Pericolo tessile

Da Prato alla Romania, il business dello smaltimento illecito dei rifiuti tessili mascherato dal mercato dei vestiti usati

Il 4 maggio 1999 un uomo uscì da un circolo sportivo di via Pascoli a Montemurlo, una località a nord di Prato, salì sulla sua Audi A3 nera, ma non fece in tempo a mettere in moto. Infatti, improvvisamente si affiancò un’altra auto da cui scese un uomo armato di una Makarov – una pistola da guerra – che sparò sei colpi senza lasciargli scampo. Il corpo nella Audi A3 nera era del 43enne Ciro Cozzolino, soprannominato “o’ pazzo”, un imprenditore pregiudicato attivo nel settore degli “stracci”. Quello di Cozzolino è stato un cold case fino al 2013 e oggi è ricordato come il primo omicidio di Camorra in Toscana. Ci sono voluti quattordici anni agli inquirenti per ricostruire che fu un sicario del clan Birra a uccidere “Ciro o’ pazzo”, perché aveva assunto il predominio nel commercio degli abiti usati, intralciando così gli affari della malavita campana con i rifiuti tessili. Per questo omicidio sono stati accusati come mandanti e condannati all’ergastolo con sentenza definitiva nel 2016 Giovanni Birra e Stefano Zeno. 

Alcuni anni dopo, con un’inchiesta di Paolo Borrometi, il binomio Prato-rifiuti tessili tornò alla ribalta. Scrive il noto giornalista antimafia sul portale dell’agenzia di stampa AGI il 27 aprile 2017: “Materie plastiche e stracci da Prato a Hong Kong, con guadagni milionari per i clan cinesi ed italiani. Un affare milionario tra organizzazioni criminali, con la Camorra in prima fila che suscitava gli appetiti dei clan con i quali la criminalità del Dragone ha solidi contatti”. Le accuse che seguirono sono state di traffico illecito di rifiuti e furono denunciate 98 persone e 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania. Tra i protagonisti indagati c’erano i nomi di Franco e Nicola Cozzolino, attraverso la società New Trade, due fratelli legati da parentela proprio a Ciro Cozzolino. Indagati per il traffico transnazionale furono anche gli Ascione, famiglia oggetto di diverse indagini dall’Antimafia di Firenze. Vincenzo e Ciro Ascione, padre e figlio originari di Ercolano, avevano attività da tanto tempo a Prato e più volte sono finiti sotto la lente degli inquirenti con il sospetto di associazione mafiosa camorristica. Vincenzo Ascione, peraltro, era stato condannato in primo grado proprio per l’omicidio di Cozzolino. Assolto in appello nel 2004, da allora ha fatto perdere le sue tracce a Tunisi, come riportato dall’inchiesta su L’Espresso nell’articolo del 28 giugno 2017 dal titolo La mafia dei cassonetti gialli a firma di Veronica Ulivieri. 

Prato, capoluogo dell'omonima provincia toscana, con i suoi 198.000 abitanti è per popolazione la terza città dell'Italia centrale dopo Roma e Firenze. Qui si trova il più grande distretto tessile d'Europa. Foto di Gianmarco Caroti

Questa è una vecchia storia? Non del tutto, perché negli ultimi tempi il nome di Prato è tornato alla ribalta per un’escalation nella saldatura tra la criminalità italiana e la mafia cinese, con quest’ultima che ha dimostrato di sapersi porre come partner affidabile per la Camorra – come denunciato dal Dott. Luca Tescaroli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato – e compiere anch’essa degli omicidi nella guerra per il controllo degli affari illegali nel settore del pronto-moda. Una guerra a colpi di attentati che ha varcato da tempo i confini della Toscana con azioni sanguinarie avvenute anche a Roma, Madrid e Parigi.

Pericolo tessile 

Il 9 settembre 2025, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha votato per una legge sulla riduzione dei rifiuti tessili che purtroppo da’ ancora priorità al riciclaggio, anziché a strategie sulla durata e riuso dei materiali. I cittadini europei, secondo un dossier dell’Unione Europea, mediamente consumano ogni anno 26 kg di prodotti tessili e ne smaltiscono 11 kg. Con 465.000 tonnellate, l’Italia è prima in Europa per produzione di rifiuti tessili. Prato è considerata la capitale europea del tessile, dove le fibre naturali vengono recuperate e riciclate. 

Ma, a discapito di una narrazione che enfatizza come il distretto industriale stia diventando un modello europeo per l’economia circolare, permane nella provincia uno smaltimento illecito di rifiuti tessili che è un problema ambientale di grande impatto: nel 2024 sono state accertate 819 tonnellate di rifiuti trattati illegalmente e nei primi quattro mesi del 2025 erano già 252 tonnellate. Questi dati sono stati denunciati con un comunicato dal Dott. Luca Tescaroli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato da luglio 2024. Una zona a ridosso del torrente Filimortula, dove sono stati rinvenuti almeno dieci bracieri, utilizzati per incenerire rifiuti tessili, è stata ribattezzata la “terra dei fuochi di Prato”. Su Le Monde, un articolo a firma di Thomas Saintourens dedicato agli affari della criminalità infiltrata nel settore del pronto-moda, definisce il “sistema pratese” come una grande piazza di spaccio ma con i vestiti al posto della droga. Il fenomeno si inserisce in un contesto in cui Legambiente classifica la Toscana al 6° posto nel ranking nazionale dei reati ambientali, subito sotto le regioni a tradizionale presenza mafiosa. L’illegalità è stata pure esportata oltre i confini nazionali dell’Italia. 

Nel 2024 un tribunale romeno ha condannato a tre anni con sospensione della pena l’imprenditrice Georgeta Trifa, oggi conosciuta nel Paese come “la madre dei rifiuti”, per smaltimento illegale di tessuti originariamente importati in Romania dall’Italia come vestiti di seconda mano. La vicenda era nata quattro anni prima, quando la Garda Națională de Mediu, la guardia ambientale romena, insieme alla polizia locale, ha scoperto due magazzini abusivi contenenti più di 400 tonnellate di tessuti nel distretto di Bihor, in località Ineu e Vadu Crişului. Secondo l’investigazione, la maggior parte dei rifiuti tessili era pelle e conteneva cromo esavalente che non poteva essere bruciato negli ex-cementifici che sono stati riconvertiti a discarica. Il giornalista romeno Andrei Ciurcanu, membro del collettivo di investigazione giornalistica Rise Project – da noi contattato tramite Greenpeace e a conoscenza degli atti dell’inchiesta – ci ha confermato un sospetto: che gli scarti tessili importati dall’Italia potessero provenire anche da Prato, dove si trovano centinaia di attività specializzate nel riciclaggio di vestiti e scarti tessili raccolti da tutto il mondo. In particolare ci ha segnalato il nome di un’azienda pratese presente nell’inchiesta della magistratura in Romania. Ne abbiamo così chiesto una visura camerale alla Camera di Commercio. Già da una prima lettura è emerso un elemento interessante: facendo una ricerca online sul nome dell’amministratore della società, eccolo comparire in un articolo di cronaca locale de Il Tirreno del 2017, riportante l’inchiesta sopra menzionata con i nominativi dei 98 imprenditori a cui la Direzione Distrettuale Antimafia contestava la violazione di norme sull’esportazione di rifiuti plastici e abiti usati. Tutto materiale con origine nel distretto tessile di Prato e destinato in Asia. L’azienda in questione, secondo quanto riportato sul suo sito web, fornisce servizi per una soluzione corretta ed ecosostenibile di smaltimento di rifiuti industriali, ma evidentemente il metodo è opinabile!

Il modello pratese di rigenerazione dei tessuti da cui deriva la lana cardata ha prodotto per decenni una ricchezza incredibile.

Poi a fine anni Novanta, il distretto del “cencio” ha visto l’insediamento del “pronto moda” delle aziende cinesi nella propria area. Ciò ha comportato una metamorfosi funzionale e strutturale del distretto stesso, segnando la transizione da un’economia circolare basata sulla lana rigenerata a una filiera del fast fashion a basso costo e alta velocità. Le imprese cinesi hanno rilevato buona parte dell’infrastruttura tessile preesistente (capannoni, macchinari, rete di subfornitura) originariamente destinata alla lavorazione della lana cardata, prendendo il controllo di un’intera filiera e sostituendo il precedente modello produttivo. E gli scarti tessili sono diventati un problema con importanti esternalità negative sull’ambiente, ormai non solo a livello locale, ma pure a livello internazionale come emerge da questa vicenda, con la Romania che rischia di diventare la discarica d’Europa dati i costi di stoccaggio dieci volte inferiori rispetto all’Europa occidentale.

Il modello pratese di rigenerazione dei tessuti da cui deriva la lana cardata ha prodotto per decenni una ricchezza incredibile.

Siccome il traffico di rifiuti tessili, mascherato dal trasporto di vestiti second hand, era sconosciuto a molti magistrati in Romania (e pure ad alcuni ispettori della dogana), che dovevano ancora percepire il fenomeno in tutta la sua pericolosità ambientale, il trasporto ha permesso a questi capi di finire, in gran parte, nelle mani di importatori senza scrupoli che li hanno bruciati o smaltiti in discariche abusive, identificate nei distretti del nord, a confine con l’Ungheria. I rifiuti tessili illegalmente trattati, essendo stati confiscati, costringono lo stato romeno a spendere per il loro corretto smaltimento e la bonifica delle aree usate come discariche illegali, come ci ha spiegato Ciurcanu. Nel suo reportage pubblicato in inglese il 19 novembre del 2024 dal titolo “A textile danger: when magistrates wear other capes” racconta come la Romania è un obiettivo per coloro che vogliono sbarazzarsi rapidamente dei rifiuti, fingendo di esportare prodotti di seconda mano. 

In sostanza la Romania è diventata la destinazione per chi cerca di smaltire rapidamente carichi di rifiuti tessili. Un business che arricchisce pochi a discapito delle comunità, dell’ambiente e delle casse dello Stato. L’allarme arriva dai procuratori che indagano sul fenomeno, segnalando anche altri distretti con presenza illegale di scarti tessili, oltre a quello di Bihor. Bruciare calzature e abiti – in gran parte composti da materiali sintetici – libera sostanze tossiche, eppure la risposta giudiziaria è stata ancora timida al di là dei casi mediatici sollevati. La Romania dispone di un registro per le importazioni di rifiuti che ha dato buoni risultati; tuttavia, la mancanza di un registro delle aziende importatrici di beni usati – vuoto normativo su cui a Bucarest stanno lavorando – ha reso nel frattempo difficile capire dove finiscono i rifiuti tessili. La ministra dell’Ambiente, Diana Buzoianu, il 20 marzo 2026 ha dichiarato: “I rifiuti non devono entrare nel Paese con la falsa etichetta di prodotti second hand”, confermando di fatto che per anni il sistema è stato privo di un quadro legislativo rigoroso.

Il Macrolotto Zero è noto come il fulcro del distretto tessile pratese fin dagli anni Cinquanta e oggi caratterizzato da un'alta densità di popolazione cinese e attività di pronto-moda. Foto di Gianmarco Caroti

Legambiente: l’abbandono dei rifiuti e le attività del crimine organizzato

Lo scenario che emerge a Prato negli ultimi tempi è una situazione in cui di fatto, nelle maglie di filiere virtuose nel riciclo di rifiuti tessili, si insinuano pericolose attività illecite collaterali. Quindi oggi bisogna interrogarci su qual è la faccia nascosta dell’attività tessile nel territorio. Incuriositi dalla faccenda, abbiamo voluto approfondire intervistando Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente e curatore dal 1994 del “Rapporto Ecomafia”. 

«Quello di Prato è un distretto in cui di fatto convivono filiere virtuose di riciclo di rifiuti tessili, soprattutto nel recupero di lana e cachemire e, purtroppo, vere e proprie attività criminali – ci conferma Fontana – al centro di inchieste importanti sviluppate in particolare negli ultimi due anni dalla Procura di Prato, guidata dal Procuratore Luca Tescaroli, come ha raccontato nel contributo all’Ecoforum organizzato da Legambiente Toscana sull’economia circolare che si è svolto a Montemurlo, uno dei Comuni più interessati dagli abbandoni di rifiuti. All’origine di questi traffici, come ha spiegato il procuratore Tescaroli, c’è un vero e proprio sistema parallelo, con l’importazione illegale di ingenti quantitativi di prodotti tessili dalla Cina, imprese che evadono sistematicamente il fisco, caporalato, smaltimento illegale di rifiuti. Ma da Prato partono anche flussi illegali, soprattutto di abiti usati, che senza alcun trattamento vengono esportati verso l’Africa, in particolare la Tunisia, e l’Est asiatico, Thailandia in testa». Lo smaltimento illegale dei rifiuti tessili cresce a ritmi allarmanti: da 154 tonnellate nel 2023 a 819 tonnellate nel 2024, con 252 tonnellate già nel primo quadrimestre del 2025. Numeri e dati in contrasto con quanto affermato da Symbola (Fondazione che promuove e aggrega le qualità italiane), che colloca l’Italia al primo posto in Europa con il più alto tasso di riciclo sul totale dei rifiuti speciali (91,6%). Dove sta la ragione? Chi guadagna da questo business illecito e come funziona davvero il sistema dello smaltimento illegale?
«La crescita esponenziale dei rifiuti tessili abbandonati nel territorio della provincia di Prato, insieme al fenomeno dei cosiddetti “bracieri” in cui vengono dati alle fiamme, è il frutto delle attività di controllo fatte dalle forze dell’ordine, in particolare dal Nucleo di polizia ambientale e Forestale dell’Arma dei Carabinieri. È l’altra faccia di un distretto che ha anche storie di eccellenza, proprio nelle filiere del riciclo, anche se quella dei tessili, rispetto ad altre filiere di rifiuti, è ancora molto indietro. L’ultimo rapporto dell’ISPRA stima che a fronte di una produzione di 15 kg per abitante se ne raccolgono in Italia solo 3,1 kg. A guadagnarci sono le imprese che invece di pagare la corretta gestione degli scarti tessili che producono si affidano a soggetti senza alcuna autorizzazione, che li scaricano direttamente nell’ambiente. Pseudo imprenditori che gestiscono impianti e fanno figurare un falso trattamento di abiti post raccolta, per spedirli, illegalmente, all’estero o sul mercato italiano. Ma anche organizzazioni criminali vere e proprie, sia di origine cinese che soprattutto camorristica. Se non si alza da subito l’attenzione, potenziando le attività di contrasto svolte dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, in particolare la Procura di Prato, con personale, tecnologie e risorse il fenomeno è inevitabilmente destinato a crescere. È indispensabile, però, anche un ruolo più incisivo dei Comuni interessati e della Regione Toscana. Ci sono segnali importanti, come ci ha raccontato lo stesso procuratore Tescaroli, ma non bastano».

Durante il sopralluogo della Commissione ecomafie a Carmignano, è emerso il legame tra abbandono dei rifiuti e attività criminali organizzate. Ecomafie e smaltimento illecito nel distretto tessile si sono naturalmente intrecciate. «Quella degli interessi diretti della camorra nella gestione dei rifiuti tessili nel distretto di Prato, in realtà, è una storia nota da almeno quindici anni – precisa Fontana – e che ha radici ancora più indietro negli anni. Le prime inchieste vengono fatte dalla Procura distrettuale antimafia di Firenze tra il 2009 e il 2010. Ma se ne occupa anche la Direzione Nazionale Antimafia che, nel 2019, in una relazione trasmessa alla Commissione parlamentare d’inchiesta, segnala l’illegalità nel ciclo dei rifiuti. Altre inchieste riguardano i traffici illeciti di abiti usati nel Lazio, in Basilicata e in Lombardia. L’asse più importante degli interessi criminali è quello che si sviluppa tra Prato e il polo di Ercolano, in Campania, con un ruolo diretto di clan camorristici, che garantiscono la logistica, a partire dal trasporto, società di facciata per il “trattamento” e la disponibilità di mercati di sbocco».

Indagini e tribunali parlano di imprese tessili gestite da cittadini cinesi provenienti dal Fujian e dallo Zhejiang. Come hanno costruito un sistema così strutturato per smaltire illegalmente i rifiuti? E quali leve economiche o sociali hanno sfruttato? Rispondere a questi quesiti ci dice molto del tessuto sociale ed economico del distretto. «Quando si analizzano questi fenomeni non bisogna mai lasciarsi condizionare da spiegazioni solo di carattere, per così dire, etnico – precisa Fontana – perché quella cinese a Prato è una comunità forte, radicata da anni, che va aiutata a contrastare i fenomeni d’illegalità, generati anche dalla collusione con altri soggetti criminali, italianissimi. Bisogna combattere con più decisione i flussi illegali di materie prime, importate dalla Cina, triangolate in Paesi dell’Europa dell’Est, soprattutto Ungheria e fatte arrivare a Prato aggirando l’IVA, con un’evasione stimata dalla magistratura in oltre un miliardo di euro l’anno. Così come vanno smascherate le imprese “usa e getta”, che aprono, non pagano nulla in termini di tasse e contributi a chi ci lavora e chiudono repentinamente. E vanno moltiplicati gli sforzi per tutelare i diritti delle persone, sempre più spesso di altre nazionalità, sfruttate in maniera brutale e costrette a lavorare in ambienti insani».

La Procura lamenta mancanza di uomini e strumenti tecnologici. Se le istituzioni avessero risorse adeguate, cosa cambierebbe nel contrasto allo smaltimento illegale? Quali interventi potrebbero fare la differenza sul campo? E quali ostacoli rimangono insormontabili? «Le prime risposte sono arrivate, con l’uso di droni, la possibilità, garantita dalle nuove norme entrate in vigore lo scorso anno, di contestare delitti per l’abbandono e la combustione di rifiuti, anche speciali, fare arresti in differita, grazie alle telecamere di controllo. Come abbiamo sostenuto la richiesta fatta dal Procuratore Tescaroli di istituire a Prato una sezione distaccata della Direzione distrettuale antimafia di Firenze e il monitoraggio, attraverso l’Osservatorio regionale sulla legalità, di quanto accade nel distretto tessile. Del resto, anche la Regione Toscana aveva già segnalato la gravità della situazione in un ampio documento inviato alla Commissione parlamentare sull’ecomafia, utilizzato nella relazione approvata nel 2022 sui rifiuti tessili. Un gioco di squadra, in cui coinvolgere le associazioni di categoria, i sindacati, i consorzi che operano nelle filiere del riciclo che può fare davvero la differenza. L’ostacolo maggiore riguarda l’efficacia dei controlli a livello nazionale sulle importazioni di materie prime tessili e sulla gestione dei rifiuti post raccolta differenziata. C’è da sperare che entri quanto prima in vigore nel nostro Paese il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica sulla responsabilità estesa del produttore».

La zona del torrente Filimortula, dove sono stati rinvenuti almeno dieci bracieri, utilizzati per incenerire rifiuti tessili, è stata ribattezzata la "terra dei fuochi di Prato". Foto di Gianmarco Caroti

La Procura di Prato in prima linea nella guerra allo smaltimento illecito dei rifiuti tessili

Le parole di Enrico Fontana di Legambiente potrebbero essere già esaustive, ma desideravamo andare ancora più in profondità, quindi cercavamo l’occasione di un incontro pubblico con il Procuratore della Repubblica di Prato Luca Tescaroli. Si è presentata il 5 dicembre 2025, grazie al X° Forum sull’Economia Circolare, un convegno organizzato da Legambiente a Montemurlo. Il Procuratore è intervenuto sul tema delle ecomafie, rispondendo a alcuni quesiti di Legambiente legati appunto ai reati degli smaltimenti illegali tessili nella realtà locale.


«Sul territorio pratese esiste un “laboratorio criminale” estremamente variegato, lo smaltimento illegale di rifiuti è uno di questi – esordisce il Dott. Tescaroli – direttamente connesso all’attività tessile condotta da migliaia di imprese che sono in larga misura condotte da imprenditori cinesi. Il fenomeno è pervasivo e produce un effetto diretto sull’ambiente, ma muove anche risorse finanziarie illecite che coinvolgono gruppi criminali aggressivi che hanno avviato collaborazioni con quelli italiani già presenti sul territorio, già in passato dediti al traffico di rifiuti tessili, tipo elementi delle famiglia Ascione o i fratelli Cozzolino. Le condotte illecite si sono registrate soprattutto nei territori di Prato, Montemurlo e Carmignano con attività di raccolta, trasporto e smaltimento abusivo mediante abbandono di imballaggi contenenti rifiuti che sono stati poi bruciati o interrati».

Il volume dei rifiuti tessili smaltiti illegalmente è nel tempo cresciuto. Abbiamo assistito a una vera escalation del fenomeno mentre ci chiedevamo per quali ragioni stava succedendo. «Ancora una volta bisogna tornare al sistema economico strutturale criminale parallelo a quello legale – puntualizza il Procuratore – che si è venuto a creare sul territorio, purtroppo anche a causa di una sottovalutazione in passato del fenomeno. La Provincia di Prato ha un grande primato a livello europeo, il suo polo manifatturiero tessile, dove però alberga un bacino di criminalità internazionale che interloquisce, per fare affari, sul territorio e all’estero. La criminalità cinese si è saldata a esponenti di quella italiana e ha coperto l’intero ciclo, a partire dall’importazione di materie prime tessili dalla Cina, che vengono fatte entrare in Europa da canali differenziati – ad esempio il porto di Gioia Tauro, quello greco del Pireo o via terra da Est – senza pagamento dell’IVA. In questo meccanismo si ricorre a società fantoccio che entrano in gioco nella fase di acquisizione dei tessuti, che finiscono a essere lavorati in altre società che aprono e chiudono. Quindi queste imprese “morte” lavorano senza pagare le imposte, per poi passare la merce ad altre imprese della filiera che continuano nell’attività senza limiti temporali. Abbiamo registrato il caso di imprenditori che hanno utilizzato questo “gioco” per un ventennio! Ovviamente lo sfruttamento lavorativo da’ forza a questo sistema imprenditoriale e consente alle imprese cinesi di essere competitive rispetto a quelle nazionali. Gli utili non vengono investiti nel territorio, causando un ulteriore danno economico, bensì le risorse tornano in Cina attraverso i canali più variegati, tra cui oggi le criptovalute. In questa realtà, dove non mancano scontri tra gruppi imprenditoriali antagonisti, alcune imprese italiane hanno trovato accettabile – nella logica di abbattimento dei costi – di contribuire al sistema non chiedendosi dove finiscono i loro rifiuti».

Le ecomafie creano danni all’ambiente, all’economia e all’erario. Gli smaltimenti illegali di rifiuti tessili sono un aspetto del sistema. Tra le proposte fatte alle istituzioni per contrastare il fenomeno c’è una richiesta ben precisa in tal senso: la creazione di una sezione distaccata a Prato della Direzione Distrettuale Antimafia. «Ho registrato un’attenzione istituzionale crescente – conferma il Dott. Tescaroli. Ci sono stati membri di commissioni d’inchiesta del Senato che si sono recati a Prato, abbiamo avuto un Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico che si è tenuto simbolicamente a Prato il 15 agosto 2025 presieduto dal ministro Matteo Piantedosi, con la promessa di implementare nuove  risorse per gli organici delle forze di polizia. Ci sono concretamente degli stanziamenti sia dal ministero degli Interni che dalla presidenza della Regione Toscana per l’allocazione di videocamere sul territorio per registrare quello che avviene in punti sensibili. Dal punto di vista operativo la nostra azione sta incidendo sull’ambiente grazie a un progetto sperimentale di videosorveglianza aerea con droni – di cui uno dotato di telecamera a infrarossi per il riconoscimento delle targhe – ai fini di indagini di polizia giudiziaria per dare un’identità agli attori dello smaltimento illegale di rifiuti. Infine bisogna registrare la collaborazione di alcuni imprenditori cinesi e di ben 154 lavoratori asiatici che hanno denunciato lo sfruttamento a cui erano sottoposti. In quest’ottica abbiamo approntato un protocollo di protezione per questi lavoratori per assegnargli un nuovo alloggio e una nuova condizione lavorativa. Alcuni risultati si stanno già vedendo, ma il cammino è ancora lungo per invertire il percorso di illegalità».

A Prato servirebbe una Procura Antimafia

Un passo importante per contrastare la criminalità organizzata implicata nello smaltimento dei rifiuti tessili pratesi è stato fatto con la nomina del Dott. Luca Tescaroli a Procuratore della Repubblica di Prato, che da subito ha dimostrato grande dedizione al contrasto del fenomeno. È tuttavia fondamentale che le istituzioni nazionali ascoltino le sue richieste per dotare tutti gli apparati degli strumenti più adeguati con cui lavorare. Lo stesso procuratore ha ad esempio chiesto già nel 2024 che pure Prato sia dotata di una Direzione Investigativa Antimafia presso il tribunale, per rispondere a “complessità e pericolosità criminali che non sono del tutto note e di conseguenza comprese”, come scritto nella sua relazione ai ministeri competenti e alla Corte d’Appello. Solo così il distretto tessile pratese potrà essere rilanciato come eccellenza europea senza ombre. Allo stesso tempo, a livello europeo, sarebbe necessario rimuovere le lacune legislative che rendono alcuni Stati membri molto attraenti per chi intende esternalizzare, anche illecitamente, l’onere del trattamento dei rifiuti. Per contrastare questo fenomeno, sarebbe necessario istituire un miglior sistema di registro europeo che traccia i tessuti camuffati da prodotti di seconda mano, impedendo che carichi di scarti vengano abbandonati illegalmente dopo aver varcato le frontiere.

di Francesco Sani (Francesco Sani),Sacha (Sacha Tellini)

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