Può il calcio femminile influenzare le coscienze dei propri tifosi riguardo al cambiamento climatico? Forse sì. O almeno, così sembrerebbe da un report recentemente pubblicato sul sito di Planet League, intitolato “Women’s football and climate change: the player’s perspective”. Planet League è una piattaforma che dal 2019 promuove campagne di azione per il clima tra gli appassionati di sport, soprattutto di calcio, attraverso varie collaborazioni con club e leghe calcistiche professionistiche nel Regno Unito. Il report, pubblicato a maggio 2024, è stato realizzato in collaborazione con Planet League e promosso da Amy James-Turner, centrale difensiva della squadra femminile del Tottenham Hotspur nella FA Women’s Super League, la massima serie del campionato di calcio femminile inglese.
«Volevo sapere come la pensavano le mie compagne di squadra in merito al cambiamento climatico», ha detto Turner spiegando l’obiettivo della ricerca. «Cosa stiamo facendo al riguardo? Come vedono gli sforzi dei loro club, dell’industria del calcio… e che cosa si può fare di più». Turner, insieme al team di Planet League, ha dapprima intervistato una decina di manager che lavorano nelle leghe calcistiche di Inghilterra, Scozia e Galles. Successivamente, ha coinvolto 113 calciatrici professioniste provenienti da 36 squadre differenti, sottoponendole a un sondaggio sul cambiamento climatico in relazione al mondo del calcio.
le giocatrici si sono dette seriamente preoccupate per la crisi climatica, non solo per l’impatto che ha sulla loro quotidianità e sul proprio futuro, ma anche per quanto riguarda il proprio lavoro, attorno al quale ruota un’industria altamente inquinante
Ne è emerso un quadro piuttosto omogeneo, in cui le giocatrici si sono dette seriamente preoccupate per la crisi climatica, non solo per l’impatto che ha sulla loro quotidianità e sul proprio futuro, ma anche per quanto riguarda il proprio lavoro, attorno al quale ruota un’industria altamente inquinante e al tempo stesso molto influente. Tante si sono dette contrariate per quanto poco i loro club abbiano fatto finora.
Le calciatrici intervistate credono tuttavia nella possibilità di guidare un’azione sul clima proprio partendo dal coinvolgimento delle squadre e dei tifosi. Grazie alle domande di Turner, espongono le proprie inquietudini – mantenendo l’anonimato – affinché le società per cui lavorano inizino a riconsiderare le proprie regole e a ridurre l’impatto ambientale. La ricerca non sfocia mai in un entusiasmo cieco e idealista, ma presenta in maniera realistica quelle che potrebbero essere delle possibilità di cambiamento. Altra storia è capire quanto siano disposti i club a prenderle in considerazione.
Le calciatrici intervistate credono tuttavia nella possibilità di guidare un’azione sul clima proprio partendo dal coinvolgimento delle squadre e dei tifosi
L’ecoansia dentro e fuori dal campo
Non c’è da meravigliarsi che le atlete siano preoccupate riguardo all’impatto della crisi climatica sulle proprie vite. D’altronde, la maggior parte di loro ha tra i 20 e i 35 anni, ovvero appartengono a quella generazione che, con più coscienza e più timore delle altre, sa bene che dovrà fare i conti con le conseguenze dell’emergenza climatica. Al di là dell’impatto sulla vita quotidiana, le giocatrici intervistate riconoscono che negli ultimi anni il riscaldamento globale ha iniziato ad avere delle conseguenze anche sul campo. Nelle ultime estati in Regno Unito, le calciatrici si sono spesso trovate costrette ad allenarsi o a giocare a temperature troppo elevate e decisamente fuori dal comune.
Non solo nel calcio, ma anche in altri sport sta diventando sempre più perentorio per gli atleti allenarsi a sopportare il caldo eccessivo, che può causare crampi, svenimenti o complicanze di altro genere. Uno studio pubblicato dalla British Association for Sustainable Sport racconta, in vista delle Olimpiadi di Parigi 2024, di come gli atleti si stiano preparando a gestire la competizione, viste le temperature che si prevedono: c’è chi si allena in stanze riscaldate, chi indossando più vestiti, chi fa una sauna di 30 minuti al termine di una seduta di allenamento. Negli anni a venire, sarà inevitabile per ogni sportivo introdurre nel proprio programma l’adattamento a temperature molto elevate, che possono alterare le condizioni psico-fisiche e limitare le prestazioni atletiche.
Tornando alla ricerca di Turner, oltre ai rischi legati all’attività sportiva, la preoccupazione maggiore riguarda in realtà l’impatto della crisi climatica sul presente e sul futuro di ciascuna. «In un periodo di tempo così breve, quanti cambiamenti possono avvenire – in pochi mesi, in pochi anni. È
spaventosa la velocità a cui stiamo andando, come potrebbe essere il mondo tra pochi anni». La preoccupazione è diffusa e innegabile, ma è accompagnata dall’amara consapevolezza di far parte di un mondo – quello calcistico – che ha un’enorme influenza mediatica ma che non si spende abbastanza per la causa. E che, in primo luogo, ha esso stesso un impatto ambientale considerevole. Da questa contraddizione, dunque, emerge un senso di ipocrisia e di frustrazione, frutto della consapevolezza di appartenere a un sistema che potrebbe fare molto di più.
Il ruolo dei club
Dalle interviste prende quindi forma una vera e propria call to action per le società sportive, principalmente orientata su due fronti: quello dell’informazione, attraverso la promozione di campagne di sensibilizzazione, e quello dell’azione concreta, ad esempio interrompendo le collaborazioni con le industrie di combustibili fossili, oppure diminuendo le emissioni di carbonio e i fattori inquinanti.
Partendo dall’azione concreta per ridurre il proprio impatto ambientale, alle giocatrici è stato chiesto cosa – nel caso in cui ci fosse anche una sola cosa che tutte le squadre dovrebbero fare. La risposta più gettonata è stata una: ridurre la plastica. Ad esempio utilizzando le borracce invece delle bottigliette usa e getta. «La plastica monouso è l’elemento da cui tutti i club dovrebbero essere in grado di allontanarsi» afferma un’atleta intervistata, «that’s easy». È facile perché per la maggior parte di loro riciclare è un’abitudine quotidiana, quasi scontata, come è normale che sia per gran parte della popolazione. Una consuetudine che poi sono costrette a dover modificare all’interno dei club per i quali lavorano e che non adottano uno stile di vita ugualmente sostenibile. Un’intervistata, ad esempio, fa notare che spesso ai pasti non viene proposta un’alternativa proteica alla carne e che questa sia quindi una scelta obbligata, non sempre in linea con le abitudini alimentari delle calciatrici.
Un’intervistata fa notare che spesso ai pasti non viene proposta un’alternativa proteica alla carne e che questa sia quindi una scelta obbligata, non sempre in linea con le abitudini alimentari delle calciatrici.
Un altro problema evidente è l’elevata quantità di emissioni di carbonio prodotta dai numerosi spostamenti in aereo. In questo caso, però, la questione è più dibattuta. La natura stessa del torneo prevede che le squadre si spostino, e non sempre è possibile farlo in treno o in pullman, sia per via delle infrastrutture presenti sul territorio, sia per la necessità di tutelare il benessere fisico delle atlete. Per questo motivo, l’impatto legato ai voli non è visto come un problema maggiore. Sta di fatto che, spesso, gli spostamenti in aereo risultano evitabili e facilmente sostituibili con mezzi meno inquinanti. Ad esempio recentemente, ha suscitato non poche polemiche la nazionale maschile di calcio francese che, dopo la vittoria contro il Belgio agli ottavi di finale di Euro 2024, ha preso un volo privato per effettuare uno spostamento di appena 170 km. Il tutto, tra l’altro, in un contesto in cui la stessa organizzazione tedesca di Euro2024 ha voluto sottolineare l’impegno messo in atto per ridurre l’impatto climatico legato agli spostamenti di migliaia di persone, tramite sconti per i mezzi pubblici per chiunque avesse acquistato un biglietto per una partita degli Europei, in modo tale da favorire i viaggi in treno e ridurre il traffico automobilistico.
Ma prima ancora delle politiche anti-spreco che dovrebbero essere intraprese dalla società, secondo la maggior parte delle atlete intervistate, la problematica più rilevante resta la mancanza di informazione riguardo alla crisi climatica. Nonostante le evidenze scientifiche della crisi climatica, le mobilitazioni globali per il clima, gli eventi meteorologici sempre più estremi, c’è ancora tanta, troppa poca consapevolezza di tutto questo. Ed è in questo contesto che le colleghe di Turner chiamano in aiuto i club. In primis, chiedendo che vengano promosse campagne di informazione e di sensibilizzazione sulla questione climatica rivolte ai tifosi. Oppure, cercando di invitare i propri fan ad adottare scelte più sostenibili, partendo proprio dall’esempio dei club. Sarebbero necessarie delle iniziative autentiche, però, e non sponsorizzazioni o eventi sporadici ascrivibili a puro greenwashing – o meglio, sportswashing – più che a una reale azione ambientalista, come capita di frequente. In Italia, ad esempio, la Serie A nella prossima stagione non sarà più sponsorizzata da TIM, com’è stato per gli scorsi 25 anni, ma da Enilive, la società di Eni dedicata ai prodotti e ai servizi per la mobilità, legata al colosso dell’industria fossile.
In secondo luogo, più dell’80% delle calciatrici intervistate vorrebbe che le proprie squadre fornissero ai dipendenti una formazione adeguata riguardo al cambiamento climatico. «Si dovrebbe fare di più per facilitare i giocatori nel cercare di proporre un cambiamento». Perché, se sulla conoscenza della questione climatica le giocatrici riconoscono i propri limiti, di una cosa sono certe: l’influenza che il calcio può avere sui propri tifosi.
Sarebbero necessarie delle iniziative autentiche, però, e non sponsorizzazioni o eventi sporadici ascrivibili a puro greenwashing – o meglio, sportswashing – più che a una reale azione ambientalista, come capita di frequente.
L’influenza dei singoli: un potenziale non sfruttato
Se c’è una forza che può muovere le persone e cambiare le cose nel 2024, è l’influenza (sui social, si intende). L’industria del calcio è culturalmente influente come poche altre al mondo. Il calcio femminile non può vantare lo stesso tipo di seguito e solo negli ultimi anni si sta liberando dello stigma al quale è stato associato per tantissimo tempo – e in questo, l’Inghilterra è nettamente più avanti che in Italia. Ma le calciatrici intervistate da Planet League hanno esteso anche ai loro colleghi uomini l’invito a prendere parte a questa azione di sensibilizzazione dei propri tifosi. Se da un lato, infatti, le società calcistiche sono molto seguite, sono anche i singoli calciatori a essere particolarmente influenti, soprattutto sui social, dove i più famosi raccolgono centinaia di migliaia di follower. Secondo le colleghe di Turner i calciatori hanno il compito di esporsi a favore di uno stile di vita più sostenibile, contando anche il fatto che la maggior parte del loro seguito è costituito da persone molto giovani. Se le società chiedessero ai propri giocatori di promuovere uno stile di vita ambientalista con la stessa frequenza con cui sponsorizzano marche di abbigliamento o accessori di lusso, questo potrebbe avere già un impatto non indifferente, vista la capacità comunicativa di cui godono.
Ma tutto questo potenziale, almeno per il momento, sembra restare tale: soltanto un potenziale, non realizzato. Per tutta una serie di ragioni, prima fra tutte la consapevolezza che la crisi climatica non è considerata una priorità dalle società calcistiche. «Non credo che i club metteranno mai la sostenibilità ambientale in cima alla loro lista di priorità», dice un’anonima voce realistica estratta dal report di Planet League.
Da parte dei club non si vede per il momento un reale interesse ad agire. Anche dal punto di vista dei singoli giocatori, però, non è sempre così facile parlare e prendere posizione. «Trovo difficile parlare con i media a proposito di cambiamento climatico e di sostenibilità, perché gioco a calcio e non mi sento come se fossi nel posto giusto per parlarne, e perché mi sentirei un po’ ipocrita», dichiara una delle atlete intervistate. Ipocrita perché quando si è parte integrante di un sistema che si reputa sbagliato, è difficile dare credibilità alle proprie parole. E poi perché è diffusa la convinzione che la politica non debba infiltrarsi in contesti che non la riguardano. Chi fa sport non deve parlare di politica, chi gioca a calcio pensi a parlare di calcio, come se dalla politica non dipendesse anche l’ultimo campetto da calcio di periferia.
Tra tutti i contesti sportivi il mondo del calcio è uno dei luoghi più difficili in cui alzare la voce, a causa dell’elevata esposizione a cui è sottoposto chiunque ne faccia parte e della pressione sociale che ne consegue. Durante gli Europei 2024, due calciatori francesi, Thuram e Mbappé, hanno invitato i loro connazionali ad andare a votare alle elezioni legislative, manifestando apertamente il proprio sentimento politico contro l’estrema destra capitanata da Marine Le Pen. La presa di posizione dei due giocatori è stata criticata da molti, come se non fosse loro concesso di esporsi politicamente, dato il loro mestiere.
Viste queste premesse, a Turner e alle colleghe va sicuramente il merito di aver proposto una tematica sociale – e non una qualunque, ma forse la più sentita degli ultimi anni – in un contesto in cui la presa di posizione e la contestazione politica non sono una consuetudine. Per altro, puntando il dito contro le stesse società da cui sono stipendiate. Detto questo, se le atlete sono pronte a mettersi in atto per il clima, sta a chi è in cima al sistema calcio operare delle scelte che possano produrre un cambiamento. Che il potenziale ci sia, è un dato di fatto; resta da capire se e come potrà essere impiegato.
