La riforma dei 60CFU è classista

Il 2024 è l’anno zero per la nuova modalità di reclutamento degli insegnanti della scuola pubblica. Dopo due anni di incertezza su quale sarebbe stato l’iter da seguire per chi volesse abilitarsi alla professione dell'insegnamento, il ministro Valditara con un DPCM, lo scorso agosto, ha dato vita al progetto di riforma ideato dal suo predecessore Patrizio Bianchi. La strada per i futuri docenti si fa sempre più complicata e taglia fuori gli appartenenti a fasce di reddito più basse.

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Il 2 agosto scorso, sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito, è stata comunicata la firma del DPCM sulla formazione dei docenti della scuola secondaria di I e di II grado. Dal primo gennaio 2025 diventare insegnanti non sarà più come prima, e già da questa estate è possibile prepararsi per l’ultimo concorso così come lo abbiamo conosciuto finora.

La promessa è quella di nuovi percorsi che saranno adeguatamente strutturati disciplinarmente e pedagogicamente e in cui sarà decisiva la capacità di motivare i ragazzi e le ragazze e di valorizzarne i talenti.

Tuttavia, la riforma in questi anni sta facendo molto discutere, perché prevede un aumento importante del percorso formativo, non più solo curriculare, ma anche post-laurea, non riconosciuto come diritto allo studio e totalmente a spese del singolo. Soprattutto, si allungano sensibilmente i tempi di attesa nella possibilità di abilitazione. Si tratta di una misura classista, che penalizza tutti coloro i quali non appartengono a classi agiate e non possono permettersi di trascorrere anni e anni ad affrontare un percorso lunghissimo e sfiancante, senza poter o dover lavorare.

Dai 24 ai 60 CFU e non solo  

Il percorso da 24 CFU non ha più alcuna validità, se non per chi lo ha terminato entro il 31 ottobre 2022, che avrà l’opportunità di partecipare al prossimo concorso e acquisire, solamente in seguito, i 36 crediti per completare l’abilitazione.

La precedente disposizione prevedeva una serie di corsi a frequenza non obbligatoria e di esami che potevano essere sostenuti durante il ciclo di studi e per i quali si poteva chiedere una proroga di sei mesi prima della laurea, senza il rischio di essere considerati fuori corso.

La nuova, invece, consta di 60 CFU obbligatori, dei quali 35 CFU coprono le discipline di riferimento, le discipline socio/psico/antropologiche e pedagogiche, linguistiche, digitali e di legislazione scolastica; 20 CFU riguardano un periodo di tirocinio diviso tra tirocinio diretto di 15 CFU e tirocinio indiretto di 5 CFU. Quest’ultimo consiste in una serie di attività propedeutiche al primo, come la stesura di verbali, che verranno svolte in aula. Infine, sono previsti 5 CFU di metodologie didattiche e dell’inclusione. Come se non bastasse, sono state effettuate modifiche alla selezione degli esami di vari settori disciplinari per l’acquisizione dei crediti “di cattedra”, ovvero quelli della classe di concorso, che permettono di rivestire il ruolo di insegnante per specifiche materie. Ciò comporta che chi non ha sostenuto, in questi ultimi anni di studio, esami propedeutici previsti dall’ultima riforma – perché la precedente ne prevedeva altri – dovrà sostenerli in una situazione di emergenza: o messi alle strette dalle scadenze molto brevi per il conseguimento del titolo di laurea, o a pagamento come esami extra.

Una mole di lavoro non indifferente, dopo aver trascorso cinque anni o più sui libri.

Una variazione che forse può recare sollievo è che un CFU di tirocinio non equivale a 25 ore di presenza, come nel caso delle lezioni universitarie, bensì a 12 ore, rendendo “il praticantato” più breve in relazione ai crediti.

Tuttavia, il percorso non è solo impegnativo perché quantitativamente pesante, ma è anche un percorso a ostacoli: le domande per accedervi non possono essere tutte accolte perché i posti del corso sono limitati per ciascun ateneo. La selezione probabilmente verterà su titolo di studio e crediti della classe di concorso. Sembra, dunque, che convenga aspettare di terminare il ciclo di studi e sostenere tutti gli esami che riguardano l’insegnamento di cattedra, al fine di massimizzare le probabilità di entrare nella formazione il prima possibile. Eppure, tutto questo ha un costo: 2300 euro per i laureati e le laureate e 1800 euro per gli studenti e le studentesse; al termine, una prova finale costituita da una parte in forma scritta e una in forma orale, che prevede la quota di iscrizione di 150 euro.

 

La questione economica è tutt’altro che marginale e rende la riforma classista e poco democratica. All’età ideale di 25 anni circa una persona media non avrà più il sostegno dello Stato, perché le borse di studio non verranno erogate per un percorso che pure è ancora un percorso di formazione e, elemento ancora più determinante, è un percorso che prepara al lavoro, non lo presuppone. Non avrà neanche il sostegno della famiglia, qualora lo abbia mai avuto o sia mai bastato a supportare la sua carriera universitaria, considerati i dati su studenti e studentesse che faticano a stare al passo con gli studi perché, in itinere, devono ripiegare su lavori di tutti i tipi, spesso anche sottopagati, per mantenersi.Si stima che gli studenti lavoratori sono almeno 365 mila (uno su cinque) e il 40,3% del totale non potrebbe accedere agli studi se non avesse un’occupazione.

Essendo poi la frequenza di corsi e tirocinio obbligatoria per il 70% e la possibilità, a discrezione dell’ateneo, di indire prove intermedie, la disposizione di tempo e la disponibilità ad accettare un lavoro dignitoso, sempre in itinere, sono molto limitate e mettono in seria difficoltà organizzativa ed economica la persona che lo Stato dice di voler formare.

A peggiorare la situazione, un cambiamento anche nelle modalità di assunzione per chi abbia o meno i crediti abilitanti, che rischia di paralizzare i giovani e le giovani, in un clima già gravemente polarizzato. Ne abbiamo parlato con Chiara, giovane studentessa di Scienze storiche presso l’università di Bologna, «uno dei miei sogni è quello di fare l’insegnante nelle scuole secondarie, ma quest’anno la mia università non ha attivato i corsi per la classe di concorso A-19 (storia e filosofia) su cui mi ero orientata», il tono di Chiara è decisamente sconsolato, oltre alle problematiche economiche già menzionate, in base ai calcoli dell’ufficio regionale, UNIBO non ha potuto attivare corsi in tutte le classi di insegnamento creando notevoli problemi a tutti gli studenti e i laureandi che vedevano i loro futuro dietro la cattedra di una scuola. La sensazione che ci descrive è quella di «un ricatto, di vedersi relegati in quanto studenti di materie umanistiche all’ultimo gradino della professionalizzazione, come se voler diventare insegnanti fosse quasi una colpa». Non solo sul piano delle materie umanistiche, la riforma appare problematica a 360°, trasformando la formazione per i futuri docenti, la posizione di Chiara è netta, in una «formazione al precariato».  



Una marchetta alle università telematiche

Un nodo fondamentale è rappresentato dal proliferare delle università telematiche tra gli enti abilitati ad erogare i corsi di formazione. I temi  che si pongono riguardano: in primis lo standard qualitativo dei percorsi offerti ai futuri docenti, la concorrenza all’università pubblica sul numero di posti disponibili, università come E-Campus si appoggiano su reti composte da decine sedi sparse in tutta italia, con l’attuale sistema di calcolo dei posti che limita fortemente gli atenei nell’offrire un servizio corrispondente alla domanda fatta dai giovani aspiranti docenti, molti studenti saranno obbligati a rivolgersi ad un servizio di tipo telematico per ottenere l’agognata abilitazione. Senza paletti più fermi, volti a limitare la concorrenza delle telematiche e ad assicurare uno standard qualitativo comune per corsi e contenuti, questa riforma rischia di trasformarsi in una appetitosa cuccagna per gli atenei online e una tragica sconfitta per l’università pubblica. 



Una riforma che paralizza le nuove generazioni 

 

Una volta terminato il percorso dei 60 CFU e superata la prova finale, tre stadi portano al raggiungimento dell’assunzione ordinaria, fuori dalla quale c’è solo il vastissimo mondo del precariato, che, come vediamo, è destinato a durare parecchio e da cui non è detto si riesca a uscire.

Innanzitutto, sono state rimosse le messe a disposizione (MAD) che permettevano di presentare direttamente domanda all’istituto scolastico presso il quale si voleva coprire supplenze, senza il prerequisito di essere abilitati o possedere tutti i crediti previsti per la classe di concorso. Mantenendo lo stesso criterio di accesso, la MAD è stata sostituita dai cosiddetti “interpelli”, che non hanno più la candidatura spontanea e il rapporto diretto con la scuola di riferimento come modello operativo, bensì gli uffici territoriali, che, secondo una graduatoria nazionale, rispondono alle proposte di supplenza degli istituti. Non più, quindi, una domanda su base regionale, ma nazionale, che permette anche a chi risiede in Sicilia di ottenere supplenze in Valle d’Aosta, con tutti i pro e i contro che ne conseguono. Se, da un lato, si ha una maggior scelta nella dichiarazione delle preferenze e il futuro docente non deve preoccuparsi del vincolo dato dal numero di posti nella propria regione, dall’altro, la precarietà del lavoro incontra la scelta, non facile o sostenibile, di trasferirsi per qualche giorno o per un più lungo periodo di tempo lontano dal posto in cui ci si è stabiliti. Dando per scontato che giovani senza famiglia a carico possano spostarsi senza pretese, non vengono presi in considerazione lo stato di sradicamento e le difficoltà economiche di chi un altro lavoro deve pur averselo dovuto procurare, e che non può abbandonare da un momento all’altro.

 

Il secondo stadio è quello delle graduatorie provinciali di supplenza (GPS), consultate dalle scuole per supplenze generalmente lunghe, quindi con durata annuale o comunque di parecchi mesi. Si dividono in prima e seconda fascia. A quest’ultima è possibile accedere tramite un bando a cadenza biennale e riguarda il personale non abilitato, quindi, chi è già in possesso della laurea e dei CFU richiesti dalla classe di concorso, però non ha ancora l’abilitazione. La prima fascia invece, che viene maggiormente considerata, è dedicata al personale abilitato, che può accedervi annualmente. La selezione funziona a punteggio: voto di laurea, certificazioni linguistiche e informatiche che lo studente e la studentessa, nel frattempo, è bene abbiano trovato il tempo di procurarsi.

 

Infine, il concorso: agognato da tutta la vita perché è l’unico modo per diventare insegnanti di ruolo, avere un rapporto continuativo e ben definito con gli alunni e le alunne e assicurare loro un progetto didattico in aggiornamento e in evoluzione. Anche qui, tuttavia, non è il merito a premiare, perché spesso i posti sono pochi rispetto alla quantità di persone che supera le prove con un ottimo risultato.

Credendo di aver scalato tutte le montagne, prima di essere arrivati e arrivate al traguardo ad attenderci c’è un anno di prova costituito da didattica, incontri formativi, laboratori e momenti di osservazione da parte del dirigente o della dirigente scolastica e del o della docente tutor. Per finire, finalmente, un colloquio che annuncia il superamento o il fallimento della prova.

 

Una scuola che potrebbe essere al passo con i tempi, offrire la migliore istruzione possibile, in termini di metodo, cura della persona e inclusività, ma che paralizza il futuro corpo docenti, facendo andare avanti solo chi ha i soldi per farlo e sacrificando la salute mentale di studenti e studentesse a cui il sistema chiede di ottimizzare e capitalizzare risorse ed energie senza offrire una fonte organica di restituzione.  

 E siamo sicuri poi che alunne e alunni ne beneficiano?

La situazione, almeno sul breve periodo, è polarizzata: da una parte un modello scolastico in vigore stantio che, tuttavia, sta formando e istruendo generazioni su generazioni; dall’altra un corpo docenti nascente giovane, aggiornato e più sensibile ai bisogni della contemporaneità, paralizzato da un’ascesa all’abilitazione lunga e tortuosa.

di Alessandro Trevisin (Alessandro Trevisin),Alessia Morra (Alessia Morra)

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