A scuola senza cittadinanza 

Esclusi e discriminati in classe: per molte persone, in Italia, il diritto allo studio è una conquista

«La prima vera esclusione l’ho sentita quando la mia classe è andata in Irlanda: io non sono potuta andare, non avevo i documenti giusti. Il visto non si fa in tempo, costa, servono garanzie. Per me era un ostacolo insormontabile».

«All’università volevo partire per l’Erasmus, ma non l’ho potuto fare, nonostante fossi in Italia da 12 anni. Non sono diventato più privilegiato. Anzi, più cresco, più aumentano i miei bisogni e sento il peso di quel diritto che mi manca».

«Durante i primi anni di scuola ho subito bullismo per il colore della mia pelle, mentre alle superiori o all’università non ho subito particolari discriminazioni. Eppure, essendo stata in una classe a maggioranza bianca, i miei compagni non si sono mai posti il problema della mia assenza. Nemmeno io ero particolarmente affranta dalla questione, semplicemente era “lo stato delle cose”. Ma devo dire che, una volta aver cambiato scuola ed essere finita in una classe con la maggior parte di compagni di seconda generazione, ho iniziato a sentirmi più compresa e accettata. I problemi che affrontavamo, come le file lunghissime in questura, erano gli stessi».

Queste sono solo tre testimonianze ma potrebbero essere quelle di chiunque tra quasi un milione di studenti senza cittadinanza italiana che frequentano le scuole del nostro Paese. Abbiamo chiesto loro cosa significa andare a scuola, sentirsi esclusi dal gruppo classe, e non solo, discriminati sin dalle elementari: «dovevo sempre dimostrare a me stesso e agli altri di essere una persona per bene», ci ha detto uno di loro. In Italia, se non hai la cittadinanza anche se ci vivi da diversi anni, il diritto allo studio devi guadagnartelo. È in questo contesto che si costruisce una società meno inclusiva. Ne abbiamo parlato con chi vive e ha vissuto questa condizione, tra studenti e insegnanti, e di come l’8 e il 9 giugno molti di loro non potranno votare vedendosi nuovamente un diritto negato.

Una discriminazione che entra nella quotidianeità

Secondo il report del Ministero dell’Istruzione e del Merito, pubblicato ad agosto 2024, nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, pari all’11,2% del totale. Un dato incrementato rispetto all’anno scolastico precedente in cui toccava il 10,6%: cioè 42.500 studenti in più. Oltre un quarto di questi studenti si concentrano in Lombardia, seguono Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte. 

Eppure, come racconta il report di Save the Children  Il mondo in una classe del 2023, il pluralismo culturale non basta a garantire un senso di appartenenza: «persiste un forte senso di esclusione e disuguaglianza, soprattutto per i bambini con background migratorio», si legge. Le difficoltà linguistiche restano un ostacolo centrale: «Il superamento dello scoglio linguistico è fondamentale per favorire un’inclusione reale, ma spesso le risorse dedicate sono insufficienti», racconta infatti a Scomodo Selma, studentessa senza cittadinanza italiana di 19 anni, che vive nelle Marche e frequenta il quarto anno del liceo artistico, «All’inizio è stato molto difficile: parlavo solo arabo», ci dice. Racconta che alle elementari fu bocciata in prima perché non parlava ancora bene l’italiano: «Mi sono sentita inadatta. I professori non capivano la mia situazione. A casa parlavo marocchino, a scuola cercavo di adattarmi. Ma sentivo che non bastava». Remon Karam, 25 anni, invece è arrivato dal Cairo «sono egiziano», prosegue «sono un cristiano copto, e ho lasciato casa mia a seguito della primavera araba e dell’uccisione di mio cugino. Sono stato preso in ostaggio da parte dei trafficanti per cinque giorni. Chiedevano ai minorenni di pagare un riscatto per farmi partire. Poi ho fatto sette giorni di navigazione in mare, rischiando la vita su un barcone con altre 180 persone, tra cui tanti siriani che scappavano dalla guerra civile».

Un dato da non ignorare è che secondo il report del Ministero, il 65,4% degli alunni stranieri è nato in Italia. Eppure, nonostante ciò, molti di questi studenti, nati o cresciuti in Italia, non sono riconosciuti come cittadini italiani. «Mi sono reso conto di essere diverso quando tante cose non erano possibili. Per esempio, non potevo fare l’Erasmus come i miei compagni di classe» racconta Karam. «Io fuori dall’Italia non posso starci per più di tre mesi. Questo mi ha chiuso diverse porte, diverse opportunità. Anche all’università volevo partire per l’Erasmus, ma non l’ho potuto fare, nonostante fossi in Italia da 12 anni. Non sono diventato più privilegiato. Anzi, più cresco, più aumentano i miei bisogni e sento il peso di quel diritto che mi manca».

Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta una svolta possibile: propone, infatti, di ridurre da 10 a 5 anni il tempo di residenza richiesto alle persone provenienti da Paesi extra UE maggiorenni per ottenere la cittadinanza italiana.

Una misura che punta a facilitare l’accesso alla cittadinanza per chi vive stabilmente nel Paese, soprattutto per i più giovani che crescono dentro le nostre scuole.

«Alle superiori, molto spesso, alcuni miei compagni di classe mi chiamavano “immigrato di m***a”. Ero costantemente preso in giro, bullizzato», sostiene Karam. «Mi sentivo costantemente “meno”, sminuito. Però cresceva in me la consapevolezza che le mie diversità dovevano essere percepite come un dono. Dovevo dimostrare a me stesso e agli altri che ero una persona per bene, che potevo essere un valore anche per gli altri». Il diritto allo studio viene dunque compresso e visto come qualcosa da guadagnarsi.

Selma, ci dice di essere «arrivata in Italia nel 2009, avevo quattro anni. Mio padre era già qui da tempo, lavorava in fabbrica. Conoscevo il Corano, in Marocco da piccoli non si gioca come qui. È stato un trauma culturale e linguistico», continua. «La prima vera esclusione l’ho sentita quando la mia classe è andata in Irlanda: io non sono potuta andare, non avevo i documenti giusti. Il visto non si fa in tempo, costa, servono garanzie. Per me era un ostacolo insormontabile».

Tuttavia, «Mi sento fortunata», ribadisce Selma «i miei compagni mi hanno sempre rispettata. Ma mi dà fastidio vedere persone che non sanno nulla dell’Italia ottenere facilmente la cittadinanza, solo perché hanno un cognome italiano. Io studio la cultura italiana, la amo, eppure per essere riconosciuta devo lottare». Karam, è dell’idea che «Anche se si ha la cittadinanza, si viene comunque trattati come stranieri. Una persona cinese o africana, anche se ha la cittadinanza italiana, rimarrà comunque percepita come “africana” o “cinese” perché ha le sembianze dell’essere africano o cinese. Certo, la cittadinanza può ridurre questa marcatura, ma purtroppo nelle scuole il diverso viene trattato come tale, molto spesso anche dai professori». (Un tema su cui tra l’altro ci eravamo già interrogati, in riferimento alla invisibilizzazione della comunità cinese in Toscana).

È una discriminazione che entra nella quotidianità: Selma ci racconta  di aver «dovuto spiegare spesso perché non ho la cittadinanza. E ogni volta che lo faccio, sento un distacco. Capisco che per loro io non sono considerata italiana, anche se io mi sento tale in tutto e per tutto». Per questo guarda al referendum con attenzione e con rabbia: «Da quando ho compiuto 18 anni, il fatto di non poter votare mi fa bollire dentro. È come se mi dicessero che non conto, che la mia voce non ha diritto di esistere». «La mia diversità, la mia storia, tutto ciò che porto con me dovrebbe essere riconosciuto come un valore. Ma nella realtà questo non succede. Nonostante tutto, cerco di tenermi stretto quello che ho e andare avanti», aggiunge anche Karam.

Se Selma potesse parlare con chi non comprende questa battaglia, direbbe: «Vuol dire che non hai mai dovuto affrontare queste difficoltà. Tu hai rispetto, e non te lo sei dovuto guadagnare. Per chi è nato qua con la cittadinanza non cambia nulla. Ma per chi è rimasto fuori, cambia tutto». Infatti, aggiunge nonostante «mi sento già italiana e non ho bisogno che qualcuno me lo dica, con la cittadinanza potrei viaggiare, vivere con più dignità, sentirmi riconosciuta. Sarebbe solo un documento, ma anche una forma di rispetto che oggi manca».

D’altro anche le esperienze di chi è riuscito ad ottenerla ci raccontano di un processo pieno di falle e criticità, come nel caso di R., 32 anni, ex studentessa, nata in Italia da genitori di origine filippina, che si è vista riconoscere il suo diritto ad essere parte attiva del Paese solo a 26 anni: «ho giurato due settimane dopo aver preso la laurea triennale. La prima parte delle scuole superiori l’ho trascorsa in una classe a maggioranza bianca e italiana: il primo viaggio d’istruzione non l’ho potuto fare perché il mio permesso di soggiorno era in scadenza e per sicurezza personale ho preferito non affrontarlo. Avevo paura di poter essere trattenuta all’Ufficio Immigrazione dell’aeroporto. Per il secondo viaggio d’istruzione ho fatto firmare un foglio alla professoressa che ci accompagnava, timbrato dall’ambasciata delle Filippine, dove si faceva garante di me, della mia sicurezza e del mio rientro in Italia in caso di controlli alla frontiera francese».

Essere “visti” dallo Stato è chiaramente uno dei problemi più ingombranti nella vita di molte persone con background migratorio.

Un percorso caratterizzato da difficoltà burocratiche che sono costate molto tempo, altrettanti soldi ed energie: «ottenere la cittadinanza è stato un processo tedioso. Non mi è stata concessa tramite la richiesta per le persone appena diventate maggiorenni perché risultavano mancanti cinque anni di residenza in Italia, nonostante tutti i miei certificati medici vaccinali attestassero la mia permanenza in questo Paese fin da quando sono nata. Ho dovuto chiedere documenti che erano letteralmente delle carte in bianco con solo il mio nome e null’altro (non sono mai stata alle Filippine per più di un mese, per le vacanze con i miei genitori), aspettare le traduzioni e chiedere numerosi appuntamenti negli uffici della Pubblica Amministrazione. Ad un certo punto volevo solamente lasciare tutto, la via più facile sembrava quella di tenere il permesso di soggiorno e rinnovarlo periodicamente». 

Essere “visti” dallo Stato è chiaramente uno dei problemi più ingombranti nella vita di molte persone con background migratorio. Anche R. evidenzia che «durante i primi anni di scuola ho subito bullismo per il colore della mia pelle, mentre alle superiori o all’università non ho subito particolari discriminazioni. Eppure, essendo stata in una classe a maggioranza bianca, i miei compagni non si sono mai posti il problema della mia assenza. Nemmeno io ero particolarmente affranta dalla questione, semplicemente era “lo stato delle cose”. Ma devo dire che, una volta aver cambiato scuola ed essere finita in una classe con la maggior parte di compagni di seconda generazione, ho iniziato a sentirmi più compresa e accettata. I problemi che affrontavamo, come le file lunghissime in questura, erano gli stessi».

Se invece proviamo a spostarci dall’altra parte della cattedra – quella degli insegnanti – ci accorgiamo subito di una grande assenza: se sulla presenza degli studenti con cittadinanza non italiana esistono dati piuttosto dettagliati, sulla composizione del corpo docente le informazioni sono ancora frammentarie, parziali, spesso trascurate. Eppure, anche dietro la cattedra esiste una realtà sempre più variegata, che fatica però a trovare pieno riconoscimento normativo e istituzionale.

Dall’altra parte della cattedra, insegnare senza cittadinanza

Gli insegnanti con background migratorio in  Italia ogni giorno contribuiscono alla vita scolastica, pur dovendo affrontare barriere invisibili e spesso insormontabili a cominciare dalla cittadinanza. Uno di loro è Jean Christophe Koffi, originario della Costa d’Avorio, arrivato in Italia nel 2010, a soli 18 anni. Si è stabilito in un paese della Brianza, dove ha frequentato il liceo Linguistico e dopo il diploma, ha deciso di proseguire il suo percorso formativo, iscrivendosi all’Università degli Studi di Milano; l’anno scorso ha portato a termine gli studi con una laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee. «Fin da quando sono arrivato in Italia, sono stato a stretto contatto con tanti insegnanti. Ero alla ricerca di un “segno”, come dice anche l’etimologia del verbo insegnare», racconta Koffi a Scomodo. Durante l’università ha lavorato come insegnante di francese in scuole medie e superiori. Un percorso costruito con determinazione, ma che non gli ha ancora permesso di essere riconosciuto a pieno titolo come cittadino italiano, né come insegnante con le stesse opportunità degli altri. «Ad agosto 2023 ho fatto richiesta per la cittadinanza italiana, quindi quasi due anni fa, ma non l’ho ancora ricevuta. Non cambierebbe nulla nel mio modo di vivere l’insegnamento. Ma nel contesto scolastico sentirei di avere molte più libertà e possibilità di scegliere, banalmente potrei partecipare ai concorsi», sottolinea Koffi. Per i cittadini italiani, l’accesso alla professione come docente è chiaro: serve un titolo di studio adeguato e un’abilitazione all’insegnamento. Nessun grande limite formale all’orizzonte. Anche i cittadini dell’Unione Europea possono insegnare in Italia, alle stesse condizioni degli italiani, a patto di ottenere il riconoscimento del titolo di studio da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e dimostrare una conoscenza sufficiente della lingua italiana. Per i cittadini extra-UE, il percorso è decisamente più articolato. Solo nel 2022, grazie grazie ad un’apertura del Ministero, è stato riconosciuto anche a loro – se in possesso di un permesso di soggiorno regolare – il diritto di iscriversi alle graduatorie provinciali per le supplenze (GPS). Ma attenzione: l’accesso riguarda solo incarichi temporanei e precari, supplenze brevi o annuali. L’immissione in ruolo è un’altra storia. Per partecipare ai concorsi pubblici, infatti, è necessaria la cittadinanza italiana, oppure la cittadinanza di un Paese dell’UE,  o  uno status giuridico particolare (rifugiato, protetto sussidiario, o titolare di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo). In altre parole, non basta avere competenze, esperienza in Italia e all’estero: la cittadinanza diventa un requisito minimo discriminante e un fattore d’accesso altamente escludente. Questa distinzione normativa si riflette anche sulla percezione sociale del ruolo dell’insegnante, nonchè la sua legittimazione e il suo riconoscimento. «Se avessi la cittadinanza non cambierebbe nulla nel mio modo di agire e di insegnare, ma mi sentirei più legittimato a fare quello che faccio e questo mi darebbe più sicurezza. Questa lunga burocrazia riflette la volontà politica di delegittimare le persone e toglierci valore», aggiunge Koffi.

«Hai presente la barzelletta dove uno chiede "come ti chiami?” e l’altro risponde “sono gli altri che mi chiamano”? Ecco, mi manca solamente che gli altri mi chiamino italiano», ci dice Koffi ridendo.

Questa mancanza si riflette anche nel modo in cui si viene percepiti all’interno della scuola. Gli stereotipi e i pregiudizi esistono, e Jean Christophe racconta di come talvolta abbia sentito il bisogno di fare di più, di dimostrare il proprio valore, anche quando non sarebbe stato necessario. «Mi è capitato di dover dimostrare di più solo davanti a chi si ferma alla superficie. A chi ti guarda e basta, senza conoscerti. È per questo che ho sentito alcune volte di dover dare il doppio, anzi, a volte anche il quadruplo. Vorrei dire alle persone di non fermarsi al colore, ma di andare oltre, di iniziare a fare domande e chiacchierare». In questi anni Jean Christophe ha costruito un rapporto positivo con gli studenti, che riescono ad andare oltre i pregiudizi. Anzi, proprio grazie alla relazione educativa e alla quotidianità della classe, è possibile innescare piccoli cambiamenti, aperture, nuove curiosità: «Quando superi l’immagine iniziale che si erano fatti di te, cominciano a chiedersi davvero chi sei. Ed è lì che inizia una crescita. Nasce la curiosità, il desiderio di capire. E questo è bello, perché li arricchisce», racconta. Non si tratta di una sfida personale e individuale, ma di un messaggio più ampio e politicamente importante: educare alla complessità, alla pluralità, all’interculturalità: «Io dico sempre ai miei studenti: se qualcosa vi incuriosisce, fate domande. Non fermatevi alle apparenze e alle supposizioni, andate oltre. Aprite le porte, entrate nelle storie», conclude Koffi.

Hanno collaborato Andrea Carcuro e Beatrice Baragli

di marialuisa.pasqualicchio (Maria Luisa Pasqualicchio),Katia Shirin Karamooz (Katia Shirin Karamooz),Gaia Sironi (Gaia Sironi)

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