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Le università italiane sono troppo legate a Israele

Il problema sono le tecnologie dual use frutto di ricerche accademiche, che possono avere utilizzi anche militari

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Dopo oltre sei mesi dall’inizio dell’attacco di Israele alla Striscia di Gaza, nelle università italiane le manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese si sono trasformate in richieste concrete di azioni per i singoli atenei. In particolare le rivendicazioni degli studenti si sono concentrate sulla cessazione degli accordi di collaborazione scientifica tra le università italiane e quelle israeliane. 

Le manifestazioni hanno toccato tutta la penisola. A Roma, alla Sapienza, l’apice è stato raggiunto lo scorso 18 aprile: il corteo è degenerato in scontri con la polizia e la giornata si è chiusa con due arresti per lesioni e resistenza, oltre agli studenti e agli agenti feriti. Il Senato Accademico della Sapienza ha votato una mozione che condanna le azioni di Israele a Gaza, ma non ha accolto le richieste dei manifestanti riguardanti le collaborazioni con istituzioni israeliane e aziende del settore bellico.

Le proteste degli studenti si sono registrate anche lo scorso 8 aprile all’Università Federico II di Napoli, dove i collettivi studenteschi hanno occupato il rettorato. In precedenza, a fine marzo, i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale Superiore di Pisa avevano approvato mozioni di sospensione della partecipazione all’ultimo bando di collaborazione proposto dal Ministero degli Esteri. Anche l’Università di Cagliari ha sospeso tutti gli accordi con enti Israeliani dopo le proteste.

A Bologna gli organi di autogoverno delle università non hanno accolto le richieste degli studenti, che anzi sono stati sgomberati con la forza dalla polizia in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Sempre a Bologna, il 5 maggio i Giovani Palestinesi hanno organizzato la prima “Intifada studentesca”: tende di protesta sono state montate nella piazza della zona universitaria per chiedere «lo stop al genocidio» e preparasi alla mobilitazione nazionale che è prevista per il 15 maggio, in ricordo della Nakba (l’esodo forzato di migliaia di arabo-palestinesi dai terrori occupati da Israele nel 1948). A Bari, a seguito delle proteste dei collettivi, il rettore si è dimesso dal comitato scientifico di Med-Or, una fondazione vicina a Leonardo S.p.A., azienda che opera nel settore degli armamenti, e il Senato accademico sta discutendo se proseguire o meno la collaborazione con le università israeliane. 

Manifestazioni contro gli accordi verso Israele che si sono diffuse ben presto a tutta la penisola: tensioni e proteste sono state registrate anche nelle università di Firenze, Siena, Pisa, Roma, Genova, Padova, Milano Statale e Politecnico. Le azioni dei collettivi si sono articolate in vari modi: occupazioni di aule o rettorati (alcune delle quali sgomberate dalla polizia), interruzioni delle sedute ordinarie del Senato accademico o la pubblicazione di lettere aperte, molte delle quali firmate anche da docenti e personale accademico. Sull’onda di questi avvenimenti e in seguito ai disordini nelle università statunitensi, è stato organizzato per il 13 maggio un incontro del Comitato per l’ordine e la sicurezza con la ministra per l’Università Anna Maria Bernini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e i rettori delle università italiane.

I legami tra università e Israele alla base delle proteste

Il principale obiettivo delle proteste degli studenti è il Bando Scientifico 2024 nell’ambito dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) italiano e il Ministero dell’innovazione, della Scienza e della Tecnologia israeliano. Il bando, che potrebbe coinvolgere istituti di ricerca e università sia pubblici che privati, è scaduto il 10 aprile scorso. Si propone di finanziare fino ad 11 progetti congiunti di ricerca per il 2024 con un massimo di 100mila euro per la parte italiana e altrettanti per quella israeliana per ciascun progetto selezionato. In totale si tratta di 1 milione e 100mila euro disponibili e distribuiti in 3 anni. 

In particolare le aree di ricerca individuate per il 2024 sono tre: le tecnologie per il suolo nell’agricoltura, le tecnologie di trattamento dell’acqua, sia potabile che non, e le «tecnologie ottiche di precisione, elettroniche e quantistiche, per applicazioni di frontiera, come i rivelatori di onde gravitazionali di prossima generazione».

Oltre al Bando Scientifico del MAECI, le università italiane hanno sottoscritto accordi bilaterali con singole università israeliane. Secondo la piattaforma del consorzio pubblico Cineca, che si occupa, tra gli altri, dei rapporti tra le università e i ministeri competenti, dal 2006 ad oggi sono stati stipulati 177 accordi tra 44 atenei italiani e 31 israeliani. 

Gli accordi ancora attivi sarebbero almeno 80, di cui quasi la metà sottoscritta tra il 2021 e il 2022. Nel 2023 invece sono stati sottoscritti 5 nuovi accordi da parte delle università di Padova, Firenze, Roma la Sapienza, Torino e Trento. Si tratta di accordi di collaborazione finalizzati allo scambio di docenti, studenti e ricercatori, alla creazione di lauree e master congiunti. Alcuni di essi, invece, hanno come obiettivo il lavoro archeologico e di studio dei siti archeologici d’interesse di cui Israele è particolarmente ricco.

Le ragioni dei contestatori degli accordi sono principalmente due. La prima è la solidarietà anzitutto simbolica verso il popolo palestinese e l’isolamento di Israele. La seconda è la preoccupazione per il potenziale dual use delle tecnologie scoperte, ovvero lo sfruttamento per scopi militari da parte del governo israeliano della ricerca delle università italiane e israeliane. 

Come hanno reagito le università

Le mozioni approvate nelle ultime settimane dai vari senati accademici prevedono in diversi casi la condanna delle azioni israeliane e la non partecipazione al bando del MAECI. Alla Normale di Pisa la partecipazione è sospesa fino a una riconsiderazione del bando da parte del Ministero che garantisca l’impossibilità di dual use da parte di Israele, così come l’Università di Torino. 

Anche l’Università di Bari, che il 10 aprile scorso ha indetto una seduta straordinaria del Senato accademico, ha deciso di non partecipare al bando e di assumere vari impegni per favorire la cooperazione internazionale per la pace, aprendo le porte a nuovi percorsi di studi in questo senso. L’Università di Cagliari è stata ancora più radicale, sospendendo tutte le collaborazioni con università ed enti israeliani a tempo indeterminato.

A Bologna, Roma e Napoli invece le manifestazioni dei collettivi sono state respinte con la forza dalla polizia. Il Senato accademico dell’Università di Bologna ha ribadito che il dialogo con le università straniere promuove la cultura come strumento di pace, rigettando quindi le richieste di sospensione degli accordi, così come quello di Padova.

Vi è poi il caso dell’Università Statale di Milano, che ha stabilito di interrompere i rapporti con l’Ariel University, costruita nell’insediamento israeliano di Ariel, nato dall’occupazione illegale da parte di Israele dei territori palestinesi. L’interruzione della collaborazione era stata formalizzata nel dicembre 2023, ed è stata resa nota il 10 aprile scorso dall’associazione Giovani Palestinesi.

Il mondo accademico si quindi è spaccato tra i sostenitori del dialogo e quelli della rottura: le mozioni di sospensione del bando scientifico e degli altri accordi sono state contestate sia da parte di accademici che da esponenti politici, oltre che dall’Unione delle Comunità Ebraiche. Di contro circa 2500 tra docenti e personale dell’università in tutta Italia hanno sottoscritto una lettera aperta al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per chiedere la sospensione del bando scientifico 2024.

Anche gli accordi con le aziende possono avere ricadute militari

Il modo in cui accordi di ricerca possono avere ricadute militari cambia molto in base al caso specifico che si considera. Analizzare alcuni esempi però è utile per mostrare quali sono, almeno in parte, le ambiguità di questi accordi che potrebbero permettere l’utilizzo militare dei risultati delle collaborazioni.

Come già riportato da Scomodo, varie università italiane sono indirettamente coinvolte nella strage di Gaza attraverso gli accordi e le collaborazioni con Leonardo S.p.a., l’azienda italiana prima in Ue per produzioni di armamenti e dispositivi militari, che secondo alcune fonti fornisce attraverso altre sue società controllate varie tecnologie alle IDF, l’esercito israeliano.

Leonardo vanta collaborazioni di ricerca con circa 60 università italiane e istituzioni di ricerca italiane. Particolarmente interessante è il caso della partnership tra La Sapienza di Roma e Thales Alenia Space Italia (TASI) SpA, in collaborazione con Leonardo. Secondo alcune fonti, anche Thales è legata all’esercito israeliano attraverso una collaborazione con l’azienda israeliana Elbit Systems, il fornitore principale delle attrezzature terrestri e dei veicoli aerei senza pilota dell’IDF. Nell’accordo quadro non si fa alcun riferimento al possibile utilizzo delle tecnologie oggetto della ricerca per fini bellici da parte delle aziende e dei loro potenziali clienti, anzi tutti i diritti sulle tecnologie ottenute dalla collaborazione vengono ceduti a TASI.

Scomodo ha inviato a maggio 2023 una richiesta FOIA alla Sapienza per ottenere i contratti esecutivi che fanno seguito all’accordo quadro. 

In alcuni di questi contratti stipulati viene sottolineato che «le attività non sono destinate direttamente a fini bellici», ma non vengono dati altri dettagli su cosa si intende per direttamente. Inoltre, nelle sezioni relative a eventuali brevetti viene specificato che TASI ha «il diritto esclusivo di utilizzare, nello svolgimento e per le finalità della propria attività, in qualsiasi modo e senza alcuna limitazione di sorta, i risultati dell’attività oggetto dello stesso, acquisendo inoltre la proprietà dei prototipi e di ogni altra realizzazione frutto dell’attività medesima». Le limitazioni sull’uso bellico dei risultati appaiono quindi piuttosto deboli e aggirabili da parte dell’azienda e dei suoi possibili clienti.Tutti i contratti ottenuti da Scomodo sono consultabili a questo link.

Un altro esempio è il “Drone Contest”, un concorso lanciato da Leonardo che coinvolge il Politecnico di Torino, il Politecnico di Milano, l’Università di Bologna, la Scuola Superiore S. Anna di Pisa, l’Università di Roma Tor Vergata e l’Università di Napoli Federico II. La competizione consiste nello sviluppo di nuove tecnologie di guida per droni senza pilota attraverso l’intelligenza artificiale. Un aspetto «fondamentale nel percorso di Leonardo per creare oggi un ecosistema forte di settore che possa portare, grazie al progresso tecnologico e alle evoluzioni normative, allo sviluppo di nuovi modelli di business», come ha sottolineato Laurent Sissmann, Senior vice President Uncrewed Systems di Leonardo, all’evento di inaugurazione del progetto. Tecnologie che potrebbero essere a completa disposizione dell’azienda, con il pericolo che possano essere utilizzate per sviluppare nuovi droni da vendere poi agli eserciti di tutto il mondo. Scomodo ha chiesto a Leonardo S.p.A. maggiori informazioni sulle condizioni di utilizzo dei risultati del contest, senza ottenere risposta.

Infine è da sottolineare il caso dell’accordo Horizon Europe 2021-2027, un’iniziativa dell’Unione europea di sostegno della ricerca scientifica. Il regolamento UE approvato nel 2021 specifica tra i principi che l’obiettivo del fondo è finanziare progetti che «riguardano esclusivamente le applicazioni civili». Con l’unica eccezione dei progetti finanziati con il Fondo europeo per la difesa, che devono riguardare «esclusivamente la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa, con gli obiettivi e le linee generali delle attività volte a promuovere la competitività, l’efficienza e la capacità di innovazione della base tecnologica ed industriale della difesa europea». 

Il problema, però, è che i partner coinvolti sono eticamente problematici. Per quanto riguarda Israele, che ha firmato il 4.71% delle grant Horizon, sono stati garantiti fondi a società come la già citata Elbit. Altri partner sono stati Technion University, legata strettamente con la Elbit Systems per via di un progetto di ricerca, e la Hebrew University, la quale secondo diverse fonti mantiene strette relazioni con le forze militari israeliane (IDF).

L’Unione Europea non sembra voler invertire questo trend: infatti, a gennaio 2024 è stata fatta la proposta di investire maggiormente nella ricerca “dual-use” a scopi sia civili sia militari. Questo sarebbe il piano d’azione per il Framework Programme 10 (FP10), ossia il programma di ricerca e innovazione che seguirebbe ad Horizon Europe e dovrebbe partire nel 2028: secondo l’Unione Europea, è necessario «esaminare i programmi di finanziamento esistenti e valutare se questo sostegno sia ancora adeguato e strategico di fronte alle sfide geopolitiche attuali ed emergenti». In merito a questo, la rettrice dell’Università di Bergen (Norvegia) ha espresso le proprie preoccupazioni: «l’apertura del FP10 alla ricerca legata alla difesa potrebbe tradursi – afferma – in uno spostamento dell’attenzione» così da far perdere rilevanza alla ricerca e l’innovazione per altri scopi nelle discussioni sul bilancio. La responsabile delle politiche della Lega delle università europee di ricerca (LERU) ha dichiarato che «molte università preferirebbero tenere separate la ricerca militare e quella civile»: secondo la LERU, è necessario un quadro di riferimento per la valutazione etica dell’uso improprio militare, e bisogna che i ricercatori «mantengano la possibilità di prevenire il più possibile le applicazioni militari della loro ricerca».  

Pesi e misure

Negli ultimi mesi, per queste ragioni, la situazione geopolitica nella striscia di Gaza e in Cisgiordania ha evidenziato la distanza tra gli studenti e le istituzioni universitarie in tutta Italia. In particolare, queste ultime sono state accusate di mancati provvedimenti sugli accordi già firmati con le istituzioni israeliane. 

Gli atenei e i rettori che hanno deciso di votare mozioni come quelle contro il Bando Scientifico promosso dal MAECI, in alcuni casi sono addirittura stati tacciati di antisemitismo. Tra i critici c’è  la ministra per l’Università Bernini che ha sottolineato come le università dovrebbero farsi promotrici del dialogo internazionale, proprio attraverso la ricerca scientifica. 

In un’intervista a il Giornale, la ministra ha anche annunciato la convocazione di un comitato per l’ordine e la sicurezza con il ministro dell’Interno Piantedosi, dove avrà posto anche l’organo di rappresentanza dei rettori universitari per discutere misure specifiche per reprimere gli episodi violenti che, sempre secondo la ministra, avrebbero alla base un sentimento antisemita. 

Una reazione totalmente diversa da quella che il mondo accademico aveva avuto per l’invasione russa ai danni dell’Ucraina nel febbraio 2022. Infatti, subito dopo l’attacco, la mobilitazione delle istituzioni accademiche era stata immediata. La ministra per l’Università e la Ricerca Cristina Messa dell’allora governo Draghi aveva invitato a fermare i progetti di ricerca con la Russia chiedendo di tenere a distanza gli studenti e i ricercatori russi. 

In una prima nota, risalente al 27 febbraio 2022, la ministra affermava che queste misure sarebbero state necessarie per «scongiurare l’ipotesi che pur legittime collaborazioni nei settori della ricerca potessero fornire involontario sostegno all’azione militare della Federazione russa», nello specifico «anche attraverso lo sviluppo o il trasferimento di tecnologie cosiddette “dual use”». Il giorno dopo, il Consiglio dei Ministri approvava l’istituzione di un Fondo da 500 mila euro per finanziare misure di sostegno per studenti, ricercatori e docenti ucraini, e a livello internazionale venne lanciata la campagna Science For Ukraine per tenere traccia delle istituzioni che offrissero opportunità di lavoro agli studiosi ucraini. 

Sempre il 28 febbraio 2022, la presidente del Consiglio nazionale delle ricerche Maria Chiara Carrozza dichiarò che l’Istituto, in ottemperanza con le decisioni prese a livello europeo e nazionale, avrebbe sospeso accordi e missioni con la Russia e si sarebbe offerto per disponibilità e sostegno a ricercatrici e ricercatori ucraini. In tempi più recenti, il Consiglio di Amministrazione del CNR ha dichiarato invece che l’istituto «non aderisce ad alcuna forma di boicottaggio nei confronti delle istituzioni scientifiche», pur impegnandosi a garantire – anche se non è chiaro come – che nelle proposte di ricerca nel bando bilaterale con Israele «siano escluse ricerche in ambiti duali o militari». 

Ai tempi dell’attacco della Russia all’Ucraina la mobilitazione delle istituzioni universitarie e di ricerca fu immediata tanto a livello nazionale quanto a livello europeo: dopo il 3 marzo 2022, con una condanna all’aggressione militare della Federazione Russa, tutte le cooperazioni di stampo Research and Innovation vennero interrotte, e non vennero più realizzati nuovi accordi con enti russi nel contesto del programma di ricerca Horizon Europe. Negli scorsi mesi non sono state prese le stesse misure nei confronti degli enti israeliani. 

A fine gennaio 2024, oltre 300 persone del mondo accademico di tutta Europa hanno firmato una lettera aperta per chiedere all’UE di «interrompere le collaborazioni di finanziamento con organizzazioni che sono note o sospettate di essere complici di Israele o di altre (presunte) violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, compresi i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio». Nel testo vengono citate diverse collaborazioni che rientrano proprio nel programma Horizon. Nel momento in cui si scrive, la lettera è stata firmata da 491 persone.

di Mattia Amadei (Mattia Amadei),Lucia Bertoldini (Lucia Bertoldini)

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