaggi o chiamate, piuttosto che attraverso l’incontro fisico. Questi ed altri fattori danno luogo a un modello di apprendimento che premia sempre di più il risultato finale, ovvero il voto individuale, a scapito del processo di apprendimento, ovvero l’attività collettiva.
Prima di saltare a conclusioni affrettate è importante considerare la complessità del rapporto tra studio e solitudine. Se è vero che il modo di studiare odierno porta inevitabilmente a disincentivare il confronto e lo studio in compagnia, è anche vero che le nuove generazioni mostrano una propensione all’isolamento sociale volontario. Questo evidenzia la natura multidirezionale del rapporto e mostra che entrambi i fattori tendono ad alimentarsi a vicenda. Ad esempio, con gli strumenti digitali a portata di un click, se ho un dubbio chiedo a Chat GPT invece che al “più bravo della classe”; d’altro canto, se ho un’attitudine personale a stare per conto mio, difficilmente cercherò una forma di compagnia o di confronto durante lo studio. Se a questo uniamo il fatto che lo studio è visto come un “dovere” solitario, mentre l’uscita come un “piacere” sociale, alla fine dei conti, otteniamo che gli studenti e le studentesse di oggi studiano da solǝ.
Sebbene l’attenzione venga spesso rivolta agli adolescenti, lo studiare in solitudine è una situazione comune a diverse fasce d’età. Infatti, se durante l’infanzia i genitori riescono a far diventare il tavolo della cucina un luogo di mediazione per lo svolgimento dei compiti, già l’adolescente vede lo studio come un’attività solitaria da sbrigare prima dell’allenamento o per “meritare” l’uscita serale. Il giovane adulto, invece, si trova spesso ad affrontare l’università tra lavoretti part-time e faccende personali; in questo contesto, l’organizzazione autonoma diventa l’unico modo per non annegare tra mille impegni e scadenze.
Cosa intendiamo per “solitudine” dal punto di vista psicologico
La solitudine è un’esperienza soggettiva molto complessa, per questo occorre distinguere le sue sfaccettature. In psicologia si parla di loneliness (l’isolamento sociale doloroso, fonte di stress) e solitude (la ricerca volontaria di uno spazio privato, indispensabile per concentrazione e apprendimento).
Donald Winnicott sostiene che la capacità di “stare da solə” favorisca l’introspezione e l’ascolto dei propri bisogni, rappresentando non solo un segno di maturità emotiva, ma un presupposto fondamentale per lo sviluppo dell’autonomia e dell’autorealizzazione dell’individuo. Tale visione è in accordo con quella di Erik Erikson che, nella sua “teoria dello sviluppo dell’identità nell’arco di vita”, descrive come la crescita avvenga superando varie “crisi” evolutive grazie al giusto equilibrio tra socialità e isolamento. In particolare, parla di come durante la scuola primaria si impari sia a interagire con i compagni di classe, sia che la solitudine è funzionale allo studio, all’acquisizione di competenze ed ad evitare il senso di inadeguatezza. Con l’arrivo dell’adolescenza, invece, si sperimenta una “solitudine esistenziale”, fondamentale per definire la propria identità.
Giannino Menotti nel suo studio “La rappresentazione della solitudine e della persona solitaria in adolescenza” evidenzia la natura ambivalente di questo vissuto tra i giovani. Intervistando vari studenti di scuole di secondo grado e chiedendo loro di associare istintivamente parole e concetti a quello di “solitudine”, è emerso che, sebbene la maggioranza degli adolescenti associ la solitudine all’esclusione sociale o a emozioni negative, esiste un gruppo significativo che la considera una risorsa preziosa per la tranquillità e l’introspezione, confermando l’abilità di saper stare da soli come indice di maturità e di un’identità solida. Negli ultimi anni, però, gli avvenimenti socio-culturali sono stati velocissimi e estremamente significativi, portando a cambiamenti radicali all’interno della nostra società (si pensi ad esempio al lockdown). È quindi molto interessante osservare come la percezione della solitudine sia cambiata drasticamente nel post-pandemia. Se le ricerche del 2010 ne evidenziano ancora i lati positivi, gli studi più recenti mostrano un atteggiamento più critico: il Covid-19 ha infatti indebolito il legame tra studenti e istituzioni, trasformando la scuola da luogo di socialità a mero “distributore di esami”.
Perché l’isolamento sociale è una situazione comune nelle nuove generazioni?
Nell’Atlante Dell’Infanzia (A Rischio) In Italia 2025, pubblicato da Save The Children, l’isolamento sociale viene analizzato tra le principali crisi adolescenziali. Mattia, uno dei partecipanti allo studio, dice riferendosi al Covid-19: “Ho come un buco nero nella mia vita”, rimarcando anche la mancanza di amici da vedere e l’assenza di ricordi legati a quel periodo. Infatti, per molti adolescenti le difficoltà relazionali di quei tempi sono superate, ma non le conseguenze in termini di socializzazione. In quest’ottica, la pandemia non ha solo normalizzato il trascorrere intere giornate in solitudine, ma ha anche accelerato i meccanismi di socialità digitale e amplificato una serie di diffidenze e difficoltà relazionali.
A tal proposito, da una ricerca condotta nel Regno Unito, che indaga come il lockdown abbia impattato sul benessere percepito dagli studenti universitari, emerge come la solitudine dovuta allo stress pandemico abbia alzato i livelli di ansia da prestazione e ridotto il senso di appartenenza accademico, alimentando così un vero e proprio circolo vizioso: l’ansia accresce il senso di isolamento e, contemporaneamente, riduce la capacità degli studenti di affrontare le difficoltà.
Socializzazione e amicizia favoriscono il successo accademico
L’incapacità di inserirsi in una rete sociale o l’isolamento prolungato non portano solo a disagio psicologico, ma incidono direttamente sulla carriera scolastica. All’interno dell’ambiente scolastico, la solitudine ha un impatto profondo sulla salute mentale e sul rendimento, manifestandosi spesso come una vera e propria “nebbia cognitiva” (scarsa concentrazione, vuoti di memoria e un generale calo delle performance). Avere degli amici, al contrario, favorisce lo sviluppo dell’intelligenza sociale e orienta verso il successo accademico.
Questo legame è stato dimostrato chiaramente da Wentzel, Barry e Caldwell: i ricercatori hanno osservato come gli studenti privi di amicizie al primo anno di scuola secondaria non solo mostravano un minor benessere emotivo, ma ottenevano voti significativamente più bassi e partecipavano meno alle attività di cooperazione rispetto ai coetanei inseriti in reti sociali. A distanza di due anni, il disagio emotivo di questi studenti isolati persiste. L’importanza di questi legami è spiegata dalle teorie di Harry Stack Sullivan, il quale sottolinea come gli amici siano fondamentali per supportare il senso di valore personale durante l’adolescenza. Condividere insicurezze e paure con i coetanei permette agli studenti di non sentirsi “sbagliati” o inadeguati. Gli amici fungono da cassa di risonanza emotiva: aiutano a gestire l’ansia e diventano partner attivi nella costruzione dell’identità, fornendo la stabilità emotiva necessaria per affrontare con serenità anche le sfide dello studio.
Solitudine a scuola: cause e senso di appartenenza come rimedio
Le cause dell’ isolamento in ambito scolastico sembra che varino in base all’età (conferenza tenuta da Simone Zass e Lavinia De Marco): se a 10 anni il fattore di rischio principale è l’essere vittime di bullismo, in adolescenza ricoprono un ruolo importante la chiusura caratteriale (bassa estroversione), la scarsa qualità dei rapporti familiari e l’abuso di dispositivi digitali. La solitudine risulta l’anello di congiunzione che trasforma l’esclusione sociale in problemi di salute mentale e la chiave per arginare questo fenomeno è proprio il senso di appartenenza scolastica (studio di Gökmen Arslan). Quando i preadolescenti si sentono esclusi o evitano attivamente le interazioni per paura del giudizio, i loro livelli di stress e solitudine si innalzano, portando a un crollo immediato dell’impegno e dell’interesse verso lo studio. Al contrario, gli studenti che puntano al successo sociale e all’inclusione studiano meglio e partecipano di più.
Focus sull’Università: un’emergenza globale
Il Legame tra benessere psicologico e successo accademico diventa ancora più evidente nel passaggio all’istruzione superiore. Le ricerche (come lo studio di Hako et al. in Namibia) confermano che gli studenti lasciati soli a gestire ansia, depressione e stress manifestano crolli evidenti nello studio: fatica a concentrarsi, incapacità di partecipare alle discussioni, assenteismo e, nei casi più gravi, comportamenti autolesionistici. L’insoddisfazione sociale si traduce inevitabilmente in fallimento accademico.
Non si tratta di una questione legata a una singola cultura, ma di un problema strutturale globale denunciato da ricercatori di diverse parti del mondo nel Journal of International Students. Analizzando le esperienze degli studenti internazionali negli Stati Uniti e in Giappone, emerge in entrambi i casi che la mancanza di amicizie locali genera un isolamento con conseguenze drastiche sul benessere degli studenti che le università, da sole, faticano a gestire.
Tre sguardi sulla solitudine nello studio
Dati e studi consentono di ottenere una visione d’insieme, capace di evidenziare tendenze generali e problematiche comuni. Tuttavia, permane il rischio di semplificare eccessivamente il rapporto tra solitudine e studio, trascurando le peculiarità e le idiosincrasie che caratterizzano ogni individuo.
L’ultima parte di questo articolo propone un confronto tra le risposte di tre persone, differenti per sesso, età e occupazione, a domande riguardo il loro rapporto tra studio e solitudine: Y. (2008), studentessa liceale; G. (1998), studente universitario di ingegneria meccanica; D. (1989), ricercatore universitario.
| Domanda | Y Y. | G G. | D D. |
|---|---|---|---|
| Come studi? Provi un senso di solitudine quando studi? Riesci a studiare da solo/a? | Non studio in modo ottimale, ma conosco me stessa. Le materie che non mi piacciono le curo meno; quelle che mi interessano le ascolto di più. Quando studio sento solitudine perché cerco di stare in silenzio, ma ho sempre qualcosa in sottofondo. | Il mio rapporto con la solitudine è buono: la trovo necessaria per ascoltare se stessi. Sono spaventato da chi non riesce a stare solo, perché vuol dire che ha paura di confrontarsi con se stesso. | Dopo anni in biblioteca, da un anno e mezzo studio a casa da solo. Sono fuori corso e i miei amici si sono già laureati. Riesco a studiare da solo, ma talvolta richiede più fatica e la solitudine pesa sull'umore. Da ricercatore, lo studio è più frammentato e il confronto avviene quasi solo tramite seminari. |
| Se ti senti solo/a, in che modo entri in contatto con altre persone per studiare? | Mi fa sempre un po' strano, ma non è un problema: i miei amici vanno tutti in biblioteca insieme, quindi mi unisco facilmente. Mi ritengo molto fortunata per questo. | Non provo solitudine quando studio da solo. Ho sviluppato l'abitudine di tenere musica o tv in sottofondo come "rumore di compagnia". Quando volevo studiare con qualcuno cercavo luoghi appositi come la biblioteca o la Redazione di Scomodo, ma nella mia città le opzioni sono poche. | Non mi sento solo quando studio, ma per le materie poco interessanti trovo che studiare con persone nella stessa stanza mi aiuti. È una sorta di sorveglianza sociale che mi costringe a stare al banco. |
| La solitudine favorisce o ostacola l'apprendimento? | Favorisce l'apprendimento perché ti permette di forgiarti da sola, ma può essere un ostacolo per chi è timido o ha paura di sbagliare. | La solitudine non crea né vantaggio né svantaggio. Oggi non ti senti mai davvero solo: esistono streaming su Twitch di persone che studiano. La biblioteca aiuta a distrarsi meno e a sentirsi meno soli, ma può creare dinamiche di gruppo in cui qualcuno rimane indietro e si sente escluso. | Dipende molto dalle capacità metacognitive della persona. Chi conosce i propri processi di apprendimento non ha bisogno di confrontarsi. In altri casi, il confronto aiuta a identificare le proprie lacune. Personalmente studio in compagnia solo per cose pratiche, come la risoluzione di problemi statistici. |
