Sono stati 526.317 quest’anno gli studenti coinvolti nell’esame di maturità e 14.072 le commissioni. L’esame è iniziato, come di consueto, con la prima prova scritta, italiano, comune a tutti gli indirizzi, che si è tenuta il 19 giugno, a cui è seguita il giorno dopo la seconda prova, riguardante le discipline caratterizzanti di ogni percorso di studi. Secondo la Repubblica, durante il periodo di preparazione agli esami, 9 studenti su 10 sono stati a rischio burnout e il 65% del campione rilevato ha ritenuto l’esame una grande fonte di tensione e stress. Sono inoltre stati significativi gli aumenti di disturbo del sonno, di un’alimentazione sregolata, dell’uso di caffeina ed energizzanti, ma purtroppo anche di farmaci, per sentirsi pronti e performanti.
La decisione di scrivere questo articolo è nata proprio dopo aver sostenuto la prova di maturità di quest’anno e di aver riflettuto sul peso di quest’ultima. Mattia, che ha frequentato il liceo classico, confessa: «personalmente ho sempre vissuto la scuola come un peso: ne ho compreso sempre la necessità e il valore, ma ho sempre faticato a ritrovarmi in un liceo dove l’unico parametro di valutazione erano le nozioni e le verifiche, mentre venivano svalutate le attività extrascolastiche, per quanto portatrici di competenze e capacità complementari a quelle scolastiche. Durante l’esame finalmente ho potuto mostrare alla commissione, con orgoglio, il risultato della mia gestione dello studio e delle attività esterne, dimostrando che non sarei stato completo senza una delle due parti». Quando ne parliamo dice. «sono molto combattuto sul giudizio che do della maturità e dei suoi risultati: è giusto che il percorso influisca in questo modo sul voto finale? Alcune mie compagne che senza dubbio si sono distinte più di me nello studio hanno concluso il loro percorso con voti ottimi, sì ma inferiori al mio. È giusto che la gestione della pressione, perché di questo si tratta, prevalga sulla costanza con cui loro si sono impegnate?».
Che cosa significa maturare?
Se si fosse chiesto a Giacomo Leopardi di esaminare i tempi e le forme di maturazione dei frutti della natura non sappiamo come avrebbe risposto, lui che ai termini preferiva le parole, al determinato il vago e l’indefinito e che scelse di accostare le rose alle viole ne Il sabato del villaggio non perché non sapesse che esse fioriscono in stagioni diverse, ma poiché volle seguire un’antica tradizione mitologica, quella dell’immagine della primavera eterna. Tralasciando l’inesattezza botanica, il merito di Leopardi, come più in generale della poesia, resta quello di incidere sul particolare elevandolo alla grandezza dell’universale. La poesia spesso anticipa le scienze: secondo lo psicologo Tere Díaz Sendra, una persona è matura se sa armonizzare le proprie azioni attraverso processi riflessivi, come già Leopardi e altri grandi pensatori avevano capito. Probabilmente il poeta avrebbe risposto che una persona è matura quando è consapevole che più si sa e più si soffre, ma che la conoscenza permette di accettare con lucidità il dolore, di avvertire il senso di comunanza che lega al prossimo e di esprimere l’esigenza irrinunciabile di vivere. Leopardi resistette al suicidio perché seguiva il proprio dáimōn, la propria passione, e amava i propri cari tanto da non voler infliggere loro la sua perdita. Forse, è proprio questo ciò di cui i giovani di oggi hanno fortemente bisogno per sentirsi vivi e maturi. La psicologia è una nobile e necessaria scienza ed è vero che la poesia da sola non basta a cambiare il mondo, ma a pungolare la mente e il cuore di un giovane studente sì. Con un solo verso de La ginestra, il poeta ha saputo invitarci a riflettere non solo sul suo secolo: ancora oggi ci si interroga su le magnifiche sorti e progressive. Il progresso ha a che fare con la maturazione, ma è a forza di crisi, che in greco significa separazione e scelta, che si matura. La Storia insegna che l’umanità non attraversa un’esponenziale crescita economica, sociale e culturale e le scienze dicono che l’evoluzione deriva dalle mutazioni genetiche, cioè dagli errori.
Vivendo in un mondo competitivo e performativo, oggi il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è difficile. Sembra che maturare in cinque anni di superiori non significhi tanto acquisire la capacità di analizzare e risolvere problemi, organizzare concettualmente dei pensieri e rielaborarli con un linguaggio appropriato, sviluppare uno spirito critico e uno stile cognitivo, quanto piuttosto prepararsi ad una gara di velocità, perfezione e merito. D’altronde, oggi non si chiama più Ministero della Pubblica Istruzione, ma Ministero dell’Istruzione e del Merito, e nel 1998 il Ministro Luigi Berlinguer cambiò la dicitura da “esame di maturità” in “esame di Stato”.
Ma quali sono le origini dell’esame di maturità e com’è cambiato?
La storia dell’esame di maturità in Italia inizia con la riforma della scuola voluta dal filosofo e allora ministro dell’istruzione Giovanni Gentile tra il 1922 e il 1924, durante il primo governo Mussolini.
Gentile aveva impostato il sistema scolastico secondo i principi dell’idealismo, dando particolarmente spazio all’insegnamento della filosofia nei licei e selezionando gli insegnanti non tanto per le loro capacità pedagogiche e didattiche, ma ricercando un alto livello di conoscenze e una buona capacità retorica.
L’idea di scuola gentiliana era improntata alla formazione di una classe dirigente di alto livello attraverso il percorso liceale, particolarmente selettivo e basato sulla completezza dei programmi, più che sul metodo di insegnamento, che si concludeva con un duro esame di maturità: le commissioni statali erano composte completamente da insegnanti esterni, tra cui anche alcuni docenti universitari. La maturità non veniva sostenuta da tutti gli studenti, ma solo dai liceali (la riforma Gentile prevedeva solo il liceo classico, lo scientifico e l’artistico). Gli altri studenti sostenevano invece esami di abilitazione tecnica o professionale, secondo il loro indirizzo di studi. Le prove scritte erano 4, seguite da un orale in cui il programma di studio comprendeva tutti e tre gli ultimi anni di liceo.
L’esame strutturato in questo modo era quindi improntato alla verifica puntuale delle conoscenze dello studente e non teneva in alcuna considerazione il percorso scolastico. Negli anni l’esame di maturità è stato più volte modificato dai ministri che si sono succeduti.
L’introduzione dei crediti scolastici, ad esempio, la cui assegnazione avviene ancora oggi sulla base dei voti dei singoli anni, è stata introdotta solo nel 1999 dall’allora ministro Luigi Berlinguer.
Il valore dei crediti scolastici è progressivamente cresciuto, fino ad arrivare, con la riforma della ministra Fedeli, nel 2017, a 40 crediti sui 100 punti totali dell’esame.
L’esame odierno, impostato da Fedeli, è quindi così strutturato per tutte le scuole secondarie, licei e tecnici: 2 prove scritte, la prima di italiano comune a tutti gli studenti mentre la seconda legata alle materie caratterizzanti dell’indirizzo di studi, e un colloquio orale multidisciplinare, dove lo studente dovrebbe mostrare le capacità di collegamento e analisi critica dei documenti e delle conoscenze apprese nell’ultimo anno. Diventano necessari per l’ammissione all’esame lo svolgimento delle ore di alternanza scuola lavoro (PCTO) e aver sostenuto le prove Invalsi.
L’esame di stato viene però criticato da più parti e per diverse ragioni. Da una parte l’esame viene ritenuto formalità e ha perso valore, soprattutto nel caso di prosecuzione degli studi: la percentuale irrisoria di bocciati, tra lo 0,1% e lo 0,2% secondo Skuola.net, e la discrezionalità delle valutazioni delle diverse commissioni lo hanno reso quasi inutile per l’accesso all’università, che richiedono nella maggior parte dei casi il semplice superamento dell’esame e lo svolgimento di test di ingresso interni. Dall’altra misure “meritocratiche” come l’istituzione della “Carta di Merito” per gli studenti che hanno conseguito una valutazione di 100/centesimi al posto del Bonus Cultura per i diciottenni hanno posto uno standard altissimo che mette una grande pressione sugli studenti. In effetti il peso che la scuola esercita sul singolo studente aumenta sempre di più. Giulia, che ha frequentato il liceo scientifico, dice: «ci si preoccupa sempre di ciò che si ha a cuore e io il liceo l’ho avuto a cuore e a mente. Non sempre è stato facile o possibile trovare un equilibrio tra lo studio come amore e scholé e la deriva aziendalista, competitiva e performativa della scuola, soprattutto in occasione dell’esame, in cui è prevalsa l’ansia e la paura di riconfermare i tanti sacrifici di cinque anni di impegno costante a fronte di tre prove, con i loro significativi limiti epistemici». Anche lei, quando racconta della maturità fa un passo indietro e pensa al suo percorso in generale: «ho sempre dedicato molta cura allo studio, considerandolo lo strumento per scoprire me stessa e il mondo, fino a renderlo il mio ossigeno. Tuttavia, c’è un tempo per inspirare e uno per espirare. Studiare è prendersi del tempo per sé, ma non in un esasperato e puro individualismo, bensì nella contaminazione con enti altri da sé, che richiede il tempo della relazione, del riposo e della ricostruzione. Altrimenti è quasi tutto vano e perduto».
Tra riforme e innovazioni: qual è il valore dell’esame oggi?
Dal 1969 al 1999, la scuola superiore non ha realizzato la dimensione di massa originariamente prefissata, come dimostrano gli elevati tassi di dispersione scolastica e bocciature – il contrario di oggi. A ricordare un trentennio di riforme mai attuate sono i professori Annamaria Palmieri e Mario Ambel nel loro libro La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra letteratura, politica e società. Le speranze continuano ad essere tradite. Il Ministro De Mauro nel ‘99 cercò di dare dignità e serietà all’esame rivalutando l’importanza dell’intero curriculum scolastico, di tutte le materie e introducendo l’autonomia delle scuole. Gli autori del testo constatano che più che di un rinnovamento culturale si trattò dell’origine del declino burocratico-amministrativo e delle alterazioni aziendaliste della scuola, notando che «di quelle speranze è rimasta attiva forse solo l’ansia, diventata patologica, di verificare la qualità». L’ansia, lo stress e la depressione sono connessi alle logiche competitive neoliberiste che sono entrate nelle scuole, plasmandole. Sembra un’autonomia della competitività, che combacia con la privatizzazione e l’omologazione culturale. Il merito sostituito al pubblico e la maturità come alternativa non sono cambiamenti formali o questioni linguistiche. I discussi crediti non derivano forse da un lessico economicista? E la certificazione delle competenze? Viene da chiedersi quale sia oggi il valore dell’esame. A tal proposito, una riflessione interessante è quella di un insegnante, Sergio Mantovani, che si serve dell’aiuto della matematica. Stimando approssimativamente un numero di 180 valutazioni, scritte e orali, per ciascuno studente nel triennio delle superiori, non c’è bisogno di essere matematici per capire che è inverosimile far pesare sole tre prove, tenute dinanzi ad una commissione composta per i 4/7 da docenti che non conoscono i maturandi, per il 60% sul voto finale. È una questione di proporzioni. Si discute da anni soprattutto sulla sproporzione tra le prove di matematica del liceo scientifico e la preparazione degli studenti. Come ha detto Riccardo Azzali, fisico e content creator, anche gli argomenti più studiati vengono presentati nelle prove con strutture e formulazioni diverse rispetto all’approccio tradizionale dei libri di testo, inoltre nei quesiti si trovano la geometria spaziale e il calcolo combinatorio, che per la lunghezza dei programmi spesso non vengono adeguatamente approfonditi. Ma i programmi non esistono più, o meglio si tratta di indicazioni ministeriali, che considerate l’autonomia e la libertà di insegnamento mal si conciliano con le prove nazionali.
Tra le partigianerie estremiste e spettacolarizzanti, che benedicono o condannano gli esami, in medio stat virtus. L’esame come colloquio interdisciplinare ha un senso, oggi c’è bisogno di unità del sapere. La scuola deve avere a che fare con la realtà, ma questo non significa inseguire l’attualità, come tanti vorrebbero ingenuamente, o studiare per trovare lavoro, tradendo le speranze riposte nell’istruzione dalle generazioni passate. Finalizzare lo studio a uno specifico lavoro non solo non è più possibile viste la crisi del lavoro stabile e duraturo e la necessità di apprendimento per tutta la vita – un’inquietante primavera eterna – ma è discutibile per diversi motivi. L’unicità sacra del quinquennio delle superiori è data da quel momento irripetibile di stare in un’aula con altri coetanei a sperimentare discipline complesse e diverse che forse mai si toccheranno più in futuro, a farsi domande e a dubitare, a conoscersi e conoscere, non per avere un ruolo nella società, non per essere imbuti riempiti di nozioni e neanche fuochi di originalità, ma per essere liberi. La scuola è la possibilità di cambiare vita e di capire in quali modi si può stare al mondo e scegliere prima come vivere piuttosto che di cosa vivere. Soprattutto oggi, in cui la certezza di avere un futuro i giovani non la hanno.
