Zvrzi e il coraggio di urlare: «Manifestazione» è la canzone che la piazza aspettava

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C’è un lenzuolo appeso fuori da una scuola di corso Regio Parco, a Torino. Ci sono scritte sopra quattro parole, “senza pace non c’è futuro”, e Daniele Zurzolo, in arte Zvrzi, ci passa davanti tutti i giorni. Da quel lenzuolo, da quella frase cucita sul tessuto grezzo di un quartiere, è nata una canzone. Non una canzone qualsiasi: una ballad che ha la struttura di un manifesto e l’anima di una lettera d’amore collettiva, registrata in una sola sessione di studio con cinque incisioni in totale: due voci, una chitarra acustica, un organetto, un glockenspiel e una metà completamente live, basso e batteria in presa diretta, perché certe cose non si possono ritoccare in post-produzione senza che si senta la menzogna.

«Manifestazione» esce il 3 aprile 2025 per Costello’s Records / Artist First, ed è un pezzo anomalo nel catalogo di Zvrzi; lontano dal pop levigato del suo EP in uscita il 15 maggio, lontano dai compromessi che il mercato musicale impone quasi per contratto a chi vuole farsi ascoltare. È l’unico brano lo-fi dell’intero progetto, l’unico in cui mix, master e registrazione sono nelle mani della stessa persona, Cali Low – al secolo Lillo Dadone – a cui si devono anche batteria, produzione e quella tessitura sonora essenziale che lascia la voce sola nel mezzo della stanza, senza rete. Matteo Demarchi completa il quadro con chitarra, basso, organo e cori. Il videoclip, diretto da Andrea Monda, porta dentro il frame immagini di piazza vere, tratte da diverse testate giornalistiche – un montaggio corale che trasforma la cronaca in qualcosa di più difficile da dimenticare.

L’urgenza come scelta formale

La prima cosa che si capisce parlando con Zurzolo è che l’urgenza, per lui, non è l’opposto della forma: è la forma. «Proprio perché questo contenuto era importante ma anche urgente», racconta, «ho sentito l’esigenza di espormi attraverso quello che faccio da sempre, ovvero la canzone d’autore. E proprio per essere coerente tra forma e urgenza ho scelto canoni stilistici diversi dagli altri brani del mio EP». Se stai cantando di repressione, di piazze cariche di nebbia e manganelli, di studenti che vengono fermati mentre alzano un pugno, non puoi farlo sopra una produzione che suona come un servizio di streaming al sabato sera.

Il risultato è qualcosa che si situa in una tradizione precisa – il cantautorato politico italiano, il folk-rock urbano, la scuola di chi ha capito che la chitarra acustica è ancora lo strumento più onesto che esista – ma lo fa senza nostalgia, senza il tono museale di chi cita De André come passaporto di credibilità. «Sentivo che il brano aveva quest’anima che ho voluto rispettare», dice Zurzolo, con una semplicità che suona come la risposta più intelligente che potesse dare. Non ha imposto nulla alla canzone: l’ha ascoltata.

Torino come atto politico

Il testo di «Manifestazione» è un affresco geografico tanto quanto un manifesto ideologico. Via Di Nanni – dove nel 1944 il partigiano Dante Di Nanni combatté fino all’ultimo contro i fascisti – la Dora, Aurora, Barriera di Milano: ogni luogo è scelto con la precisione di chi conosce la differenza tra citare una città e abitarla. «Torino ha scritto pace sopra il muro di una scuola» è forse il verso più potente dell’intero brano, e nasce da quell’immagine concreta e quotidiana – lo striscione dell’istituto comprensivo Regio Parco – che Zurzolo ha trasformato in metafora senza smettere di essere documento. Nel videoclip c’è anche il frame che lui stesso ha girato con lo smartphone passandoci davanti: la materia grezza della realtà che entra direttamente nell’arte, senza mediazioni.

«Credo che questo tributo Torino lo meriti tutto», spiega, «perché in questi anni è forse la città dove la coscienza sociale si è mantenuta più attiva». Non è campanilismo: è analisi. Le piazze torinesi si sono riempite contro la chiusura degli spazi sociali – il centro sociale Askatasuna, Comala – e la città ha espresso una resistenza intellettuale e civile che è andata oltre la protesta di piazza, fino alle aule universitarie, dove giuristi come Gustavo Zagrebelsky e Enrico Grosso – quest’ultimo ex professore di diritto costituzionale di Zurzolo, e presidente del comitato del No al referendum – hanno dato voce a un dissenso che aveva struttura, argomenti, peso. Il radicamento geografico, qui, è precisamente il contrario di un limite: è la condizione che rende universale il messaggio, perché ogni città ha il suo corso Regio Parco, il suo lenzuolo, il suo muro di scuola su cui qualcuno ha scritto qualcosa che sembrava ovvio finché ha smesso di esserlo.

Dissenso come denominatore comune

La domanda più difficile che si può fare a un artista politico è quella sulla tenuta interna del proprio discorso: come si tengono insieme istanze diverse – le mobilitazioni per la Palestina e la difesa degli spazi sociali, per citare le due anime esplicite del brano – senza che il collage diventi slogan, senza che la complessità si appiattisca in una lista di cause? Zurzolo risponde attraverso il concetto, e la risposta è tanto più convincente quanto meno suona come una risposta preparata: «Attraverso il concetto centrale, ovvero il dissenso e la mobilitazione sociale. Specie in un momento in cui attraverso il decreto sicurezza questi diritti fondamentali e costituzionali sono stati minacciati, e specie in un momento dove nel mondo i diritti fondamentali hanno subito il medesimo destino».

È la crisi del terreno comune, insomma, il vero soggetto della canzone. Non questo o quel torto specifico, ma il fatto che i paradigmi dell’ordine mondiale – quelli che si dava per scontato non si potessero toccare, perché erano i diritti umani, non un’opinione — vengano oggi rimessi in discussione dalla politica stessa, con una disinvoltura che Zurzolo definisce, con un’espressione che vale più di una parafrasi, «mostruosa». Cita, a questo punto, le dichiarazioni che negli ultimi anni hanno attraversato il dibattito pubblico internazionale come macigni – chi ha chiesto di ridefinire la parola “bambino” in sede diplomatica, chi ha detto che il diritto internazionale è “relativo” – e lo fa non per fare retorica, ma perché quelle frasi, pronunciate ad alta voce da chi governa, hanno cambiato il paesaggio di quello che è dicibile

L’amore come resistenza

C’è un verso che torna nel ritornello con la costanza di una preghiera laica: «Torino prende botte e dona amore». È un’immagine che contiene una tensione quasi insostenibile – la comunità che subisce violenza e risponde con cura – e che potrebbe scivolare nel sentimentalismo se non fosse che Zurzolo la abita con una convinzione che suona meno come ottimismo e più come scelta etica. «Penso che l’amore sia il motore della giustizia e la cura la bellezza dell’anima del mondo», dice. Poi cita Borges – la poesia I giusti, quella in cui il poeta elenca le persone silenziose che, semplicemente preferendo che abbiano ragione gli altri, stanno salvando il mondo – e la citazione suona come  dichiarazione di fede politica.

È lo stesso paradosso che attraversa tutto il testo: il brano attacca senza quartiere chi «critica il dissenso e sta seduto sul divano» e chi «protesta solo per denaro» – due figure che si annullano a vicenda, il qualunquista e il militante di facciata – ma non lo fa con la soddisfazione di chi si sente già dalla parte giusta. La risposta che Zurzolo dà a questo cortocircuito è semplice al punto da sembrare banale, e invece ha il peso di Calamandrei: «Alzarsi e manifestare le idee, perché parte tutto dall’avere vive le idee, che se no rimangono solo astratte». E poi cita il discorso del 1955 agli studenti milanesi – «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare» – e in quel momento capisci che la canzone non è nata solo dalle strade di Torino del 2024, ma da una lunga conversazione con i morti giusti.

Arte e politica: una tensione senza soluzione

Sulla questione più antica e irrisolta del cantautorato politico – si può fare buona arte senza che il messaggio soffochi la forma, senza che la canzone diventi propaganda? – Zurzolo risponde con una radicalità che sorprende e convince: «Penso che siamo in un momento storico così grave che questo pericolo sia irrilevante, visto che la propaganda viene fatta in modo massivo: urlare i diritti fondamentali e le cose universalmente giuste sia necessario a tutti i costi». È una risposta che sospende il dibattito estetico in nome dell’emergenza, e si può non condividerla – si può continuare a pensare che la forma sia sempre una questione morale, che la poesia non debba mai rinunciare alla propria complessità nemmeno in tempi di crisi – ma è difficile non riconoscervi una coerenza feroce. Zurzolo non sta facendo arte politica per sentirsi a posto con se stesso: sta cercando di dire qualcosa che sente necessario, con gli strumenti che ha, nel momento in cui è necessario dirlo.

Il videoclip di Andrea Monda porta questa tensione a livello visivo: immagini di piazza reali, tratte dalle testate giornalistiche, montate in modo che la cronaca diventi qualcosa di più – «memoria collettiva». 

«Volevo un video molto vero delle immagini di alcune manifestazioni di Torino in cui ognuno potesse leggere il proprio significato», spiega Zurzolo, «e volevo che la durezza delle immagini si scontrasse con la dolcezza del brano, che sostanzialmente è un brano di amore universale». Alla fine, «Manifestazione» è questo: una canzone che non si vergogna di essere necessaria, registrata con la fretta di chi sa che certe cose vanno dette adesso, in questo momento, prima che il momento finisca. Dalle strade di Barriera di Milano alle rive della Dora, fino alla memoria partigiana di via Di Nanni, Zvrzi scatta una fotografia di una comunità che non arretra e lo fa con una chitarra acustica, cinque incisioni e la certezza che l’amore, anche quando prende botte, non smette di donare.

«Manifestazione» è disponibile su tutte le piattaforme digitali. L’EP di Zvrzi è in uscita il 15 maggio 2025.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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