L’omicidio di Charlie Kirk non ci dice nulla sullo stato della politica italiana

Una conversazione con Davide Piacenza.

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Il 10 settembre, l’attivista MAGA e fondatore dell’organizzazione politica Turning Point USA Charlie Kirk è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco mentre teneva uno dei suoi dibattiti presso la Utah Valley University. Mentre le indagini sull’omicidio proseguono, con le prove raccolte che indicano come colpevole il ventiduenne Tyler Robinson, l’argomento si è imposto anche all’interno del dibattito pubblico italiano.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal palco della festa nazionale dell’Unione di Centro, ha commentato la vicenda per accusare la sinistra italiana di fomentare un clima d’odio favorevole al ritorno della violenza politica nel nostro paese. “Io vengo da una comunità politica accusata di portare odio e violenza, accusata da chi oggi minimizza l’uccisione a sangue freddo di un ragazzo di 31 anni che aveva la colpa di difendere la sue idee.Io credo che sia arrivato il momento di chiedere conto alla sinistra italiana di questo continuo minimizzare o addirittura di questo continuo giustificazionismo della criminalizzazione, della violenza nei confronti di chi non la pensa come loro. Perché il clima anche qui in Italia sta diventando insostenibile ed è ora di denunciarlo ed è ora di dire chiaramente che queste tesi sono impresentabili, pericolose, irresponsabili e antitetiche a qualsiasi embrione di democrazia”. L’accusa della Presidente del Consiglio, prontamente ribaltata dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, si fonda sulla creazione di un parallelismo fra la situazione politica negli Stati Uniti e quella italiana: l’assassinio di Kirk rappresenterebbe la concretizzazione di uno scenario politico in cui l’odio verbale della “sinistra” ha aperto la strada al ritorno della violenza politica nella sua forma più estrema. Secondo Valerio Renzi, giornalista e autore della newsletter S’è Destra: «Anche in Italia la destra sta utilizzando l’evento Zarutska-Kirk per silenziare e criminalizzare ogni dissenso e conflitto. Una campagna così pervasiva e aggressiva, che accomuna qualsiasi antifascista, socialista, progressista, sostenitore dei diritti umani e civili a un terrorista o a un amico dei terroristi, che immettere in questo dibattito elementi di razionalità (o dei fatti, come i numeri della violenza di matrice suprematista e neofascista) per uscire dalla difensiva è difficilissimo».

Lo scenario dipinto dalla maggioranza di governo italiana è ben lontano dalla realtà. Come ci spiega Davide Piacenza, autore della newsletter Culture Wars e fra i massimi esperti italiani delle dinamiche del discorso politico statunitense: «Onestamente mi pare già abbastanza stiracchiato, per non dire peggio, che la presidente del Consiglio italiano si senta in dovere di commentare un pur tragico caso di cronaca avvenuto oltreoceano; che poi lo faccia per attribuire il ruolo di mandante morale a un indistinta “sinistra”, credo che il clima politico americano sia irrimediabilmente compromesso, avvitato com’è sulle sue polarizzazioni multiple e sullo sdoganamento del ricorso alla violenza. L’Italia, invece – e per fortuna – è ad anni luce da uno scenario del genere: è evidente che a Meloni servisse un aggancio per combattere le guerre culturali per procura».

La narrazione che Meloni cerca di imporre sulla vicenda Kirk, tentando di strumentalizzare l’omicidio dell’attivista MAGA per delegittimare l’opposizione politica italiana, manca di cogliere due aspetti fondamentali. Il primo è che la violenza è connaturata nel discorso politico statunitense fin dalle sue origini. L’omicidio di Kirk è solo l’ultimo caso di una lunga serie di assassini e stragi motivati politicamente, che hanno visto protagonisti rappresentanti di ogni tendenza dello spettro politico statunitense. Secondo uno studio del think tank liberale Cato Institute, pubblicato il giorno della morte di Kirk, dal 1975 le vittime di omicidi politici da parte di attivisti di estrema destra sono state 391, mentre quelle uccise da attivisti di sinistra si fermano a 65. Numeri non paragonabili a quelli dello scenario politico italiano, anche prendendo in esame lo stesso arco temporale di riferimento. L’altro elemento che sfugge al discorso di Meloni è che, guardando ai pochi casi di violenza politica certificati nel nostro paese nel corso degli ultimi anni, la matrice politica non risiede a sinistra, ma a destra. L’assedio alla sede della CGIL a Roma nel 2021 da parte di Forza Nuova; le aggressioni a manifestanti; l’ordigno esploso presso l’ingresso del CSOA La Strada il 12 settembre di quest’anno: manifestazioni concrete di violenza che portano la firma dell’estrema destra italiana. «Questo è vero anche per gli Stati Uniti, peraltro. Il che non significa necessariamente che non esista il ricorso alla violenza a sinistra, ma parlarne in toni emergenziali significa quantomeno voler distorcere il quadro». Il riferimento di Piacenza è  all’assassinio della deputata democratica del Minnesota Melissa Hortman, uccisa il 15 giugno di quest’anno da un’attivista anti-abortista. Caso che non aveva scatenato la stessa reazione d’allarme da parte della Presidente del Consiglio e degli esponenti della destra italiana ed europea.

Una retorica amplificata anche dalla stampa italiana, anche quella appartenente allo schieramento progressista e lontana dalle opposizioni del Governo Meloni, che sta aderendo acriticamente al discorso imposto dalla destra italiana. Nelle prime pagine dei quotidiani, tornano parole come “autunno caldo” e “anni di piombo”, accompagnate dal monito degli editorialisti sul ritorno di un clima di violenza che vede coinvolto anche il nostro paese.  «Quanto alla provenienza, credo sia da attribuire alla motivazione dietro il 99% delle scelte delle redazioni: la pigrizia. Il riferimento agli anni di piombo è scontato, banale ma efficace, tanto che in queste ore lo si è letto dappertutto, dai siti dei quotidiani online alle riviste di presunto approfondimento. In questo caso, adottarlo significa conformarsi a un frame non così fedele alla realtà, ma torna comodo per vendere qualche copia (o fare qualche click) in più. Eppure gli anni di piombo sono stati un periodo completamente diverso: gli atti di violenza erano rivendicati e motivati programmaticamente sul piano politico, tanto per cominciare». In realtà, è proprio nel presentare un clima di tensione e violenza politica ben lontano dalla realtà, sia a livello politico che mediatico, che risiede il rischio di risprofondare nella spirale violenta che ha colpito il nostro paese nel corso degli anni Settanta. Un clima costruito artificiosamente, distorcendo la narrazione della grande mobilitazione sindacale e studentesca dell’autunno del 1969 e amplificando i rari incidenti nel tentativo di criminalizzare l’intero movimento di piazza, in attesa della grande tragedia per gettare la popolazione nel panico, concretizzatasi nella Strage di Piazza Fontana. In questo senso, a risuonare con l’esperienza della strategia della tensione  sono proprio le parole della Presidente del Consiglio, non lo stato attuale della politica italiana. Dalla morte di Charlie Kirk, la politica italiana non ha nessuna lezione da trarre.

di Luca Bagnariol (Luca Bagnariol)

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